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Autoritarismo digitale, così il “modello Cina” sta conquistando anche l’Occidente

Dall’Onu al WTO, dalla World Internet Conference ai corpi internazionali di definizione degli standard (3GPP, ITU), Pechino non perde occasione per spingere l’agenda nazionale di una rete sempre più controllata, censurata e sorvegliata. E molti Governi sembrano tentati dal riproporne il modello. Ecco i rischi

21 Set 2020
Emmanuele Somma

Comitato dei Requisiti del Voto in Democrazia


L’autoritarismo digitale cinese è una realtà che diviene ogni giorno più evidente e che non si può considerare solo un problema interno cinese: il campo di battaglia è la rete globale di internet e gli strumenti sono sempre più sofisticati e invasivi, oltre che importati e implementati da molti governi nazionali che intendono imitare modelli simili.

Vediamo i molti risvolti di questo autoritarismo digitale, anche sulla base del recente report, dello staff democratico per il Comitato delle Relazioni Estere del Senato degli Stati Uniti, presentato dal senatore Robert Menendez, che esamina il ruolo e l’impegno del Partito Comunista Cinese (PCC) in questa partita, che non si gioca solo all’interno della Cina ma in tutti i paesi, anche quelli occidentali che ne condividano metodi e sistemi.

Internet è il campo di battaglia

Huawei, TikTok,WeChat, ZTE, Alibaba, Badoo e altre realtà legate al PCC che solo fino a qualche anno fa, segregate all’interno della Grande Muraglia digitale cinese, venivano viste al più come cloni di bassa qualità degli equivalenti occidentali, hanno iniziato a costruire una tela di interessi sui mercati globali che vanno oltre quelli commerciali. Interessi che portano all’estensione del modello autoritario cinese.

Grazie ai costi ridotti dell’hardware (spesso ottenuti grazie a cospicui investimenti pubblici e all’assenza di tutele sindacali nel lavoro e salari minimi) e la facilità di sviluppo software, i prodotti cinesi hanno prima conquistato i mercati meno appetibili alle imprese occidentali, in America Latina, Asia e Africa, e ora stanno iniziando ad espandersi in occidente.

Le imprese di tecnologia cinesi, i cui prodotti erano considerati di scarsa qualità, hanno superato il divario tecnologico grazie alla combinazione di cospicui investimenti economici governativi e regolazione protezionistica che ha permesso di tenere lontana la concorrenza occidentale sul mercato interno di 1,6 miliardi di cinesi. E forse anche, questa è una esplicita accusa del governo americano, grazie al furto della ricerca altrui.

Lo scontro economico globale per la dominazione sul mercato tecnologico non è il problema, ma lo è il fatto che, tramite i prodotti a basso costo cinesi, industrie e governi stiano importando un modello autoritario di gestione del rapporto con gli utenti e i cittadini: il modello del Partito Comunista Cinese.

Il PCC ha sviluppato un modello coerente che porta all’autoritarismo in campo digitale mettendo assieme un complesso di strumenti tecnologici, regolazioni legislative, e interventi politici in quattro aree:

  • una stretta sorveglianza dei cittadini cinesi entro le frontiere;
  • inibizione all’accesso e sfruttamento dei dati esteri nel dominio digitale cinese;
  • implementazione di regolamentazioni autoritarie nel ciberspazio domestico e pressione lobbistica per l’estensione all’intera Internet;
  • Politiche protezionistiche ed enormi investimenti pubblici nell’industria tecnologica per assicurare un futuro dominante al Partito anche all’esterno del paese.

Tecnologia per la censura

Già dai primi anni ‘90 il PCC ha stabilito un dominio, che progressivamente si è sempre più basato su componenti tecnologiche, sulla propria popolazione interna per evitare che venisse esposta a fonti non controllate di informazione tali da minare il controllo del Partito sullo stato cinese.[1] Il progetto denominato Scudo Dorato realizzato dal Ministero della Pubblica Sicurezza, ha debuttato nel 2000.[2] È stato chiamato anche “Il Grande Firewall Cinese”, in emulazione con la Grande Muraglia Cinese. È la base di tutti gli sforzi di censura governativa per impedire l’accesso a Internet ai cittadini cinesi e si è progressivamente aggiornato includendo strumenti sempre più sofisticati di riconoscimento e filtraggio delle informazioni che sono considerate per l’Internet cinese. Questi strumenti spaziano da meccanismi tecnici, come l’avvelenamento del DNS, il blocco dell’uso di reti private virtuali (VPN) e il blocco degli indirizzi IP, a una supervisione umana, attraverso una vera e propria polizia di frontiera digitale impiegata dal Ministero della Pubblica Sicurezza che analizza e blocca manualmente i contenuti impropri. Già da alcuni anni sono stati sperimentati con successo strumenti di Intelligenza Artificiale e Machine Learning in questa operazione di censura della frontiera digitale.

