disuguaglianze educative

Scuola, senza investimenti non c’è futuro: che deve fare il Governo

Non c’è futuro in Italia senza un investimento massiccio sulla scuola e sulla formazione. Purtroppo, guardando alla poca riservata alla riapertura delle scuole, è chiaro che questa non è ancora una priorità. Uno sforzo in più andava fatto sul fronte della scuola digitale e della didattica online. Vediamo le priorità

04 Giu 2020
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR


Durante l’emergenza, sono venute alla luce disuguaglianze e si sono accentuate le difficoltà nella vita quotidiana di alcune categorie di persone e per interi settori pubblici: famiglie con redditi bassi; persone anziane che hanno visto acutizzare il loro isolamento; studenti che, per mancanza di computer o di connessione a internet, non sono stati raggiunti dalle lezioni online. Senza sceglierlo, il settore della scuola italiana si è trovato a compiere un balzo indietro che ha fatto emergere una fragilità di sistema, portando a mettere a nudo molti suoi difetti.

La grave impreparazione della scuola rispetto alla didattica online, l’assenza di accesso non solo alla banda larga, ma allo stesso internet in molte zone del Paese, combinate con una storica incapacità di contrastare le disuguaglianze nell’istruzione e la povertà educativa, non sono state la conseguenza di una crisi sanitaria senza precedenti. Sono caratteristiche strutturali del contesto in cui la crisi del sistema educativo è precipitata, acuita in misura maggiore dalla crisi sanitaria.

Le fughe in avanti, le retromarce, gli annunci e le smentite di questi mesi, hanno ingenerato il sospetto dell’assenza di una reale strategia per far ripartire con regolarità l’anno scolastico. Il Decreto Rilancio ha introdotto misure in favore del settore, alcune positive. L’incremento dei posti destinati alle assunzioni è una buona notizia, che risponde all’esigenza di coprire un turnover importante, come è quello che è in atto nella scuola. L’istruzione però continua a restare avvolta nella fitta nebbia dell’incertezza. Il compromesso sul concorso straordinario per i futuri insegnanti è stato raggiunto al prezzo di gettare altro sale su una ferita aperta, quello dei concorsi pubblici già banditi e sospesi e quello delle graduatorie con l’elenco dei vincitori ancora in attesa di nomina. In questo momento di ripartenza, la scuola e la formazione sono troppo importanti perché vengano lasciate a confusione e improvvisazione. Non c’è futuro in Italia senza un investimento massiccio sulla scuola e sulla formazione. Purtroppo, guardando alla poca attenzione che la riapertura delle scuole sta avendo, risulta chiaro che questa non è considerata ancora una priorità.

Il contrasto alle disuguaglianze educative (con un occhio al BES)

L’accesso all’istruzione è un diritto umano fondamentale. È il quarto dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG’s) e l’istruzione è fortemente associata alla riduzione della povertà. Fornire strutture per educare i bambini richiede la costruzione di edifici scolastici e una rapida espansione dei curricula. Tuttavia, nella fretta di soddisfare il diritto all’istruzione, quale attenzione viene data alla manutenzione o alla costruzione di nuove strutture scolastiche? Quante risorse vengono dedicate alla strumentazione digitale? Quante a formare gli insegnanti al “saper far fare”, cioè a trasmettere quelle competenze chiave di cittadinanza da acquisire al termine dell’istruzione, ma che devono essere potenziate lungo l’itero ciclo di vita di qualunque essere umano?

Prima della crisi i dati sui risultati scolastici avevano rivelato una situazione drammatica e un ritorno di analfabetismo oltre a disparità regionali, disparità tra zone urbane e tra classi di reddito. Dall’analisi condotta dall’Istat nel Rapporto BES[1] 2019 emergono alcuni dati su cui riflettere: il numero di bambini che frequentano i servizi dell’infanzia è ancora troppo basso; l’indicatore che quantifica l’abbandono precoce del percorso di istruzione e formazione mostra un peggioramento; si registrano piccoli miglioramenti delle competenze in Matematica e Italiano degli studenti, ma con forti differenze tra Regioni; aumentano le persone con diploma o laurea, ma si ampliano i divari territoriali soprattutto tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno.

