l'analisi

Il PNRR sbaglia a svalutare la cultura umanistica: ecco perché c’è bisogno di più pensiero critico

Cultura tecnico-scientifica alla ribalta nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma viene negata alla cultura “umanistica” la stessa possibilità d’essere “famosa per quindici minuti”. Davvero è l’unica strada?

18 Mar 2022
Giovanni Dursi

docente di Filosofia e Scienze umane - Formatore

Photo by Yeshi Kangrang on Unsplash

Si è appurato che la messa in cantiere del Piano nazionale di ripresa e resilienza ([1] Recovery and Resilience Facility) che “per l’Italia rappresenta un’opportunità imperdibile di sviluppo, investimenti e riforme”, prevede l’impiego di personale tecnico portatore di competenze in specifiche discipline: Matematica, Statistica, Informatica, Economia, Ingegneria, Giurisprudenza.

Nel testo del PNRR, la parola “cultura” (e sue derivazioni) è abbondantemente usata ([2]); al contempo, risulta sempre associata ad una semantica tecnico-economica e privata, conseguentemente, della sua autonomia concettuale.

Le competenze (quindi, non i “contenuti” di conoscenza) della Filosofia (da sempre ha assunto il significato di “madre delle altre scienze”), ad esempio, sono assenti, espunte.

A che serve la cultura umanistica nell’era della tecnologia

Ma è proprio dalla Filosofia, iniziando a dialogare efficacemente con la Scienza, che invece arrivò l’attacco decisivo all’arretratezza socio-culturale del Paese; dalla valorizzazione del pensiero scientifico in funzione antidealistica si realizzò, in particolare con Ludovico Geymonat (1908-1991) e Giulio Preti (1911-1972), una vera innovazione, nell’immediato dopoguerra e proprio in sintonia con una rigenerazione della mission – intervento pubblico per lo sviluppo economico italiano – attribuita all’I.R.I. dopo il 1950.

La gestione tecnocratica delle ingenti risorse del PNRR

Il Next Generation EU, come è altrimenti definito il Piano, contiene aree tematiche principali su cui intervenire, individuate ritenendo possano essere l’occasione per “riprendere un percorso di crescita economica sostenibile e duraturo rimuovendo gli ostacoli che hanno bloccato la crescita italiana negli ultimi decenni”.S’aggiorna, in tal modo, l’utopia tecnocratica della prima rivoluzione industriale, si consolida il trend relativo alla formazione di gruppi sociali ove prevalgono tecnici, manager, esperti nelle discipline scientifiche, direttori amministrativi, grands commis che, pur nella diversificazione delle competenze, tendono a coalizzarsi nell’operatività a loro attribuita, in sintonia con il potere politico-istituzionale nel conseguimento di status stabili per la direzione economico-sociale nazionale.

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Se, da un lato, sembra scontata la stellare lontananza dall’impostazione medievale della formazione socialmente richiesta – ricordiamo le artes liberales (in tal modo definite da Seneca) che costituivano i due gradi dell’insegnamento, l’uno letterario, l’altro scientifico, comprendenti la grammatica, la retorica e la dialettica (il Trivio); l’aritmetica, la geometria, la musica, l’astronomia (il Quadrivio) – è pur vero che, sebbene embrionalmente, un’impostazione interdisciplinare o, meglio, transdisciplinare, le istituzioni culturali operanti dal 476 (caduta dell’Impero romano d’Occidente) al 1492 (approdo europeo nel Continente americano) in qualche modo la prevedevano, a differenza dell’ambiziosa vision del PNRR.

La gestione tecnocratica attuale delle ingenti risorse del PNRR – 235,12 miliardi di euro complessivi, di cui stanziati 49,86 miliardi per “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura” – riversate su tre assi strategici condivisi a livello europeo, digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale, è affidata ad un gruppo ristretto di professionisti unilateralmente preparati.

