A volte non è necessario disattivare server e oscurare siti per attuare il controllo dell’informazione: si può sempre ricorrere ai metodi tradizionali come l’esercizio della forza sui giornalisti. E l’accusa di disinformazione, quando non supportata da prove concrete, può essere strumentalizzata dal potere per danneggiare reputazioni, reprimere e incriminare. In questo modo, in Egitto nei giorni scorsi, l’intera redazione di Matsadaash, piattaforma di fact-checking e giornalismo investigativo, è stata smantellata fisicamente, con l’accusa di spargere disinformazione per conto dei Fratelli Musulmani. I giornalisti hanno respinto le accuse e hanno denunciato di aver subito torture all’Agenzia di sicurezza nazionale, l’agenzia di intelligence interna egiziana.
La vicenda ha portato alla movimentazione internazionale da parte delle associazioni di categoria dei giornalisti e delle organizzazioni per la libertà di stampa, ma anche della politica. Al di là della cronaca, tuttavia, questo fatto offre due chiavi di lettura interessanti da affrontare anche per l’Europa. La prima è il legame tra media indipendenti e potere. Un tema che, alla vigilia del ventesimo anniversario dell’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja e in uno scenario di disinformazione endemica nel contesto della guerra ibrida, è purtroppo sempre più caldo.
La seconda è legata alla sicurezza internazionale e riguarda l’equilibrio interno all’Egitto, Paese strategico per posizione, risorse e relazioni, in quanto le tensioni potrebbero offrire uno spiraglio al fantasma degli esiliati Fratelli Musulmani, le cui attività sono al centro anche della “Risoluzione del Parlamento europeo sulla necessità di una strategia dell’UE per contrastare l’entrismo islamista e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani” la cui discussione è in calendario questa settimana al Parlamento UE.
Indice degli argomenti
Giornalisti arrestati in Egitto, cos’è successo
I giornalisti arrestati sono Mohamed Ashraf, Mohamed Adel, Islam Barakat, Mohamed Mahmoud, Omar Helal e Abdallah Qadri che lavorano a Matsadaash, la cui testata si traduce letteralmente con “Non crederci”. L’accusa a loro carico, confermata da un comunicato ufficiale del Ministero dell’Interno egiziano, è di fare misinformazione per conto dei Fratelli Musulmani, organizzazione dichiarata illegale in Egitto dal 2013.
Precisamente, nel suo comunicato, il Ministero dell’Interno egiziano ha definito il sito una pagina non autorizzata, amministrata dall’estero e collegata all’apparato mediatico dei Fratelli Musulmani, accusando il gruppo di produrre notizie false in cambio di finanziamenti.
La redazione, che è legalmente assistita dall’ONG Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), ha respinto le accuse. Anzi, come riporta Reuters, in una dichiarazione ha rimandato ad articoli contenenti rettifiche a informazioni errate diffuse da media veramente legati alla Fratellanza. Uno dei giornalisti arrestati, Ashraf, è stato ufficialmente incriminato con l’accusa di far parte di un gruppo terroristico e di pubblicare fake news, al termine di un interrogatorio durato dalle 22 alle 8 del mattino di domenica come riporta The Guardian.
Le proteste
La vicenda ha portato alla protesta del sindacato dei giornalisti in Egitto, che ha svolto un sit-in, e alla movimentazione internazionale da parte delle organizzazioni per la libertà di stampa, delle associazioni di categoria dei giornalisti e dei politici, in tutto il mondo compresa l’UE: “Chiediamo alle autorità egiziane la loro immediata liberazione. La libertà di stampa non può essere considerata un crimine. Il giornalismo investigativo, la verifica delle notizie e il diritto dei cittadini a essere informati sono elementi essenziali di una società libera”, hanno dichiarato gli eurodeputati del Pd Cecilia Strada, Sandro Ruotolo e Marco Tarquinio in una nota ripresa da Ansa.