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L’impegno tecnologico del governo cinese è completato da quello legislativo che rende legittimi questi strumenti, sempre più incisivi e pervasivi, via via che si perfezionano. Poi propaganda e repressione fanno il resto.

Le riprese video sono sempre state lo strumento principale del Partito per sorvegliare i cittadini, non è quindi strano che alcune imprese cinesi siano diventate leader nell’industria della video sorveglianza: Hikvision[3] e Dahua[4] insieme controllano un terzo dell’intero settore. Si stima che abbiano già installato 200 milioni di telecamere e si prevede che arrivino a 560 milioni entro il 2021 (una ogni 4 cittadini).

La video-sorveglianza del passato ha già lasciato il posto all’integrazione con tecnologie di riconoscimento facciale e intelligenza artificiale.[5] Anche se la tecnologia non è necessariamente ancora matura e affidabile, il governo sta già aggregando enormi database biometrici, non solo facce, ma anche campioni di DNA, registrazioni audio, impronte digitali e analisi del sangue. In alcuni casi le registrazioni biometriche, come quelle vocali, video e delle impronte digitali, sono acquisite attraverso l’imposizione dell’uso di app sugli smartphone che raccolgono queste, e molte altre, informazioni dagli ignari utilizzatori.

La Cina già utilizza attivamente queste tecnologie nella regione autonoma di Xinjiang o, più propriamente Est Turkestan, in cui la popolazione uigura di religione musulmana, genericamente accusata di terrorismo, viene attivamente colpita da una dura repressione in cui l’aspetto tecnologico sta avendo un ruolo determinante realizzando il primo laboratorio al mondo di tecno-repressione su base etnica.[6]

Per fare un esempio, le telecamere a riconoscimento facciale controllano i percorsi obbligati della popolazione di etnia non cinese negli spostamenti da casa al lavoro e uno scostamento di anche solo 300 metri dal percorso predefinito fa scattare un allarme nella centrale della polizia.[7]

Anche le telecomunicazioni sono sottoposte a sorveglianza attraverso l’imposizione di applicazioni (JingWang è la più nota), che registrano senza limiti le attività compiute sugli smartphone. Anche in questo caso attività potenzialmente pericolose prevedono l’allerta delle forze di polizia. La centralizzazione di tutte queste informazioni in database sempre disponibili all’analisi dei comportamenti ha esteso senza misura il potere dello stato autoritario. Il risultato è l’arresto e l’internamento in campi di rieducazione di centinaia di migliaia di Uiguri nell’intero paese.[8]

Alla conquista dell’Occidente

L’impegno senza precedenti del Partito nel supportare gli sforzi dell’innovazione nelle telecomunicazioni, ed in particolare nelle reti di nuova generazione (5G), ha posto le aziende cinesi nelle migliori condizioni commerciali per competere su tutti i mercati della filiera, dai terminali utente ai satelliti, all’elevato numero di brevetti, a operare nella maggior quantità di paesi e ad essere completamente dominante in alcune intere regioni (specie in Africa, Asia e America Latina). Huawei è il secondo produttore al mondo di smartphone, dietro Samsung e davanti Apple, ma l’impegno per ricerca e sviluppo dell’azienda cinese (generosamente sostenuto dal governo cinese) sorpassa ampiamente quello di ogni altro concorrente.

I successi commerciali cinesi sul libero mercato (spesso ottenuti grazie a vere e proprie operazioni di dumping) non fanno che aprire la strada alla cessione degli interi stack tecnologici che ripropongono il modello autoritario raffinato all’interno della Cina.