Tutte le competenze dimenticate dal PNRR

L’esecuzione del PNRR non prevede affatto la messa in valore di:

  • competenze logiche (capacità di riconoscere, usare e sviluppare i vincoli logici, di lavorare con e sui concetti),
  • linguistico-comunicative (capacità di definire e chiarire i termini in uso, di crearne di nuovi, di adeguare l’uso di quelli esistenti, di usare di volta in volta quelli più adatti) all’argomento e al contesto, critiche (capacità di mettere in discussione, di relativizzare, di confutare),
  • analitiche (capacità di individuare differenze e analogie e di esplicitare presupposti di significato e di valore, di costruire e decostruire definizioni),
  • ermeneutiche (capacità di comprendere, dare senso e orientarsi negli universiconcettuali),
  • dimostrative (capacità di far comprendere concetti e dimostrare ipotesi attraverso argomentazioni, racconti, aforismi, metafore),
  • sistematiche (capacità di costruire sempre più ampie cornici di senso, mappe trasversali e multidisciplinari, entro le quali inserire l’esperienza e connettere tra loro le varie teorie che la interpretano; capacità di orientarsi e muoversi al loro interno e negli spazi tra loro),
  • valutative (capacità di distinguere e gerarchizzare valori, di determinare fini, di giudicare, di sospendere il giudizio),
  • riflessive (capacità di effettuare metacognizioni di livello sempre più elevato, di spiegare pensieri con pensieri più astratti, di guardarsi dall’esterno, di esplorare e sfruttare le risorse delle paradossalità metalinguistiche),
  • creative (capacità e desiderio di andare oltre il già noto e istituzionalizzato, di cercare il nuovo, di riconoscerlo, di rischiare nella sua attuazione).

La discriminazione della cultura umanistica

All’inizio del terzo decennio del XXI secolo, si ripropone – sul piano macroeconomico e politico sovranazionale – una divergenza netta tra la cultura tecnico-scientifica e quella cosiddetta “umanistica”, molto simile ad una discriminazione, ad una ignobile ed anacronistica presunta subalternità della seconda.

Ciò sulla scorta di convincimenti circa l’indisputabile imprinting – causato dal nesso “struttura economica / modi di produzione e riproduzione”, tecnicamente evoluti – ricevuto dalla dimensione sovrastrutturale, culturale del vivere associato. Quest’ultima è in grado di incorporare progrediti saperi tecnico-scientifici, quali unici fattori fondamentali di maturazione antropologica guidata dall’uso dell’ICT permettendo la produzione di massa, a sostegno di una presunta gerarchia esigenziale delle popolazioni mondiali, ed implementando un’ingente frammentazione lavorativa a favore delle “hard skills” rilevatrici di circoscritte abilità e specializzazioni.

La supremazia della tecnologia sulla base di una presunta gerarchia esigenziale delle popolazioni mondiali

Dunque, la “tecnologia” (ambito nel quale precipitano e vengono centrifugate le istanze economiche e finanziarie del “mercato”, habitat che rende prioritarie le attività di determinati rapporti sociali d’affari o, sotto altro aspetto, l’insieme delle operazioni relative a un determinato bene o gruppo di beni come matrice di ulteriori relazioni interindividuali e/o intergruppali, con quelle poltico-amministrative) appare qualificare i livelli di civiltà auspicata, storicamente riparametrata grazie ad indicatori quali il diffuso e competitivo impiego di metodi e strumenti scaturiti dalla ricerca tecnico-scientifica. Quest’ultima risulta politicamente finalizzata a delineare tutti i percorsi riorganizzatovi del sistema vigente di produzione di beni e servizi, pervadendo tutte le forme umane di vita e l’ecosistema nel quale sono collocate.

S’avvera, in questa guisa, l’ulteriore rivoluzione innescata dalla proceduralizzazione della cosiddetta modalità “digitale”. Dopo quella “copernicana”, dopo l’evoluzionismo che riguarda la mutazione delle specie viventi e la meccanizzazione delle produzioni, a loro volta caratterizzate dall’uso di vapore o da combustibili fossili, da elettricità, petrolio e prodotti chimici e, successivamente, da informatica e telecomunicazioni nell’industria, si giunge alla generazione e fruizione dei big data, cloud e IoT, utili alla realizzazione del Cyber Phisical System e all’orizzonte è in itinere una originale “pragmatica dell’Intelligenza Artificiale” che dilata esponenzialmente le proporzioni dell’Information and Communication Technology nell’impatto ristrutturativo dei processi economici e sociali.