Anche nel confronto internazionale la situazione si presenta critica. Particolarmente preoccupante l’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione dei giovani di 18-24 anni: l’Italia è al quartultimo posto (14,5%), decisamente distante dal valore medio europeo (10,6%). Si sono registrati valori più elevati solo in Spagna (17,7%), a Malta (17,4%) e in Romania (16,4%). Nella media dei paesi dell’UE, le persone di 30-34 anni che hanno completato un’istruzione terziaria (università e altri percorsi equivalenti) sono state il 40,7%. L’Italia occupa il penultimo posto, con il 27,8%. La segue solo la Romania, il cui valore è di poco inferiore (24,6%). Anche la percentuale di persone di 25-64 anni che hanno conseguito almeno il diploma è significativamente più bassa di quella media europea (-16,4 punti rispetto al 78,1% dei Paesi dell’Ue28 presi nel loro insieme). Lo svantaggio dell’Italia rispetto alla media dell’Unione Europea per la formazione continua è invece meno accentuato: il nostro Paese occupa il diciottesimo posto, con l’8,1% di individui che partecipano a programmi di formazione continua, contro l’11,1% della media europea. Anche l’OCSE, attraverso specifici indicatori, ha dato uno sguardo al sistema scuola dell’Italia, restituendo un report sulla struttura, sul finanziamento e sulle prestazioni del nostro sistema d’istruzione, messo a confronto con quello dei Paesi partner dell’Organizzazione. Anche in questo caso, emergono luci e ombre.

Le disuguaglianze allargate dall’emergenza covid

Un dato sembra inequivocabile: con la chiusura delle scuole e di tutti i servizi nidi, scuole dell’infanzia, doposcuola, laboratori, palestre, le disuguaglianze sono emerse ancora con più violenza.

Una scuola italiana già poco attrezzata (al di là di esempi al contrario) a rispondervi in tempi normali, lo si è rivelata ancora più nella nuova situazione, anzi, proprio con l’esigenza di didattica online, le ha aggravate, non in termini di prestazioni, ma in termini di risorse per accedere a una didattica che affannosamente, e con molte differenze tra scuola e scuola, classe e classe, insegnante e insegnante, doveva di colpo essere offerta online. Non si tratta solo di disuguaglianze materiali, nella disponibilità della tecnologia adatta in misura sufficiente per tutti coloro che in famiglia devono fruirne, ma anche di competenze proprie e dei familiari per utilizzarle, di spazi di studio, nel caso dei più piccoli anche di competenze dei genitori per fare fronte alla nuova funzione di “docente aggiunto”, quando non prioritario, in quello che è diventato un vero e proprio home schooling.

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Banda larga

Per contrastare questo esito, non basterà solo distribuire subito il maggior numero di computer, tablet e relativa dotazione di giga, oltre che investire nella banda larga e portarla là dove ancora non è presente. Nell’immediato, ma soprattutto a regime, occorrerà ripensare al sistema educativo e scolastico, fin dai primi anni di vita, per metterlo in grado di contrastare le disuguaglianze e la povertà educativa – testimoniate anche dai dati Invalsi e PISA – molto più efficacemente di quanto non abbia fatto finora, uscendo dalla frammentazione e dallo sperimentalismo che sembra la dannazione della scuola.

Esempi di buone pratiche

Di buone pratiche ce ne sono. Si pensi all’approccio educativo in età prescolare, promosso dalla Fondazione Meleguzzi, messo in atto dal Comune di Reggio Emilia. Il “Reggio Emilia Approach”, una filosofia educativa vincente, è diventato un caso di studio che ha suscitato l’interesse della comunità internazionale. Infatti, il gruppo di ricerca di Howard Gardner, dell’Università di Harvard, sta studiando il caso di Reggio Emilia ed è alle prese con studi sugli effetti economici di lungo periodo che investimenti sui sistemi educativi per l’infanzia hanno sul futuro economico e sociale degli individui e dei territori. Secondo questi studi, esisterebbe una correlazione diretta e positiva tra sistema educativi e benessere individuale, sociale ed economico. Così come esistono in letteratura studi[2] che dimostrano in modo convincente che le riforme del finanziamento infrastrutturale della scuola, aumentando la spesa nei distretti scolastici, hanno generato un aumento importante nei risultati degli studenti. Poche risorse sono spese nel capitale scolastico in Italia, circa 190 euro per studente, il che pone l’Italia vicino al fondo della spesa per le infrastrutture scolastiche tra i paesi dell’OCSE, compresi gli Stati Uniti (OCSE, 2016). Considerando che la condizione media delle infrastrutture scolastiche è piuttosto scarsa (oltre il 39% degli edifici scolastici necessita di manutenzione urgente[3]) è probabile che gli interventi sulle strutture scolastiche influenzino la salute, la sicurezza e il morale di studenti e insegnanti e, a loro volta, la loro capacità di apprendere e insegnare. Pertanto, secondo queste ricerche avere “infrastrutture educative di alta qualità significa che gli studenti hanno temperatura, illuminazione e arredi funzionali adeguati che possono migliorare la qualità della loro esperienza di apprendimento. Certamente, gli standard di base di sicurezza e salute sono necessari per ambienti di apprendimento efficaci. Allo stesso tempo, il miglioramento delle condizioni tecniche di una scuola può aumentare la soddisfazione degli studenti, mentre le caratteristiche dello spazio di apprendimento possono aumentare la motivazione e la fidelizzazione degli insegnanti e fornire importanti segnali alla qualità e all’impegno dell’istituzione. L’identificazione di potenziali percorsi è quindi importante alla luce dell’offerta di potenziali prescrizioni politiche per gli investimenti nelle infrastrutture scolastiche”.

