Braccialetti per il coronavirus? Pessima idea, ecco perché | Agenda Digitale

l'analisi

Braccialetti per il coronavirus? Pessima idea, ecco perché

Tanti i problemi giuridici, privacy, di sicurezza ed etici associabili all’idea – ventilata in queste ore – di braccialetti ai bambini e i lavoratori per monitorare movimenti e distanze. Vediamoli

11 Mag 2020
Diego Dimalta

Studio Legale Dimalta e Associati

Diletta Huyskes

Privacy Network


La fase 2 è arrivata senza ancora l’app Immuni, si preme da più parti per una riapertura di scuole e spiagge: così si potrebbe spiegare il fiorire di idee alternative molto più invasive rispetto a un’app di tracing. E’ il caso della scuola di Castellanza (Va) dove un preside ha ordinato 150 braccialetti elettronici per poter gestire bambini e personale.

Forse solo la cima dell’iceberg di una tentazione generale con cui dovremo fare i conti nei prossimi mesi: a quanta parte di dignità saremo disposti a rinunciare, per fingere di poter tornare a fare un po’ più la vita di prima, in temi di coronavirus non ancora sconfitto?

Come funzionano i braccialetti per il coronavirus?

Dovremo rimandare la risposta a questa domanda a tempi più chiari. Per ora accontentiamoci di analizzare il fatto concreto, specifico. Dal sito ufficiale del produttore dei braccialetti già esistenti in commercio si afferma che Labby Light (questo il nome del sistema) funziona senza una app di supporto. Se due persone dotate di braccialetto sono troppo vicine, il dispositivo manda segnali visivi e acustici.

Non solo. ANSA e Corriere della Sera precisano che “il sistema si serve anche di una app che a distanza permette di monitorare i contatti tra i piccoli nell’istituto scolastico, utile anche se dovessero manifestarsi verifiche su eventuali casi di positività, compreso il personale”. Questo è un particolare apparentemente irrilevante ma che, in realtà, influisce grandemente sulla valutazione del sistema.

Vari prototipi in arrivo

Stessa filosofia in un prototipo presentato dall’Istituto Italiano di Tecnologia che in più può monitorare la presenza di febbre in chi lo indossa. 

C’è un prototipo di una startup di Bari, che alcuni stabilimenti pugliesi stanno valutando, per obbligare al rispetto delle distanze. Il Governatore della Liguria ha già detto che potrebbe rendere obbligatori braccialetti del genere.

I problemi privacy

Sotto il punto di vista della data protection (come ormai ben sanno tutti) è molto diverso se i dati vengono archiviati ed elaborati nel device oppure in un cervellone/app centralizzato. In quest’ultimo caso bisognerà infatti porsi interrogativi quali: dove è localizzato il server? Chi può accedere ai dati? Il sistema è sufficientemente sicuro? Un problema è che Labby Light ha un sistema di tipo “proprietario” quindi non open source, circostanza questa che, come noto, differentemente da quanto afferma l’articolo citato, denota minore sicurezza rispetto a programmi aperti, e non il contrario.

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Il punto è che creare una app di tracciamento compliant con il Regolamento non è cosa semplice. Non a caso il Governo prima di selezionare Immuni ha riunito una task force di esperti di prim’ordine che (tralasciando le eventuali critiche) ha comunque valutato attentamente ogni aspetto delle varie soluzioni in lizza.

Se il Governo ci ha investito così tanto tempo e mezzi, come può un’azienda che produce prodotti per fitness riconvertirsi in modo così repentino e creare un sistema di tracciamento di questo tipo?

L’interesse e la sensibilità all’argomento “privacy” si valuta anche dalle piccole cose. Il sito ufficiale dei produttori di Labby Light non presenta una pagina dedicata alle informative o comunque ai contatti del dpo. Se vogliamo conoscere dati tecnici o la valutazione di impatto, non possiamo scrivere a nessuno se non ad un generico “info@”.

Non è dato nemmeno sapere se esiste una valutazione di impatto.

Eppure qui si sta parlando di sistemi di tracciamento da applicare su bambini. Sarebbe quantomeno opportuno rassicurare chi si vuole informare spiegando l’esatto funzionamento del sistema. Forse, se ci fosse stata maggiore trasparenza, non si sarebbero nemmeno sollevate tutte queste polemiche.

Quale base giuridica?

La prima domanda che immaginiamo si sia posto il preside è “che base giuridica utilizzare per il trattamento dei dati dei bambini”?

Stiamo parlando di dati particolari quindi si dovrà fare riferimento all’articolo 9 il quale, dopo aver previsto un divieto generale di trattamento dei dati sensibili, prevede la possibilità di deroga in tutta una serie di casi tra i quali solo uno parrebbe utilizzabile nel caso in esame: il consenso. Ma allora, dovendo il consenso essere libero, e godendo i ragazzi del diritto allo studio, cosa accadrebbe nel caso di diniego da parte dei genitori? Il bambino verrebbe ammesso a scuola ma senza braccialetto (magari isolandolo dal gruppo), oppure non verrebbe del tutto ammesso? E se tutti i genitori dovessero negare il consenso, cosa accadrebbe ai braccialetti già acquistati dal dirigente?

