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social e privacy

A Zuckerberg & Co. non importa proteggere i nostri dati: serve una soluzione politica radicale, ecco perché

Facebook e le altre piattaforme dovrebbero essere molto ben preparate a impedire la diffusione di contenuti di odio o a proteggere i propri dati. La verità è che non hanno interesse a farlo. E la soluzione è solo politica e radicale. Vediamo perché

08 Apr 2019
Paolino Madotto

manager esperto di innovazione, blogger e autore del podcast Radio Innovazione,


La notizia che i dati di circa 540 milioni di utenti Facebook sono stati trovati disponibili liberamente su un sito messicano mette ulteriormente in luce – semmai ce ne fosse bisogno – qual è il vero “core business” delle piattaforme social: non quello di offrire un servizio agli utenti ma quello di vendere i loro dati.

Ecco perché cresce a livello internazionale (ma non in Italia) un movimento di pensiero che chiede un intervento politico per affrontare la questione – ormai enorme – alla radice.

Facebook chiede aiuto ai Governi sui contenuti

Il 30 marzo Mark Zuckerberg, in un articolo sul Washington Post (disponibile in un suo post), ha chiesto ai governi di intervenire sul tema dei contenuti nei social.

Zuckerberg chiede ai governi di farsi carico di approvare nuove norme di regolazione di internet che facilitino la gestione dei contenuti nelle piattaforme social e di farlo con il contributo di Facebook ovviamente.

Questa iniziativa segue un filone nel quale da qualche tempo Facebook cerca di rispondere alle preoccupazioni dei legislatori, in questo caso passando la palla a quest’ultimi. Iniziative che d’altra parte sembrano delle “grida manzoniane”, visto che all’atto pratico queste piattaforme che fanno ben poco e addirittura raccolgono accuse di fare il contrario.

Non è un problema solo di Facebook, analoghe accuse sono state rivolte a YouTube, reo di interessarsi poco di evitare che possano circolare messaggi xenofobi o di odio.

Il vero business delle piattaforme social

Gli scandali che hanno colpito Facebook sono la “cartina di tornasole” di come la vendita dei dati, e non il servizio offerto agli utenti, sia il vero “core business” delle piattaforme social. E le contromisure messe in atto da Facebook per difendere questo modello da attacchi esterni sono arrivate vicine al reato come dimostra l’ingaggio di una agenzia che avrebbe colpito alcuni critici con una campagna di disinformazione.

I social offrono uno spazio di incontro tra persone gratuitamente, sostituiscono le “piazze” e lo fanno organizzando tutto in cambio di poter spiare quelli che vi entrano, di poter analizzare i loro dati, di poterli vendere, di poterne disporre come meglio è funzionale al loro profitto, di poter fargli vedere la pubblicità che vogliono e perfino i post che vogliono.

I social hanno anche scoperto che per far entrare le persone nelle loro “piazze” virtuali e farle sfogare, facendole emergere per quello che sono e non per quello che vorrebbero dimostrarsi, bisogna stimolarle, farle arrabbiare, portarle “ad alzare la voce” o a dar voce agli istinti.

“Moderare” i post porta a rendere i social meno frequentati e le piattaforme non hanno questo come obiettivo, chiedono ai governi di farlo (soprattutto per non essere accusati di del contrario).

Il valore economico delle piattaforme social è il numero di utenti e questo li ha portati a concentrarsi solo su quello, niente filtri e niente barriere. Chiunque abbia lavorato e lavora alla “piattaforma” è spinto a portare nuovi utenti e fare in modo che nessuno vada via. Su questo si sono concentrati gli sforzi tecnologici e umani, gli investimenti. Anche quando significava fomentare e dare spazio a tesi e atteggiamenti offensivi, antistorici o di revisionismo storico, razzisti o xenofobi. Non ci sono ragionamenti complicati su questo.