Speriamo che queste ricerche forniscano importanti spunti sul ruolo della spesa in capitale fisico nel migliorare l’ambiente di apprendimento delle scuole. È da queste esperienze che trova riscontro la lettura dei sistemi educativi in chiave di benessere equo e sostenibile, che riguarda la sfida della valutazione della complessità, che superi un’idea mono settoriale di investimento, fatto in un orizzonte di breve periodo. Con questa prospettiva, occorre saper spaziare dal breve al lungo periodo, guardando alla gittata delle traiettorie, sapendo guardare alle interconnessioni ecosistemiche[4], ovvero quello che avviene in un comparto e che tipo di influenze questo ha negli altri comparti, secondo un principio di dinamicità dei sistemi.

Le misure per la scuola nel decreto Rilancio

Il Decreto Rilancio, entrato in vigore lo scorso 19 maggio 2020, contiene alcune misure per il settore della scuola. Il decreto porta la buona notizia per la stabilizzazione dei precari, con la creazione di 16 mila posti in più per il ruolo di docente a settembre, per un totale di 32 mila posti aggiuntivi all’avvio del nuovo anno scolastico. Sul fronte delle risorse economiche, per assicurare la ripresa dell’attività in condizioni di sicurezza, il Governo ha stanziato 1 miliardo e 450 milioni per la scuola, così ripartiti: 1 miliardo per il Fondo per gestione rientro a scuola a settembre (400 mln nel 2020, 600 nel 2021); il Fondo per il funzionamento delle scuole viene incrementato di 331 milioni[5] per device, connettività, sicurezza, misure di protezione, assistenza medica, adattamento spazi in vista del rientro; 39 milioni per consentire esame di maturità in presenza, in sicurezza, comprando tutti i dispositivi di protezione necessari e assicurando l’igienizzazione costante degli ambienti e 80 milioni per la fascia 0-6 per coprire le mancate rette (65 milioni) e aumentare il fondo regionale (15 milioni).

Facendo due conti sui 331 milioni di euro per il 2020, suddividendoli per le 7.785 scuole pubbliche, ne deriva un finanziamento complessivo medio per ciascuna scuola, pari a 42.517 mila euro. Risorse forse insufficienti se consideriamo che una scuola tipo di circa 1.500 alunni + 200 unità di personale scolastico dovrà spendere circa 187 mila euro solo per le mascherine di protezione (calcolandone 1 al giorno a persona). Come potrà effettuare quella scuola tutti gli altri tipi di interventi previsti sull’edilizia scolastica, sulla strumentazione informatica per la didattica anche a distanza, per gli alunni con disabilità (DSA e BES)? Qualche dubbio sorge anche sulla tempistica che viene prevista per i lavori da fare soprattutto laddove si prevedono anche interventi di piccola manutenzione per la ripresa di settembre. Alle scuole si chiede di lavorare un po’ al buio anche perché non si conoscono le condizioni in cui si riprenderanno le attività didattiche. E non è detto che gli interventi affidati esclusivamente alle scuole si possano effettivamente effettuare considerate le difficoltà dei tempi ristretti e del periodo estivo. Sarebbe qui stato opportuno un piano di interventi sinergici fra Ministero dell’Istruzione, Regioni, Comuni e Province (Enti proprietari), attraverso un programma coordinato che, al di là delle pulizie, degli acquisti per le sanificazioni, per lo smaltimento dei rifiuti, si facesse carico della manutenzione nei mesi estivi. Mancherebbe poi una chiara parola sulla possibilità di utilizzo dei fondi del funzionamento anche per la retribuzione del personale interno che sarà impegnato nelle pulizie straordinarie e ricorrenti che saranno richieste alla ripresa autunnale.