Quest’ultima domanda ci permette di affrontare un altro aspetto poco chiaro. Si legge difatti sul sito ANSA: “alle famiglie toccherà pagare solo un sovrapprezzo di qualche decina di euro sulla quota mensile. Abbiamo deciso che devolveremo questo contributo ad associazioni di volontariato”. Ma se i soldi per pagare il braccialetto verranno devoluti in beneficenza, chi paga questi device? Li paga la scuola? Se fosse così non avrebbe senso chiedere i soldi ai genitori. Non è che, come si è soliti dire, ci troviamo davanti ad una di quelle situazioni in cui “se una cosa è gratis il prodotto sei tu”?

I risvolti etici e sociali

Il problema, sotto questo aspetto, è che il nuovissimo scenario di sorveglianza affidato ai braccialetti elettronici sembrerebbe non spaventare più di tanto l’opinione ed pubblica. Repubblica ad esempio ne parla come se si trattasse di una moda estiva dando la loro introduzione completamente per scontata. Se a molti la discussione democratica non sembrerebbe importare più di tanto, è anche per colpa dell’idea a cui siamo stati abituati secondo cui la tecnologia, dall’alto del suo sacro determinismo, figlio del risparmio e dell’efficienza, sarebbe la soluzione perfetta ai nostri problemi sociali. Una totale deresponsabilizzazione umana che porta, in alcuni casi, a preferire soluzioni drastiche rispetto, ad esempio, a piani di riapertura scolastica ben pensati. Tutto questo è la conseguenza di un’idea in base alla quale ad una tecnologia basterebbe essere “hi-tech” per fare il suo dovere, senza bisogno di adattamenti umani e controlli. Quella del soluzionismo tecnologico, lo abbiamo visto nelle ultime settimane, è una panacea ingiustificata, che da sola è inutile (almeno ai più) e in alcuni casi dannosa.

Non dimentichiamo, soprattutto, che dove il nostro libero arbitrio viene messo in discussione, quello dei bambini lo è ancora di più, dato che non possiedono nessuna voce nell’adozione di un mezzo simile. L’intenzione del dirigente, oltretutto (stando a quanto riporta ANSA), sarebbe quella di far passare questa sorveglianza come “un gioco” che abituerebbe gli alunni al controllo dell’autorità sin dai primi anni di asilo. Crescendo così, cosa dovrebbero aspettarsi nei prossimi anni? Qui non si parla nemmeno del prezzo da pagare in termini di diritti e libertà per le generazioni che non hanno mai avuto a che fare con cose del genere prima d’ora, ma di quei soggetti che vedrebbero i loro primi movimenti in società controllati fin da subito da un’autorità pervasiva, che si infiltra dappertutto, nella classe e nel cortile, nella metro che utilizzeranno in futuro per rientrare a casa, nel posto di lavoro dei genitori. Ovunque.

Si tratta di effetti ben più grandi della semplice imposizione di un braccialetto. Si tratta di impotenza di fronte all’autorità e questo deve lasciar pensare.

Ci sono alternative?

Ad ogni modo, volendo anche solo per un attimo sorvolare il problema etico e morale nell’utilizzo di una simile tecnologia, quello che dobbiamo chiederci è: ma allora, come possiamo fare a garantire la sicurezza dei bambini? Esistono diversi studi in corso, tra i tanti quello del Politecnico di Torino che affronta ogni singolo aspetto che potrebbe rilevare ai fini della ripresa della didattica “in presenza”. Proprio questo studio non esclude la possibilità di utilizzo di sistemi elettronici purché pensati in modo corretto circostanza questa valutabile a seguito di test e analisi.

Il punto è che questa Labby Light potrebbe essere anche la soluzione migliore al mondo ma, purtroppo, sono molti gli aspetti ad oggi poco trasparenti che non convincono pienamente.

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Peraltro, se la medesima tecnologia si limitasse a suonare in caso di avvicinamento dei ragazzi, senza quindi raccogliere alcun tipo di dato, permetterebbe di raggiungere il medesimo scopo, minimizzando ed, anzi, eliminando del tutto il trattamento. Perché raccogliere dati dove non necessario? Questa sarebbe quindi la soluzione migliore che, per quanto non risolutiva dei problemi etici di cui sopra, ci sentiremmo comunque di appoggiare, in quanto bilanciata. E’ evidente che per le maestre non sarà facile gestire le classi (anche se dimezzate), ma questo potrebbe essere un sistema, sicuramente migliore di un software di tracciamento e controllo.

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