Non a caso, Klaus Schwab, esponente di rilievo del WTO (World Economic Forum), ha definito (2016) questo nuovo paradigma – l’archetipo “digitale” – come “una trasformazione che, per grandezza, portata e complessità, sarà differente da qualsiasi cosa l’umanità abbia mai sperimentato”. Tuttavia, a ben guardare, si può notare un contrasto profondo tra la dimensione sempre più omologante e totalizzante delle necessità economiche e la modesta consapevolezza collettiva circa il rilievo di “senso” dell’operare lavorativo. Siamo in presenza di un’abiura circa implicazioni sul piano conoscitivo e socio-culturale di miliardi di persone e rispetto alle dilaganti povertà postmaterialistiche.

Il bisogno di un heideggeriano Destruktion

Nel Paese, in particolare, si registra su tutti i piani e in tutti i settori non tanto un bisogno insoddisfatto di cultura tecnologica e scientifica, che ai livelli basici è oggettivamente carente, ma, soprattutto, un heideggeriano Destruktion. Del resto, paradossalmente, lo stesso PNRR ammette che la “digitalizzazione è un abilitatore trasversale ad ampio spettro: dalla piattaforma per la selezione e il reclutamento delle persone, alla formazione, alla gestione delle procedure amministrative e al loro monitoraggio” a dimostrazione che il “comando” è situato in territorio economico, riguarda il soggetto “impresa” e non la “collettività”.

Si riaccende il fuoco dell’analisi polemica

Ecco perché, in campo culturale, si sta riaccendendo il fuoco dell’analisi polemica in grado di revocare in dubbio, di “criticare” adeguatamente la destrutturazione cognitiva in atto che oggi afferma – senza alternativa alcuna – la metafisica influente del “mercato” e della “tecnica”, il cui primo evidente risultato è il successo planetario dell’asservita riscrittura dei metodi relazionali e (dunque) cognitivi. Espressioni, queste ultime di una socialità coartata, sussunta nel dominio ideologico economico-produttivo che agisce come agente di riduzione in schiavitù cognitiva ed emotiva.

Vanno esperiti sforzi per affrontare coraggiosamente, “decostruttivamente” (rif. Jacques Derrida [3]), la situazione descritta ed esprimere l’atto del cercare oltre le cose così come si presentano, oltre la loro superficie, per rischiarare le complicazioni che si celano dietro l’organizzazione profonda del reale multiforme.

Qui può intervenire esclusivamente il dileggiato sapere “umanistico” – in primis la Filosofia – per colmare questo deficit culturale anche nello “spazio comune” europeo, essendo necessario e urgente assumere iniziative efficaci per allineare il “fare” al “pensare”, la produzione di beni e servizi anche ad alto tasso tecnico all’elevazione culturale di massa, l’emancipazione economica alle libertà civili, gli algoritmi dell’interdipendenza economico-commerciale alla formazione umana onnilaterlmente e politecnicamente promossa.

Una caratteristica fondamentale da ascrivere alla difficoltosa opera di decostuzione è la sua natura epocale: la decostruzione non è un’operazione mossa da un impeto individuale o da una gruppo sociale, ma un accadimento, una circostanza storica dell’evoluzione civile secondo la quale l’impianto generale del consorzio collettivo dovrà essere complessivamente revocato in dubbio.

Il ruolo del pensiero critico della decostruzione

La narrazione che l’approccio tecnico-economico fornisce all’analisi della condizione umana semplifica la complessità del vivere e può risultare sviante, nociva, menzognera. Il ruolo del pensiero critico della decostruzione, è quello di smontare le semplificazioni ideologiche omologanti, la standardizzazione delle idee, la banalizzazione della realtà.