C’è poi il capitolo sull’edilizia scolastica. Il comma 8 dell’articolo 232 stanzia 30 milioni per gli enti locali, finalizzati a interventi per adattamento degli ambienti di edifici scolastici alle esigenze dell’avvio del nuovo anno. Sono previste misure di semplificazione in tema di edilizia scolastica, per consentire a enti locali proprietari degli immobili di operare velocemente, eliminando passaggi burocratici, accelerando l’utilizzo di fondi già stanziati: cambiano percentuali di erogazione di fondi nella tempistica stabilita, si individuano riduzioni dei tempi per l’emanazione di pareri, si individuano deroghe sulle tempistiche dei pagamenti ai fornitori.

Da segnalare, infine, la norma (articolo 234) che prevede di realizzare un sistema informatico integrato – tramite la SOGEI in qualità di società in house del MEF – ai fini della raccolta, sistematizzazione e analisi multidimensionale dei dati del settore scolastico (spesa per il personale, gestione giuridica ed economica del personale e per la didattica a distanza, gestione istanze di cessazione dal servizio). Le risorse autorizzate per questa spesa ammontano a 10 milioni di euro per il 2020 a valere sulle risorse del PON «Per la scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento», riferito al periodo di programmazione 2014/2020 a titolarità del Ministero dell’istruzione. Già nel 2017, ai tavoli tecnici per la semplificazione amministrativa, il Ministero era in attesa di un rifinanziamento per potenziare il proprio Sistema centrale; un sistema che non riesce ancora a dialogare sufficientemente bene con le scuole. Con questa misura si spera di aver trovato una soluzione strutturale, in termini di semplificazione amministrativa, a quella che è una delle massime disfunzioni del Ministero, più volte denunciata anche dalle organizzazioni sindacali.

Una bussola per il ministero dell’Istruzione

A leggere l’atto di indirizzo politico-istituzionale emanato dal Ministro dell’Istruzione per il 2020, ci si può rendere conto di quanto siano da ritenere meritorie alcune delle 13 politiche prioritarie in esso contenute. È un documento importante, che si collega al ciclo della performance del Ministero, quindi, entrerà nelle valutazioni individuali dei dirigenti apicali. Come tutti i documenti programmatici, il suo valore si concretizzerà nel momento della sua pratica attuazione. Quella sapiente tela di atti amministrativi che consente di scaricare a terra tutti i benefici, ma che resta la parte più difficile. Una di queste priorità è definita “innovazione digitale per la didattica, la semplificazione amministrativa e l’abbattimento della burocrazia per le scuole”, ma è singolare, a tal proposito, che nell’intero documento non ci sia alcun riferimento al Piano Nazionale della Scuola Digitale (Legge n. 107/2015). Questa assenza colpisce parecchio. D’altronde la fotografia dello stato della scuola digitale in Italia è purtroppo finora la foto di una serie di promesse non mantenute. Dove sono finite le 60 ore di coding promesse dall’ex Ministro Stefania Giannini in tutte le scuole primarie? La connessione in fibra ottica in tutte le scuole entro il 2018, promessa e oggi rinviata al 2021, è ferma a poco più di una scuola su dieci. È stato mantenuto l’impegno di dotare ogni scuola di un animatore digitale, ma sfido qualunque genitore a pronunciare il nome dell’animatore digitale della scuola del proprio figlio. A oggi, al di là delle nomine ufficiali, non ci sono dati su quale sia stato il reale impegno di questi animatori, cioè cosa facciano e come agiscano per aumentare il livello di digitalizzazione nelle scuole. Peraltro, con il piccolo fondo spese da mille euro l’anno, che non sempre arriva con puntualità nelle casse scolastiche, chiunque avrebbe difficoltà di organizzazione e d’azione.