In Zimbabwe il governo ha ingaggiato la startup cinese CloudWalk per condurre un programma di sorveglianza di massa basata sul riconoscimento facciale. Nelle Mauritius, Huawei garantirà l’installazione di oltre 4000 telecamere per le forze di polizia. In Kenya fornirà la consulenza per il piano governativo sull’ICT. In Zambia oltre un miliardo di dollari saranno sul piatto di una gigantesca commessa pubblica che mette assieme telecomunicazioni, broadcasting e sorveglianza. In Venezuela, il governo di Nicolas Maduro aveva permesso a ZTE di effettuare una estesa operazione di controllo sociale e profilazione attraverso una carta d’identità elettronica (Carnet de la Patria) che era persino collegata al sistema di voto elettronico. Anche Uzbekistan, Kyrgyzstan, Ecuador e Pakistan si sono rivolti alle imprese cinesi per progetti simili.

Esportare il regime nel mondo

La guerra cinese per instaurare un autoritarismo digitale non si combatte però solo sul fronte del mercato ma, e forse principalmente, su quello della regolazione internazionale. La Cina è in prima fila dovunque sia possibile istituzionalizzare regole e norme che tollerino e supportino una visione autoritaria del mondo digitale.

Dalle Nazioni Unite (UN) all’Organizzazione del Commercio Mondiale (WTO), dalla World Internet Conference ai corpi internazionali di definizione degli standard tecnici come la 3GPP o l’ITU, i funzionari cinesi non perdono occasione per spingere l’agenda nazionale di una Internet sempre più controllata, censurata e sorvegliata.

Il punto di arrivo di questa strategia è la proposta di un nuovo protocollo IP, denominato “New IP”, studiato all’interno dell’ITU, dove gli emissari cinesi hanno una solida maggioranza, Un nuovo protocollo, studiato da Huawei, che oltre a ragionevoli miglioramenti dell’ormai antiquato protocollo IP, aggiunge un comodo strumento di silenziamento dell’intera rete per un indirizzo specificato, in modo da poter zittire un qualsiasi utente o sistema non gradito senza troppo penare. “New IP” richiede inoltre l’identificazione e l’autorizzazione non solo per i sistemi e i terminali, ma perfino degli umani che si affacciano sulla rete, il che permette con grande semplicità quello che già oggi il regime cinese (a prezzo di molto impegno) impone ai propri cittadini, ovvero il collegamento tra il proprio profilo di navigazione su Internet e le informazioni personali (comprese quelle biometriche) registrate dal Ministero della Pubblica Sicurezza.[9]

Conclusioni

Le continue richieste di controllo e ordine, talvolta ingenue e poco meditate, da parte dei governanti sono il terreno fertile nel quale ciò che appare un semplice acquisto tecnologico possono far germogliare concrete soluzioni autoritarie.

Mai come in questo momento la difesa dei diritti, primo tra tutti quello alla privacy e all’anonimato, nonché le richieste di trasparenza sulla decisioni a livello di gestione pubblica diviene determinante per evitare che si giunga troppo tardi ad accorgerci che gli strumenti dispiegati sul campo sono ben più invasivi di quello che appaiono a prima vista.

  1. Ping Punyakumpol, “The Great Firewall of China: Background,” Torfox (A Stanford Project), Stanford University, June 1, 2011, https://cs.stanford.edu/people/eroberts/cs181/projects/2010- 11/FreedomOfInformationChina/the-great-firewall-of-china-background/index.html; Nina Hachigian, “China’s Cyber- Strategy,” Foreign Affairs (Mar./Apr. 2001).
  2. Ping Punyakumpol, “The Great Firewall of China: Background,” Torfox (A Stanford Project), Stanford University, June 1, 2011
  3. Hangzhou Hikvision Digital Technology Company
  4. Zhejiang Dahua Technology Company
  5. Emily Feng, “How China Is Using Facial Recognition Technology,” NPR, Dec. 16, 2019
  6. Paul Mozur, “One Month, 500,000 Face Scans: How China is Using A.I. to Profile a Minority,” The New York Times, Apr. 14, 2019.
  7. Adile Ablet & Alim Seytoff, “Authorities Testing Facial-Recognition Systems in Uyghur Dominated Xinjiang Region,” Radio Free Asia, Jan. 25, 2018.
  8. Reportage della BBC sui campi segreti di rieducazione degli Uiguri: China’s hidden camps – What’s happened to the vanished Uighurs of Xinjiang? By John Sudworth;Andrew Marr all’ambasciatore cinese nel Regno Unito: “cosa sta succedendo in Xinjiang?”
  9. China, Huawei propose internet protocol with a built-in killswitch – New IP sounds good in some ways, but might help authoritarian crackdowns di Jon Fingas https://www.engadget.com/2020-03-30-china-huawei-new-ip-proposal.html
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