Il costo pubblico di una redazione spenta
Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières, l’Egitto è al posto 169 su 180 Paesi per la libertà di stampa. Il numero dei giornalisti detenuti varia tra le organizzazioni per criteri e tempi di aggiornamento; il Committee to Protect Journalists ne indicava 25 dopo gli arresti. Conta soprattutto la dinamica: l’analisi globale di RSF include l’Egitto tra i Paesi in cui il ricorso alla sicurezza nazionale alimenta la criminalizzazione del giornalismo.
Per la governance digitale il caso di Matsadaash fissa un criterio concreto. Il contrasto alla disinformazione è credibile solo se la falsità contestata viene indicata e provata, il controllo è indipendente, le misure sono proporzionate e resta possibile ricorrere a un giudice. Se l’accusa investe in blocco una redazione, le fonti e il metodo editoriale, la regolazione non migliora la qualità dell’informazione, anzi riduce il numero di soggetti capaci di verificarla. In un ecosistema già povero di pluralismo, reprimere chi controlla i fatti rende più difficile distinguere l’errore dalla propaganda.
La disinformazione endemica nei conflitti ibridi
Il caso, inoltre, offre l’occasione di affrontare il legame tra media indipendenti e potere in una fase in cui l’informazione è diventata parte dell’infrastruttura dei conflitti e la disinformazione è endemica. Nella guerra ibrida infatti propaganda, disinformazione, operazioni di interferenza e manipolazione e strumenti giudiziari concorrono a delimitare ciò che può essere verificato, raccontato e discusso. Una redazione online può restare tecnicamente accessibile e perdere tuttavia la capacità di lavorare se i giornalisti vengono arrestati, le fonti intimidite, le licenze contestate o i canali di finanziamento interrotti.
Alla vigilia del ventesimo anniversario dell’omicidio di Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006, questa dinamica assume un significato anche simbolico. La morte della giornalista rappresenta l’esito estremo della violenza contro chi indaga sul potere. Non c’è, ovviamente, un legame con la vicenda in corso in Egitto, tuttavia è importante riflettere sulla vulnerabilità del giornalismo quando le autorità trattano l’informazione indipendente come una minaccia alla sicurezza. In questo quadro, difendere i media autonomi significa proteggere una funzione pubblica: verificare le versioni ufficiali, documentare gli abusi, conservare prove e offrire ai cittadini elementi per distinguere i fatti dalle narrazioni costruite. Senza queste garanzie, lo spazio digitale rimane aperto solo in apparenza e può trasformarsi in un ambiente governato dalla paura, dall’autocensura e dalla forza.
Aspetti di geopolitica e sicurezza
C’è poi un diverso aspetto, considerando una prospettiva più ampia. La vicenda di Matsadaash porta la libertà d’informazione dentro il campo della sicurezza internazionale, perché l’equilibrio interno dell’Egitto produce effetti ben oltre i suoi confini. Il Paese controlla il canale di Suez, collega Mediterraneo, Mar Rosso, Africa e Medio Oriente, dispone di risorse energetiche e mantiene rapporti decisivi con Unione europea, Stati Uniti, monarchie del Golfo e attori regionali. Le crisi a Gaza, in Sudan e in Libia, insieme alla sicurezza delle rotte marittime, rendono ogni frattura domestica una variabile regionale da considerare anche in Europa. Non sorprende che il partenariato strategico e globale tra UE ed Egitto includa, appunto, sicurezza, stabilità economica, migrazione, commercio e investimenti.
In questo quadro, reprimere una redazione indipendente con accuse politiche non dimostrate può generare un paradosso. Infatti, nel tentativo di prevenire la destabilizzazione, lo Stato indebolisce gli spazi nei quali notizie, conflitti e responsabilità possono essere verificati pubblicamente. La chiusura del confronto civile alimenta sfiducia e polarizzazione, offrendo potenzialmente alle reti dei Fratelli Musulmani operanti dall’esilio materiale propagandistico.