Il business (redditizio) di fomentare odio e contrapposizione

Le piattaforme hanno scoperto che la contrapposizione estrema spinge le persone a coinvolgersi, li spinge ad intervenire e li tiene costantemente attaccati ai social facendogli scorrere la gran parte della giornata. Svuotandoli di dati (e svuotandoli di tempo) gli utenti possono essere “manipolati” verso comportamenti estremi, trasformarli in “branco”. E mentre accade questo i profitti delle “piattaforme” salgono, il loro valore misurato ad utente, ad interazione, ad impressione aumenta in borsa e nel mercato pubblicitario.

La crescita impetuosa delle piattaforme ha presentato diversi “alert” con episodi di furto di dati personali, sospetti di manipolazioni elettorali o di spianare la strada a movimenti xenofobi e nazifascisti. La politica comincia, da buon ultimo, ad accorgersi di cosa è accaduto e a spingere affinché le cose cambino, siano impedite posizioni dominanti nei media, posizioni monopolistiche, sfruttamento di dati e informazioni in modo gratuito.

Lo scaricabarile di Zuckerberg

Le piattaforme dovrebbero rimettere in discussione il loro modello di business e allora Zuckerberg interviene per dire che spetta alla “legge” acciuffare i “delinquenti” che proliferano nelle piattaforme.

Come se il padrone di una discoteca che fa enormi guadagni grazie ad un giro di droga a fiumi e belle ragazze facili chieda al governo di intervenire in modo che la polizia non debba chiedergliene conto per complicità o aumentare i suoi costi assumendo “buttafuori” per ripulire il locale.

Facebook e le altre piattaforme dovrebbero essere molto ben preparate ad impedire la diffusione di contenuti di odio o a proteggere i propri dati, spendono miliardi di dollari per algoritmi sempre più sofisticati di intelligenza artificiale e persone in grado di filtrare contenuti nonché cyber security. Il tema vero è che non ne hanno interesse, questo toccherebbe direttamente il loro core business che produce dati prelevati dagli utenti e viene misurato su quanti utenti interagiscono.

Per avere sempre nuovi dati è necessario che gli utenti si sentano chiamati ad intervenire con le loro opinioni, che queste si radicalizzino, che possano girare in modo virale immagini e video che richiamino l’inconscio profondo a venir fuori. “Ripulire” il locale vorrebbe dire anche che molti utenti cominciano a frequentarlo meno, si annoiano, non si trovano stimolati e coinvolti in ciò che li dentro accade.

L’algoritmo pubblicitario di Facebook discrimina per sesso, età, etnia

Che questa motivazione di business sia di per sé foriera di abusi o discriminazioni sui nostri dati emerge anche da un altro aspetto. La pubblicità di Facebook continua a essere discriminatoria per sesso, età ed etnia dei destinatari (questo nonostante la denuncia che ha fatto di recente l’US Department of Housing and Urban Development e i recenti tweak annunciati da Fb per risolvere).

Le ultime evidenze in uno studio della Northeastern University ci dicono per esempio che le offerte di lavoro per maestre d’asilo e segretarie apparivano in pubblicità di Fb soprattutto alle donne; quelle per custodi e taxi driver a minoranze etniche in particolare. Annunci per mutui per acquisti di casa favorivano i bianchi; ai neri apparivano più annunci di affitti.

L’idea, secondo i ricercatori, è che gli algoritmi, essendo animati da fini di business, pensano che otterranno più clic polarizzando l’offerta su specifici target. Questo, in base ai dati storici – con cui sono addestrati gli algoritmi – secondo i quali in passato, per esempio, ci sono stati più risposte da donne per quel tipo di lavoro (e conseguenti assunzioni) e più interesse da bianchi per l’acquisto di casa. Il problema è che in questo modo gli algoritmi non fanno altro che esacerbare i gap presenti nella società, perpetuando e peggiorando le discriminazioni esistenti.