Un’altra cosa che colpisce, che si riscontra nel navigare tra i dati che il Ministero rende accessibili, è la totale mancanza di dati pubblici sullo stato di attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale. Sul sito del Ministero non ci sono dati, segno di una roadmap non sufficientemente monitorata e rendicontata pubblicamente. Gli unici dati disponibili risalgono al 2017, elaborati e pubblicati da Riccardo Luna che è riuscito ad attenerli dal Ministero grazie a una richiesta di accesso civico. Questo dimostra che, nonostante gli sforzi messi in campo negli ultimi due anni, lo stato della digitalizzazione della scuola italiana è purtroppo l’immagine della lentezza con cui si è investito in innovazione e futuro del Paese. Una situazione che con il passar del tempo, nonostante i buoni propositi di qualche sottosegretario non sembra migliorare neanche oggi. Il Protocollo sull’innovazione, firmato di recente dal MiSE, dal MID e dal MUR, sembra tenere fuori proprio un settore cruciale come la scuola. Se la Ministra Azzolina ha dichiarato che 1,6 milioni di studenti non sono connessi, vuol dire che la didattica a distanza non sta garantendo il diritto all’istruzione. Quello stesso diritto che Stefano Rodotà[6] avrebbe voluto costituzionalmente garantito a tutti. Uno sforzo in più, a mio parere, andava fatto dal Governo sul fronte della scuola digitale e della didattica online. Ma forse c’è ancora tempo per rimediare. Con delle opportune verifiche ministeriali, si dovrebbe riuscirebbe a scoprire se il PON Scuola conservi ancora delle disponibilità finanziare, magari proprio da destinare ad appalti innovativi sulla didattica o sulla interoperabilità del sistema informatico del Ministero, che potrebbero tornare utili ed essere messe sul piatto. Staremo a vedere se il Governo riuscirà ad allargare le maglie di questa intesa. È convinzione generale che una buona qualità dei servizi informatici sia alla base anche di una buona qualità della didattica. D’altronde, come è stato ben scritto da Paolo Maria Ferri, la scuola digitale al momento è l’unica possibile. Non resta che augurarsi per il futuro che il Ministero dell’Istruzione si doti di una sua metodologia di analisi e rendicontazione sull’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale e che inizi a rendere pubblici e trasparenti tali dati. Anche per dare l’esempio e sconfiggere quel senso di “terrore del digitale” che sembra aleggiare in molte scuole, dove l’innovazione viene osteggiata da dirigenti e insegnanti che temono che l’aumento del digitale nelle scuole metta in discussione i presupposti, la cultura e i fondamenti metodologici del passato, oltre che strumenti di lavoro obsoleti.

Gli auspici per la scuola del futuro

All’interno di questa progettualità devono trovare posto alcune cose da fare. A partire dalle priorità da connettere con le azioni presenti nel Piano Nazionale Scuola Digitale e nell’atto di indirizzo politico-istituzionale del Ministro dell’Istruzione:

  • connettere a banda larga o ultralarga tutte le scuole e plessi scolastici: un obiettivo di base che, tuttavia, come ha dimostrato lo studio condotta da Riccardo Luna nel 2017, è ancora tutto da realizzare;
  • dotare tutte le scuole, comprese le scuole dell’infanzia, di ambienti fisici e strumenti per l’apprendimento che permettano di sviluppare una didattica aumentata digitalmente;
  • dotare tutte le scuole di ambienti digitali per l’apprendimento e promuovere la creazione di contenuti digitali di qualità;
  • allineare gli assi culturali[7] previsti dal sistema italiano (che comprendono le competenze di base e le competenze chiave per la cittadinanza), alle competenze digitali di cittadinanza e apprendimento permanente che sono contenute nei documenti dell’Unione Europea sulle competenze digitali DigiComp 2.0 e DigiComp.Edu;
  • dare piena attuazione alla formazione degli insegnanti sulla didattica innovativa e cooperativa abilitata dalle tecnologie e dal Piano per la formazione in servizio dei docenti;
  • costruire metriche di misurazione e KPI per l’attuazione del Piano delle Performance del Ministero[8] nonché strumenti di monitoraggio dell’attuazione dell’innovazione digitale e di valutazione della qualità della formazione “aumentata digitalmente” effettivamente erogata;
  • rendere disponibili le basi dati di cui il Ministero è in possesso e pubblicare in tempi utili dossier relativi ai dai di più immediato interesse;
  • realizzare quanto prima il sistema informatico integrato del Ministero per il supporto alla gestione giuridica ed economica del personale e per la didattica a distanza, implementando la sua interoperabilità (come prevedeva il codice CAD) e riducendo, di conseguenza, anche l’impegno delle scuole, costrette a ricorrere agli applicativi privati a pagamento, sottraendo fondi al funzionamento amministrativo e didattico e ponendo problemi di privacy.

Devono essere promossi in ogni modo e anche al di là del Piano Nazionale Scuola Digitale, tutte quelle azioni che possano favorire l’acquisizione da parte degli insegnanti, studenti e genitori di una cittadinanza digitale consapevole e critica e non solo le capacità di integrare il digitale nei contesti di apprendimento a distanza. C’è lo spazio e il tempo per dotare la scuola di una roadmap chiara e condivisa per colmare il gap con i Paesi più avanzati d’Europa. È questa una delle sfide che attende il Governo nei prossimi mesi. Riuscirà a portare a termine questa sfida?