Chi sono i Fratelli Musulmani: la storia
Fondata nel 1928 a Ismailia dal maestro Hassan al-Banna, la Società dei Fratelli Musulmani nacque nell’Egitto formalmente indipendente dal 1922 ma ancora sottoposto a una forte influenza britannica. Il progetto univa rinnovamento religioso, assistenza sociale, educazione, nazionalismo anticoloniale e costruzione di uno Stato ispirato ai principi islamici. Grazie a scuole, moschee, opere si carità e una disciplina organizzativa capillare, il movimento divenne in pochi anni una forza di massa. Negli anni Quaranta sviluppò anche un apparato clandestino coinvolto in violenze politiche. Il governo sciolse l’organizzazione nel 1948 e al-Banna venne ucciso l’anno successivo.
Dopo l’attentato contro Gamal Abdel Nasser del 1954, attribuito dalle autorità a un membro della Fratellanza, il regime mise fuori legge il movimento, arrestò migliaia di militanti e costrinse altri all’esilio. Tra i prigionieri figurava Sayyid Qutb, intellettuale il cui pensiero influenzò correnti islamiste radicali: incarcerato, fu liberato nel 1964, nuovamente arrestato nel 1965 e impiccato nel 1966.
Le successive dirigenze puntarono a una strategia formalmente non violenta, basata sulla trasformazione graduale della società e partecipazione politica.
Anwar al-Sadat allentò la repressione negli anni Settanta senza legalizzare la Fratellanza. Sotto Hosni Mubarak, i suoi candidati parteciparono alle elezioni come indipendenti e il movimento consolidò la presenza nei sindacati professionali e nell’assistenza sociale. La svolta arrivò dopo la caduta di Mubarak nel 2011: il Partito Libertà e Giustizia, espressione politica della Fratellanza, ottenne la maggioranza relativa in Parlamento e Mohamed Morsi vinse le presidenziali del 2012. Il suo governo durò un anno, segnato da conflitti istituzionali, crisi economica e polarizzazione. Dopo proteste di massa, l’esercito lo depose il 3 luglio 2013.
La repressione successiva ha ridefinito il movimento. Il 14 agosto 2013 le forze di sicurezza sgomberarono il presidio di Rabaa al-Adawiya. Human Rights Watch ha documentato almeno 817 manifestanti uccisi nella piazza e ha definito l’operazione un probabile crimine contro l’umanità. L’Egitto dichiarò la Fratellanza organizzazione terroristica, ne confiscò beni e incarcerò migliaia di presunti aderenti. Gran parte della dirigenza è oggi detenuta o in esilio, soprattutto tra Turchia, Qatar ed Europa, mentre le strutture si sono frammentate.
Parlare dei “Fratelli Musulmani” come di un soggetto mondiale unitario è però fuorviante: partiti e associazioni ispirati al movimento hanno storie, autonomie e rapporti con la violenza differenti. Anche per questo la sua qualificazione giuridica varia tra gli Stati e resta oggetto di confronto politico nell’Unione europea.
NP
Perché la fiducia è più efficace del controllo
Le attività di influenza che potrebbero essere riconducibili ai rami dei Fratelli Musulmani hanno assunto anche una dimensione europea. Una proposta di risoluzione sulla necessità di una strategia dell’UE contro l’entrismo islamista e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani è tra gli atti collegati al dibattito previsto mercoledì 7 ottobre 2026 al Parlamento europeo.
Si tratta di una proposta, non di una posizione già adottata dall’assemblea: per Bruxelles, la sfida consiste nel contrastare finanziamenti opachi e interferenze transnazionali senza legittimare repressioni indiscriminate. In quest’ottica, preservare pluralismo, garanzie giudiziarie e tutelare i media credibili riduce proprio gli spazi che le organizzazioni esiliate potrebbero sfruttare, rafforzando una stabilità fondata sulla fiducia anziché soltanto sul controllo.
























Partecipa alla community