Se è vero – ad esempio – che a fare le segretarie vanno più spesso le donne che gli uomini, da un’offerta pubblicitaria su una grande piattaforma ci aspettiamo che sia socialmente neutrale, perché si combatta – invece che si peggiori – questo squilibrio nella domanda-offerta di lavoro. Del resto, quei dati iniziali sono così polarizzati anche perché a loro volta frutto di discriminazioni e squilibri nella società. Minoranze e donne si trovano svantaggiati nell’accesso a certi lavori o offerte a volte solo per colpa di pregiudizi sociali, quindi i dati descrivono questa situazione; se gli algoritmi in base a questa realtà tornano a sfavorire quelle categorie si ingenera un circolo vizioso paradossale di ulteriore discriminazione.

Facebook, Google e Amazon vanno smembrate?

Chiedere alle piattaforme di riformarsi è impossibile, ormai da sempre più voci (conservatori e progressisti) si chiede di limitarne lo strapotere (perfino quello di condizionare il voto), di poter selezionare le informazioni da mostrare ai loro utenti secondo criteri sconosciuti minando la democrazia e di evitare che possano proliferare delle aggregazioni tali da rafforzare l’oligopolio che già ha fatto saltare qualsiasi libera scelta dei cittadini su prodotti e servizi. Questo dibattito è molto forte negli USA (dove ad esempio Elizabeth Warren, candidata alle primarie democratiche, propone di dividere Facebook, Amazon e Google), in UK (dove i conservatori chiedono misure anti-monopolistiche) e in molti altri paesi.

Ma notevole anche il nuovo interesse dell’amministrazione americana Trump per la privacy, fino a ieri sottovalutata: ora al lavoro per una riforma delle norme privacy mirando a una norma federale che non si discosti troppo dal Gdpr europeo.

Sì, sarebbe impensabile ormai una internet senza social, grazie a loro molte persone hanno conosciuto la rete. Si tratta di comprendere in che modo è possibile dar vita a piazze diverse, non controllate da poche aziende e in cui non ci si debba sentire spiati in ogni minimo comportamento e movimento o indotti a prendere parte a “risse online”. Oggi non è così, ogni nostro movimento è considerato utile a tracciare il nostro profilo e a trasmetterlo a chi vuole venderci un prodotto o “dominarci” distraendoci dai problemi reali, ad esempio come è accaduto in Myanmar dove i militari hanno potuto incitare all’odio fino a trasformarlo in genocidio, un crimine al quale facebook non ha saputo opporre resistenza.

Perché questo modello di social non funziona (ma in Italia non se ne discute)

Appare sempre più evidente che questo modello di social non sta funzionando, che l’enorme accumulo di dati analitici si sta intrecciando tra piattaforme in modo non sempre chiaro, che il business principale non sia più vendere pubblicità targetizzata ma estrarre dati per farne usi sempre più “border line” con il lecito, come dimostra Cambridge Analitica.

In Italia questo è un dibattito assente dalla politica e in molti casi perfino dai mass media. Alcuni come il sottoscritto sottolineano da tempo i rischi ma il nostro Paese continua ad essere fuori da una riflessione e un dibattito internazionale. Alla fine verranno prese delle decisioni, sarà probabilmente il governo USA che provvederà ad applicare lo Sherman Act o l’Europa con una nuova edizione delle leggi sulla privacy (che per ora non sembra siano così efficaci) e qualche multa.

Sempre che i flussi di denaro che vanno dalle piattaforme alla politica non siano così tanti da scongiurare un intervento di quest’ultima. Decisioni che noi italiani subiremo mentre sarebbe necessaria una maggiore proattività, una maggiore capacità di governare i fenomeni anziché esserne investiti, una maggiore consapevolezza che ci parteciperà alla scrittura delle nuove regole di internet disegnerà il modo in cui funzionerà la nostra economia e la nostra vita sociale per i prossimi venti anni.

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