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  1. Il Rapporto BES che l’ISTAT pubblica ogni anno offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese, attraverso l’analisi di un ampio set di indicatori suddivisi in 12 domini. Il Rapporto è disponibile sul sito dell’Istituto.
  2. J. Lafortune, J. Rothstein, DW Schanzenbach Riforma della finanza scolastica e distribuzione dei risultati degli studenti American Economic Journal: Economia Applicata (2018).A. Belmonte,V. Bove, G. D’Inverno, M. Modica Spese per infrastrutture scolastiche e risultati scolastici: prove del terremoto del 2012 nel Nord Italia Economics of Education Review Volume 75, Aprile 2020
  3. Vedi ad esempio E. Antonini , A. Boeri , J. Gaspari , V. Gianfrate , D. Longo La qualità degli edifici scolastici: un’emergenza nazionale, un campo di ricerca. TECHNE: Journal of Technology for Architecture & Environment , 9 ( 2015 )
  4. È provato, ad esempio, che una buona educazione riduce la richiesta di servizi sanitari. Si pensi al dramma dell’obesità che colpisce maggiormente gli adolescenti di famiglie meno istruite.
  5. Il Fondo viene incrementato di 331 milioni di euro nel 2020 per i seguenti interventi:1) acquisto di servizi di formazione e di assistenza tecnica per la sicurezza sui luoghi di lavoro, per la didattica a distanza e per l’assistenza medico-sanitaria e psicologica, di servizi di lavanderia, di rimozione e smaltimento di rifiuti;2) acquisto di dispositivi di protezione e di materiali per l’igiene individuale e degli ambienti in relazione all’emergenza sanitaria;3) interventi in favore della didattica degli studenti con disabilità, Dsa e Bes;4) interventi per potenziare la didattica a distanza, favorire l’inclusione scolastica, l’adozione di misure che contrastino la dispersione;

    5) acquisto e messa a disposizione in comodato d’uso, in particolare degli studenti meno abbienti, di dispositivi digitali e della connettività di rete per la fruizione della didattica a distanza;

    6) acquisto di strumenti editoriali e didattici innovativi;

    7) adattamento degli spazi interni ed esterni e la loro dotazione allo svolgimento dell’attività didattica in condizioni di sicurezza, interventi di piccola manutenzione, di pulizia straordinaria e sanificazione, interventi di realizzazione, adeguamento e manutenzione dei laboratori didattici, delle palestre, di ambienti didattici innovativi, di sistemi di sorveglianza e dell’infrastruttura informatica.

  6. La modifica costituzionale proposta da Stefano Rodotà consisteva nell’inserimento in Costituzione di un art. 21-bis il quale recita: «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire le violazioni dei diritti di cui al Titolo I della parte I».
  7. In Italia il sistema educativo è caratterizzato da rigide suddivisioni fra le diverse discipline: una gabbia nella quale è difficile dare spazio alle competenze chiave per l’apprendimento permanente di stampo europeo, giacché queste ultime sono in buona misura interdisciplinari. Il Ministero, puntando sugli assi culturali, ha tentato di conciliare l’approccio disciplinare con le competenze europee, forzando queste ultime a entrare nella gabbia. L’idea degli assi culturali non è stata felicissima, perché mentre uno dei messaggi chiave dell’approccio europeo è che le competenze sono trasversali, la scelta degli assi ha suggerito un’idea che vi siano contenitori macro disciplinari. Ciò ha alimentato l’idea che il docente di scienze non abbia nulla a che spartire con la padronanza della lingua italiana, e che insegnare italiano non sia possibile affrontando problemi ed elaborando strategie per risolverli.
  8. La misurazione dei processi amministrativi e l’efficacia dei pagamenti (quali riduzione del numero di giorni dei ritardi nei pagamenti, tempi di emissione di una fattura, etc.) potrebbero rappresentare un esempio concreto, attraverso la revisione di procedure più semplici e rapidi, in quanto la gravosità delle procedure di competenza dell’amministrazione centrale ministeriale genera disagio e hanno un impatto diretto sulla scarsa funzionalità delle istituzioni scolastiche, generando allarme nell’utenza e del personale scolastico che si trova a subirne le conseguenze, anche di natura economica.
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