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sicurezza e occupazione

Cyber security, l’urgenza di un piano speciale per la formazione superiore e la ricerca

Un piano speciale per lo sviluppo di formazione superiore e ricerca in cyber security e l’istituzione del Centro Nazionale di Ricerca e Sviluppo per la Cybersecurity: sono i pilastri necessari per creare una forza lavoro in grado di affrontare le sfide del futuro e per rendere l’Italia una Smart Nation a tutti gli effetti

17 Gen 2019

Rocco De Nicola

IMT – Scuola Alti Studi Lucca

Paolo Prinetto

Politecnico di Torino


La formazione superiore in cyber security avrà unruolo centrale nei prossimi anni per sostenere l’occupazione, oltre ad avere importanti ripercussioni in termini di difesa e sicurezza nazionale.

Al momento, infatti, si registra nel nostro Paese una forte carenza di docenti e ricercatori in questo settore ed è per questo che serve un piano speciale per lo sviluppo della formazione superiore e della ricerca in cyber security e l’istituzione del Centro Nazionale di Ricerca e Sviluppo per la Cybersecurity, già previsto dal precedente governo.

Solo seguendo queste direttrici sarà possibile rendere realtà le affermazioni fatte nei giorni scorsi dal ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio che, intervenendo agli Stati generali di Consulenti del lavoro, si è detto convinto che “…un nuovo boom economico potrebbe rinascere: negli anni ’60 avemmo le autostrade, ora dobbiamo lavorare alla creazione delle autostrade digitali”, ha affermato . E ha continuato “Il lavoro è la grande sfida che dobbiamo affrontare. L’Italia deve essere in prima linea in questo clima di cambiamento globale”.

Digitale e occupazione: cosa deve fare il Governo

Siamo d’accordo con lui sulle potenziali ricadute occupazionali del digitale, riteniamo però che il tutto non succederà per inerzia: è necessario che il Governo faccia scelte che incoraggino investimenti sul digitale, forniscano stimoli ai cittadini a utilizzare strumenti digitali e garantiscano loro sicurezza nell’utilizzo di tali strumenti nella vita quotidiana per comunicare, acquistare, lavorare.

Perché quanto detto sopra diventi possibile, è necessario che il Governo continui a investire non solo sulle infrastrutture per il digitale ma anche in formazione e ricerca in questo settore.

Per continuare il paragone con gli anni ’60, va detto che allora si fecero sì investimenti sulle autostrade, ma se ne fecero altrettanti, se non di più, sulla formazione, ad esempio aumentando significativamente sia le possibilità di accesso ai diversi livelli della formazione, dalle Scuole Elementari alle Università, sia il numero complessivo dei docenti.

Specificatamente nelle Università, per alcune discipline ritenute fondamentali per lo sviluppo, furono fatti grossi investimenti. Ci riferiamo in particolare alla Chimica, che sulla spinta delle ricerche di Giulio Natta, che ricevette il premio Nobel per le scoperte nel campo della chimica e della tecnologia dei polimeri, fu oggetto di un piano straordinario per l’assunzione di ricercatori e professori universitari. Questi ricercatori e professori diventarono così motori dello sviluppo di tante aziende che contribuirono significativamente all’aumento dei livelli occupazionali e successivamente, grazie a un circolo virtuoso attraverso i consumi, a significativi sviluppi anche in altri settori.

Formazione in cyber security come obiettivo nazionale

Ebbene, noi riteniamo che per ottenere i risultati che il ministro per lo sviluppo economico auspica sia necessario fare investimenti analoghi nella formazione digitale e soprattutto in cyber security. Tra l’altro, questi investimenti permetterebbero di contribuire a ridurre una carenza di forza lavoro a livello planetario. Di fatti, una compagnia statunitense specializzata ha analizzato, nel 2018, i dati sull’occupazione provenienti da media, analisti, fornitori, governi e organizzazioni a livello globale; da questi dati è emerso che ci saranno 3,5 milioni di posizioni di cyber security non occupate entro il 2021. Una simile analisi di un’altra azienda, nel 2016, aveva previsto uno “skill shortage” di 2 milioni per il 2019.

L’Italia più di altri paesi avanzati soffre di questo skill shortage, per la presenza di pochi professori esperti della materia e per il fatto che spesso i nostri studenti trovano impiego oltre confine a condizioni molto migliori di quelle che vengono loro offerte in Italia. La formazione in cyber security viene oggi considerata un obiettivo nazionale negli Stati Uniti e in vari altri paesi, con implicazioni per la difesa nazionale e la sicurezza interna. A titolo di esempio, il National Center of Academic Excellence in Information Assurance/Cyber Defense statunitense svolge un ruolo governativo fondamentale nello sviluppo di standard per l’educazione alla sicurezza informatica e accompagna la definizione e la notevole crescita di corsi di cyber security in università, college e altre istituzioni.

