contact tracing

Data science contro il coronavirus: una proposta per l’Italia

Molti italiani ignorano il divieto di uscire da casa, a riprova del fatto che misure sociali di contenimento degli spostamenti sono efficaci solo se abbinate a idonee tecniche di controllo. Proviamo a capire se c’è un modo di affrontare la situazione di criticità con tutti gli strumenti necessari senza sacrificare i diritti

25 Mar 2020
Giuliano Pozza

Chief Information Officer at Università Cattolica del Sacro Cuore


Uscendo di casa non si può non restare colpiti dal numero di auto ancora in circolazione nonostante le restrizioni volte a limitare la diffusione del coronavirus. Non a caso, i dati di Regione Lombardia dimostrano che ancora il 40% della popolazione continua a spostarsi. Le raccomandazioni e i divieti, quindi, non servono?

Qualcuno potrebbe dire: siamo italiani. Noi quando vediamo che al semaforo scatta il giallo pensiamo: “Devo accelerare altrimenti mi blocco al rosso”. Quando ci hanno detto: “Fermi tutti, c’è la pandemia” abbiamo capito: “Scappate tutti: ognuno a casa sua”. Però attenzione che in Spagna e in Francia non è andata diversamente. Forse potremmo dire che in generale, fatte salve culture particolarmente portate all’obbedienza, le misure sociali di contenimento degli spostamenti sono efficaci solo se abbinate a opportune tecniche di controllo. In assenza sono grida manzoniane. Purtroppo in questo momento il contenimento sociale è l’unico vero mezzo efficace per combattere la pandemia. Per questo la maggior parte degli stati vi ricorre, con livelli di successo molto diversi.

Stato dell’arte

Rispetto a questo tema, lo stato dell’arte in giro per il mondo vede emergere 4 modalità di gestione:

  • Approccio “Hard, strong and fast”: è il modello Cinese e Taiwanese e in parte quello israeliano. In sostanza si utilizzano tutti i dati e i mezzi disponibili per il controllo delle persone in tempo reale: dai dati telefonici (celle di trasmissione) ai dati dei social e degli altri strumenti on-line utilizzati. Funziona molto bene se puoi farlo. Dei risvolti etici e della limitazione delle libertà, è vietato anche parlarne.
  • Approccio “Caring, curing and controlling”: è il modello della Corea del Sud. In sostanza ci si focalizza su chi è infetto. Pre-requisito: effettuare tamponi in modo massivo. A questo punto chi è positivo riceve tutto il supporto necessario: dall’assistenza alla cura, dalla spesa a casa al medico che ti chiama due volte al giorno per sapere come stai. Se la situazione peggiora vieni subito assistito e ricoverato. Rovescio della medaglia (oppure giusto contributo al contenimento del contagio): accetti di essere tracciato attraverso un’app, rendendo trasparenti i tuoi sposamenti. Più democratico, ma comunque efficace.
  • Approccio “See no evil, hear no evil, speak no evil”. È l’approccio delle tre scimmie sagge o qualcuno direbbe dello struzzo stolto: non circolano informazioni, non si fanno tamponi, il problema non esiste. Fondamentalmente Corea del nord e Russia sono i candidati principali. Questa mia è in realtà un’affermazione un po’ gratuita. Può anche essere che in realtà queste due nazioni non abbiamo casi di coronavirus. Controllate su tutte le mappe di diffusione del mondo.

Un solo bollino rosso in tutta la grande madre Russia, pur circondata da Cina ed Europa. È un caso che questi paesi abbiamo regimi in grado di controllare la stampa. Approccio molto buono per l’economia (anche Trump è stato tentato all’inizio), un po’ meno per le persone.

  • Approccio “Boh!”. Non saprei come definire l’approccio usato da molti paesi Europei se non con questa fantastica interiezione italica. In ordine sparso, con l’Italia un po’ più avanti e forse un po’ più strutturata, i francesi che hanno fatto le elezioni municipali in piena pandemia, gli spagnoli che stanno entrando nel tunnel ora e copiano gli italiani (anche nelle fughe dalle città alla provincia). In Italia ci siamo dovuti muovere prima con delle misure restrittive e con i primi tentativi di monitoraggio a distanza. Interessante ad esempio l’app della regione Lazio. Ma come abbiamo visto ad esempio in Lombardia la risposta è stata eccellente per l’80% delle persone (ossia il 60% che sono rimaste a casa più il 20% che deve verosimilmente circolare per emergenze e servizi essenziali). Purtroppo c’è un altro 20% che sballa tutto, continua ad andarsene in giro senza necessità stringenti e che può avere effetti disastrosi sul restante 80%.