In una lettera al suo traduttore giapponese,  Toshihiko Izutsu, il filosofo Jacques Derrida comunica: “[…] Bisognava disfare, scomporre, desedimentare delle strutture (di ogni tipo: linguistiche, fonetiche, logocentriche). […] Ma disfare, scomporre, desedimentare delle strutture, non era un’operazione negativa. Più che distruggere, si trattava di capire come si fosse costruito un certo “insieme”, e per farlo bisognava ricostruire”.

Davvero è oggi prioritario saper corrispondere a un’urgente necessità di congetture e quadri concettuali che consentano di comprendere come l’umanità e il suo “ambiente” debbano continuare ad evolvere senza soccombere (rif. a “Pensare l’infosfera. La Filosofia come design concettuale”, Luciano Floridi, Raffaello Cortina Editore, 2020).

Note

  1. Fonte: https://italiadomani.gov.it/it/home.html. Il PNRR ha una durata di sei anni, dal 2021 al 2026, e una dimensione totale di 672,5 miliardi di euro di cui 360 miliardi sono prestiti a tassi agevolati.
  2. La parola “cultura”, nel testo del PNRR è così di seguito utilizzata ed associata ad altri termini: “cultura e turismo”, “cultura della ricerca scientifica e del terzo settore”, “accesso all’istruzione e alla cultura” (rif. Paragrafo Transizione digitale), “ecosistema naturale e culturale”, “cultura dell’ambiente”, “offerta turistica e culturale”, “ricadute occupazionali delle attività culturali”, “servizi socio-culturali”, “componente Turismo e Cultura”, “promuovere una cultura dell’accessibilità del patrimonio culturale italiano”, “ Incrementare la cultura tecnico-gestionale”, “cultura costituzionale europea”, “risorse turistico/culturali”, “patrimonio paesaggistico e culturale”, “partecipazione culturale come leva di inclusione e “rigenerazione” sociale”, “conservare il patrimonio culturale italiano, favorendo la nascita di nuovi servizi culturali digitali”, “ripristino e rinnovamento del patrimonio fisico culturale”, ““Industria culturale e creativa 4.0”, “creazione di nuovi contenuti culturali e lo sviluppo di servizi digitali ad alto valore aggiunto da parte di imprese culturali/creative e start-up innovative”, “mediazione culturale e promozione”, “i settori economici della cultura e del turismo”, “valorizzazione di siti storici e culturali, volti a migliorare capacità attrattiva, sicurezza e accessibilità dei luoghi”, “patrimonio culturale”, “promuovere approcci integrati e partecipativi al fine di generare benefici nei quattro pilastri dello sviluppo sostenibile: l’economia, la diversità culturale, la società e l’ambiente”, “consentire un più ampio accesso e partecipazione alla cultura”, “migliorare l’efficienza energetica degli edifici legati settore culturale/creativo”, “a salvaguardia dei beni culturali da rischi di natura antropica e naturale”, “industria culturale e creativa 4.0”, “creare nella scuola la “cultura” scientifica e la forma mentis necessaria ad un diverso approccio al pensiero scientifico, appositamente incentrata sull’insegnamento STEM”, riferimento generico a “cultura umanistica, creatività, trasformazioni sociali, una società dell’inclusione”.
  3. Citiamo alcune convincenti opere: L’écriture et la différence (1967), De la grammatologie (1967), Marges de la philosophie (1972), L’archéologie du frivole (1973), Glas (1974), Otobiographies: l’enseignement de Nietzsche et la politique du nom propre (1984), De l’esprit (1987), Feu la cendre (1987), Du droit à la philosophie (1990), Donner le temps (1991), Passions: l’offrande oblique (1993), Le monolinguisme de l’autre (1996), Donner la mort (1999), Le concept du 11 septembre: dialogues à New-York, octobre-décembre 2001 (con G. Borradori e J. Habermas, 2001), Au-delà des apparences: conversations avec Antoine Spire (2002), L’animal que donc je suis (2006, post.), Séminaire. La peine de mort. Volume I, 1999-2000 (2012, post.; trad. it. 2014).
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