Perché un piano speciale di ricerca e formazione in cyber security

Le figure professionali con specifiche competenze di cyber security che servono sono molteplici e vanno dal laureato triennale che padroneggia gli strumenti di base per la difesa informatica, al laureato magistrale che ha competenze e le metodologie atte a garantire una visione di sistema e necessarie per presidiare contesti eterogenei e in continuo cambiamento, al dottore di ricerca che garantisce visione, anticipa i cambiamenti e contribuisce alla formazione di nuovi esperti e allo sviluppo di nuovi strumenti di difesa ed eventualmente alla creazione di nuove aziende.

Al momento, però, il numero dei docenti e ricercatori di cybersecurity in Italia è troppo basso e le università e gli Enti di Ricerca hanno serie difficoltà ad attivare, in autonomia, appropriati programmi sia di ricerca sia di didattica. Inoltre, nelle università, la presenza di requisiti minimi in termini di personale docente imposti dalla normativa vigente rende difficile l’attivazione di nuovi corsi di studio o di dottorato in cyber security, in quanto per farlo bisognerebbe chiudere alcuni dei corsi già esistenti.

Per ovviare a questi problemi, Il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, seguendo l’esempio dei paesi più avanzati, dovrebbe definire un piano speciale che, partendo dall’attuale situazione di emergenza, preveda l’assegnazione di risorse specifiche, distribuite sul territorio nazionale, in termini di docenti, ricercatori, e finanziamenti di progetti di ricerca per lo sviluppo della formazione superiore e della ricerca in cyber security. Questo potrebbe da un lato evitare l’emigrazione dei nostri ricercatori e, dall’altro, incoraggiare e facilitare il rientro o la venuta dall’estero di ricercatori altamente qualificati.

Con opportuni finanziamenti, le singole università potranno:

  • ripensare i curriculum dei corsi di base in informatica e ingegneria informatica, introducendo la dimensione della sicurezza fin dall’inizio del percorso di studi;
  • attivare nuovi corsi di laurea magistrali e di dottorato in cyber security;
  • definire nuovi master che puntino a riqualificare sulle tematiche di cyber security anche personale già in organico negli enti e nelle aziende.

Incentivare la scelta di discipline scientifiche e tecnologiche

La definizione di questi nuovi programmi deve però tenere conto del basso numero di studenti che attualmente scelgono discipline scientifiche e tecnologiche, le cosiddette materie STEM (dall’inglese Science, Technology, Engineering and Mathematics) e deve perciò essere accompagnata da opportune campagne di informazione finalizzate ad attrarre un numero maggiori di giovani, presentando loro le possibilità di carriera e gli aspetti stimolanti delle attività in cyber security. Particolare attenzione deve essere dedicata alla promozione della partecipazione femminile, sfatando il principio per cui la cyber security è un dominio per soli uomini.

Investire nella formazione e nell’addestramento in cyber security fornisce una risposta unica a molteplici problemi del sistema Paese e si rende indispensabile nell’ambito della progressiva digitalizzazione promossa dal piano Impresa 4.0. Formare le nuove generazioni innescherà un processo virtuoso in cui la classe dirigente e i tecnici del futuro avranno le competenze, il bagaglio culturale e le capacità operative necessarie per confrontarsi con le sfide tecnologiche e scientifiche che cambieranno le nostre vite nei prossimi decenni, mettendo in atto le necessarie iniziative per adattarsi ai continui cambiamenti e ai rischi che ci aspettano in futuro.

Solo un piano straordinario per l’assunzione di ricercatori e professori universitari che si occupano di cybercsecurity e, in generale, di trasformazione digitale in tutte le sue componenti – giuridiche, economiche e soprattutto tecnologiche – può aumentare la velocità di creazione della forza lavoro necessaria per difendere il paese, le aziende, i cittadini da attacchi diventano sempre più sofisticati e pericolosi. Questi investimenti andrebbero accompagnati dall’istituzione del Centro Nazionale di Ricerca e Sviluppo per la Cybersecurity, già previsto in un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del febbraio 2017. Una tale struttura centralizzata, multidisciplinare, potrebbe attrarre ricercatori e investitori pubblici e privati per sviluppare ricerche di punta su tematiche di interesse strategico nazionale nel settore cyber ed erogare servizi ad alto contenuto innovativo verso le organizzazioni governative, la PA e il sistema della ricerca. Con ovvie ricadute sui livelli occupazionali.

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