Una proposta per affrontare la criticità senza rinunciare ai diritti

Come affrontare la situazione di criticità con tutti gli strumenti necessari, anche tecnologici, senza perdere di vista i diritti fondamentali che valgono anche nella situazione di crisi? Nel mio articolo “C’è un’AI “maligna” che (forse) ci salverà dal coronavirus” ho già affrontato il tema delle applicazioni di controllo sociale dell’AI e dei big data. Le ho definite “maligne”, con un antropomorfismo volutamente forzato, perché sono applicazioni che hanno un’altra efficacia ed utilità, ma un altrettanto alto livello di pericolosità dal punto di vista etico e dei diritti delle persone.

Del resto però anche l’OMS si è pronunciata in modo netto a favore del “contact tracing” per contenere l’epidemia:

Ed è onestamente difficile pensare di fare del contact tracing efficace senza utilizzare i big data e l’AI. Se questo inquieta (e a me inquieta), possiamo però ricordare che il GDPR ammette una revisione delle procedure per la gestione dei dati in casi di gravi emergenze sanitarie, com’è certamente la pandemia da coronavirus. È però importante, come ha ricordato anche il presidente dell’Istituto italiano per la privacy Luca Bolognini in un recente articolo, che vi siano “sistemi di controllo a tagliola, che scattino al termine dell’emergenza per ripristinare le consuete protezioni e distruggere le informazioni adoperate.”

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Mettendo insieme i prezzi, provo a suggerire una riflessione che coniughi AI, Big data e Small data e che prenda il meglio dai diversi approcci visti finora. In particolare credo che si possa trarre ispirazione (sia positiva che negativa) dagli approcci cinesi e coreani. La proposta prevede l’utilizzo dei big data, con dati pseudo-anonimizzati e destrutturati, per agire a livello globale sui flussi della popolazione in generale. Invece si devono utilizzare dati puntuali, ben strutturati e nominativi (small data) per gestire i contagiati o i sospetti contagiati. Qualche esempio può aiutare a capire.

Per analizzare a livello macro la mobilità della popolazione, e capire quindi dove mettere eventuali posti di blocco o controlli, posso lavorare sui big data, attingendo a molteplici fonti (telefoni, social, videocamere di sorveglianza, sistemi di navigazione). Invece per fare il contact tracing di chi è infetto o sospetto tale, uso “small data” nominativi come succede in Corea del sud. Sempre con i big data e l’AI posso analizzare le reti sociali e i contatti per identificare le potenziali catene di contagio, una volta che ho identificato soggetti con rischio elevato questi vengono de-anonimizzati e gestiti come small data puntuali. Vengono sottoposti a test (tamponi) in modo massivo (cosa che la Corea e Taiwan hanno fatto) e poi tracciati.

Questo limita la libertà delle persone? Certo che sì, ma solo di quelle contagiate o a rischio contagio, che con le disposizioni correnti già hanno forti e giustificate limitazioni alla loro libertà.

I due set di dati dovrebbero essere gestiti da organizzazioni diverse: un largo numero di operatori (di pubblica sicurezza, sociali, sanitari) potrà avere accesso ai big data pseudo-anonimizzati. Un gruppo più ristretto di persone dovrà invece gestire i dati nominativi dei soggetti sottoposti a tracing.

Se abbiniamo, come ha intelligentemente fatto la Corea, il tracing e il controllo ad una serie di servizi di cura e di accudimento, le persone recepiranno più questi aspetti che le limitazioni alla loro libertà. Del resto, con l’uso dei big data in modo pseudo-anonimo, limitato nel tempo e sottoposto ad audit possiamo cogliere i benefici dell’approccio cinese limitandone i rischi per le libertà individuali.

Forse non è un modello perfetto, ma potrebbe essere un punto di partenza per un ragionamento costruttivo e non ideologico sull’uso di strumenti potenti, come big data e AI, in una situazione di crisi che rischia di travolgerci tutti. Purtroppo, il nostro problema è proprio questo: stiamo ora ragionando su come gestire l’emergenza. L’esperienza di Taiwan insegna che in una situazione di crisi come questa risponde in modo efficace chi si era preparato prima. Dopo l’epidemia di SARS, Taiwan ha costituito un “National Health Command Center” con una sezione specializzata in pandemie, una catena di commando centralizzata e diretta e una focalizzazione sulle misure di contenimento sociali e sulla comunicazione trasparente.

Se però è vero che noi italiani diamo il meglio di noi stessi nelle emergenze, forse non tutto è perduto. Di certo non possiamo perdere altro tempo!

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