Software libero

Perché arrivi l’ora dei registri scolastici open source (finalmente)

Bisogna riconoscere come strategica la diffusione di reti stabili di collaborazione tra le scuole e di comunità di pratica, con obiettivi concreti e fondamentali per il funzionamento scolastico. E il software libro come principale catalizzatore

26 Mag 2017
Nello Iacono

Esperto processi di innovazione

scuola CEFRCV

Prendo spunto dall’edizione 2017 della “Giornata aperta sul web” della scuola per proseguire la riflessione sull’importanza del software libero a scuola cercando di mettere a fuoco le grandi opportunità che si aprono per quelle scuole che scelgono di intraprendere questo percorso.

Nella giornata sono previsti due approfondimenti, in particolare: riguardano Lampschool e la rete di porte aperte sul web (PASW). Sono due tra le esperienze più importanti di utilizzo del software libero per la scuola nell’area gestionale, rispettivamente per il registro elettronico e per i siti web. La rete PASW, una comunità di pratica nata in Lombardia, ha da poco raggiunto i quasi 1200 siti web scolastici, mentre Lampschool è tra i registri non proprietari più diffusi, nato dall’iniziativa della Rete DematVr, cui aderiscono la maggior parte degli istituti scolastici veronesi, e non solo.

Si tratta di realtà consolidate, che rappresentano anche dei punti di riferimento dal punto di vista organizzativo.

Software libero e consapevolezza digitale

Di recente ho avuto la fortuna di avere tra i partecipanti a un master una dirigente scolastica e un’insegnante che partecipano alla rete della community di lampschool, e ho potuto notare una “consapevolezza digitale” non riscontrabili facilmente. Perché la scelta di adottare questo software per il registro elettronico non è una scelta basata sul costo e sulla volontà di non essere costretti a modelli forniti dal mercato commerciale per attività delicate di gestione e didattica.

Non solo, almeno. È una scelta di paradigma. La scuola come luogo proattivo di comunità. Perché il software libero costringe a non pensarsi come utenti, ma parte di una rete che sostiene lo sviluppo dell’applicazione, facendo sì che sia testimonianza concreta di una conoscenza condivisa, di un apprendimento costante e collaborativo. Ciascuna scuola ha previsto del personale di riferimento per contribuire allo sviluppo del registro open source vissuto come bene comune. Il software libero costringe, infatti, a far parte della comunità, e quindi a sviluppare le competenze necessarie per essere soggetti attivi in grado di collaborare. Le reti di scuole e le comunità di pratica più solide e proficue nascono da qui, da un’esigenza concreta che solo l’energia comune e la ricchezza dei contributi possono soddisfare.

Il software libero come catalizzatore

La scuola non può che essere punto di riferimento di modelli collaborativi e luogo di apprendimento continuo: per questo la rete è la sua forma di organizzazione.

Da questo punto di vista la legge sulla Buona Scuola e il Piano Nazionale Scuola Digitale non hanno prodotto la spinta che ci si auspicava: le reti di scuole non sono diventate (e non sembra possano esserlo a breve) l’ossatura della governance scolastica. Sono rimaste forme estemporanee di aggregazione su specifici temi progettuali, e le reti che sono diventate organismi flessibili per indirizzare strategie operative comuni sono ancora poche, rimangono decisamente in minoranza.

Bisogna, credo, partire da qui: dal riconoscere come strategica la diffusione di reti stabili di collaborazione tra le scuole e di comunità di pratica tra gli insegnanti e i dirigenti finalizzate a ottenere risultati concreti e fondamentali per il funzionamento scolastico. Perché solo in questo modo possono essere perseguiti gli obiettivi di dematerializzazione e di digitalizzazione non “estetica” ma profonda e legata a un cambiamento della cultura e dei processi di funzionamento.

Questo riconoscimento deve sostanziarsi con interventi specifici di supporto, e tali anche da favorire la diffusione della pratiche virtuose di messa in comune di competenze e risorse tra le scuole. Così si sviluppa una cultura dell’”openness” che è fondamentale per gli studenti, per la società intera. Sappiamo che il software libero è un catalizzatore formidabile in questa dinamica: l’auspicio è che il Miur lo riconosca e lo sostenga con forza.

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