Copasir: Italia nel mirino del terrorismo jihadista. I fronti da sorvegliare - Agenda Digitale

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Copasir: Italia nel mirino del terrorismo jihadista. I fronti da sorvegliare

Dopo la ritirata delle truppe Nato dall’Afghanistan, riemerge in tutta la sua forza la minaccia terroristica di stampo jihadista. Anche l’Italia è nel mirino e occorre approntare le necessarie contromisure per salvaguardare sia gli spazi fisici che quelli virtuali

19 Nov 2021
Marco Santarelli

Chairman of the Research Committee IC2 Lab - Intelligence and Complexity Adjunct Professor Security by Design Expert in Network Analysis and Intelligence Chair Critical Infrastructures Conference

A seguito del ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan, ora si teme per l’Italia una minaccia terroristica di stampo jihadista. A lanciare l’allarme è stato il Copasir, sottolineando come la minaccia non sia limitata ai luoghi fisici, ma riguardi anche e soprattutto lo spazio digitale.

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L’allarme del Copasir

Lo scorso agosto abbiamo assistito alla ritirata ufficiale delle ultime truppe statunitensi e della coalizione NATO dall’Afghanistan, presenti sul territorio dal 2001. Con il ritiro delle truppe, i talebani hanno ripreso lotte e guerre che erano in corso già da anni prima degli attentati del 2001, e sono tornati più agguerriti e militarmente forniti che mai. L’unica zona del Paese che era rimasta davvero sotto il controllo del governo era la capitale Kabul, dove erano presenti rappresentanti internazionali e armate straniere per la difesa dell’aeroporto internazionale Hamid Karzai, che poteva passare sotto il controllo dell’esercito turco. A metà agosto anche Kabul è stata conquistata dai talebani.

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Secondo il presidente del Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Adolfo Urso, la situazione afgana può scatenare una nuova chiamata alle armi per il riemergere della minaccia terroristica di stampo jihadista. Bisogna, pertanto, strutturare un intervento legislativo “per fermare i lupi solitari”, per essere pronti in caso di nuova chiamata alle armi, dopo gli ultimi accadimenti dall’Afghanistan. Ne ha parlato in Parlamento in occasione della “Relazione su una più efficace azione di contrasto alla radicalizzazione di matrice jihadista”, che ha avuto come relatori i deputati Enrico Borghi (Pd) e Federica Dieni (M5s): il documento è stato approvato e poi trasmesso alle presidenze di Camera e Senato.

Il terrorismo dei “lupi solitari”

Secondo l’ultimo rapporto Europol, l’EU Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT) 2021, gli Stati membri dell’UE hanno segnalato un totale di 57 attacchi terroristici completati, falliti e sventati nel 2020. Il Regno Unito ha riportato 62 incidenti terroristici e la Svizzera due probabili attacchi terroristici jihadisti. Il numero di attacchi terroristici negli Stati membri dell’UE nel 2020 è paragonabile al 2019 (119, di cui 64 nel UK), ma in calo rispetto al 2018 (129, di cui 60 nel Regno Unito). In totale, 21 persone sono state uccise in attacchi terroristici nell’UE nel 2020. Tre persone sono morte nel Regno Unito e uno in Svizzera. Con l’eccezione dell’omicidio mirato di un insegnante di scuola in Francia, le vittime fatali sembrano essere state scelte a caso come rappresentanti delle popolazioni identificate come nemici per motivi ideologici.

Sono anche questi numeri a riportare l’attenzione sulla questione terroristica di matrice jihadista, che sembra essere stata accantonata a livello mediatico, ma che merita di non essere sottovalutata, in particolare, appunto, per gli ultimi sviluppo geopolitici.

“La caduta di Kabul ha costituito un punto di svolta molto preoccupante. I gruppi terroristici organizzati sono sempre più attivi lungo il Sahel, che è il confine del Mediterraneo allargato, lì c’è la vera frontiera dell’Europa ed è anche l’area da cui parte il processo migratorio che investe direttamente il nostro Paese”, ha dichiarato Urso.

Il presidente del Copasir ha riflettuto anche sul modus operandi delle celle terroristiche, ponendo l’accento sul vantaggio di agire tramite organizzazioni, che quindi hanno necessità di comunicare tra loro, e gli attacchi terroristici dell’11 settembre hanno permesso all’Occidente di attrezzarsi di conseguenza.

Le forze di intelligence hanno maggiore possibilità di ricostruire la rete criminale e prevenire eventuali attacchi. Il problema si pone, come detto in precedenza, nel caso dei singoli, che sono stati gli autori degli attacchi più recenti, dalle modalità più “creative”. Un esempio, quello di Ali Harbi Ali, il giovane somalo che ha pugnalato a morte il deputato conservatore David Amess.

Il terrorismo sul web

L’allarme che il Copasir ha deciso di lanciare non riguarda solo i luoghi fisici, ma anche e soprattutto lo spazio digitale. Se, infatti, in passato erano i luoghi di culto, i luoghi pubblici, i mezzi pubblici, i primi bersagli di attacchi terroristici, oggi il campo di battaglia è sempre più il web. Per questo motivo il Copasir vuole far sì che il Codice penale italiano equipari la detenzione di materiale di propaganda terroristica jihadista alla detenzione di quello pedopornografico, e quindi che venga considerato reato. Urso, in merito, ha dichiarato che “Se la semplice detenzione di materiale jihadista venisse considerata reato, anticiperemmo la soglia di punibilità, facilitando l’espulsione. Solo così riusciremo a fermare lo spontaneismo armato del terrorista che si radicalizza in casa”.

Il dossier Viminale 2021 parla di 71 espulsioni e 144 foreign fighter monitorati da primo agosto 2020 al 31 luglio 2021.

La relazione presentata in Parlamento denuncia anche la necessità di creare “programmi culturali che sappiano disegnare percorsi di interrelazione tra religioni e culture. La lotta al terrorismo e la necessità di introdurre nuove strategie per l’integrazione, oltre al rafforzamento di quelle esistenti, configurano un tracciato unico il cui fine, nel fronteggiare l’islamizzazione del radicalismo’, è quello di scardinare i presupposti di questa forma di estremismo”.

Jihad e USA

Anche l’intelligence USA teme che vi possano essere nuovi attacchi, in seguito alla caduta dell’Afghanistan in mano ai talebani, e sa anche da parte di chi: l’Isis-k. Ovvero una costola dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante attivo in Asia meridionale e in Asia centrale. Anche se ufficialmente tutti negano l’esistenza che vi siano varie connessioni, si è abbastanza sicuri che questo ramo terroristico ha dentro un’organizzazione che mira a far crescere i bambini con l’idea del nemico americano e che si nutre delle stesse abitudini e azioni. La loro ferocia è già nota. D’altronde sono gli stessi che hanno compiuto l’attentato a Kabul non risparmiando civili afgani, anche bambini.

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