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Israele al voto, come l’IA cambia la propaganda elettorale


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Video sintetici, profili automatizzati e messaggi personalizzati attraversano la campagna elettorale israeliana. La commissione elettorale interviene sui deepfake, mentre profilazione e condizionamento dei chatbot restano meno presidiati

Pubblicato il 22 ott 2026

Alberto Di Marco

Junior OSINT Analyst Hermes Bay

Antonio Pastore

Junior OSINT Analyst Hermes Bay



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Scheda sospesa, ombre di profili




Le elezioni parlamentari israeliane del 27 ottobre 2026 sono descritte dall’Israel Democracy Institute – centro di ricerca indipendente – come il primo voto del Paese condotto con strumenti di Intelligenza Artificiale accessibili a basso costo a tutti gli schieramenti. L’impiego dell’IA avviene su due piani: uno visibile, fatto di video e immagini sintetici, i cosiddetti deepfake, e uno meno evidente, fatto di profilazione degli elettori, profili automatizzati e contenuti pensati per influenzare le risposte dei chatbot. Le competenze di vigilanza risultano frammentate e le tecniche sperimentate in Israele sono replicabili altrove.

Deepfake e IA nelle elezioni israeliane: i primi interventi della CEC

L’episodio più noto riguarda un video diffuso dal partito Sionismo Religioso, guidato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che mostrava una stretta di mano tra Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar e indicato come favorito, e il presidente palestinese Mahmoud Abbas. Il presidente della CEC – Commissione elettorale centrale -, il giudice Noam Sohlberg, ne ha ordinato la rimozione, ritenendo che rappresentasse relazioni politiche mai esistite e che la semplice didascalia sull’uso dell’IA non bastasse a informare gli utenti.

Secondo The Economist, si tratta del primo spot a violare l’obbligo di etichettatura dei materiali elettorali creati con IA, in vigore dal 26 luglio 2026. La norma riguarda i contenuti che potrebbero essere scambiati per autentici e prevede due simboli, uno per i contenuti generati e uno per quelli modificati in modo sostanziale; le sanzioni non sono precisate.

Il controllo non ha riguardato un solo schieramento: la CEC ha ordinato anche a Eisenkot la rimozione di un video con soldati generati con IA, per l’uso improprio di risorse pubbliche a fini propagandistici. Il progetto Ze Be AI dell’Open University israeliana monitora gli account di partiti e candidati e stima al 13% la quota di contenuti politici prodotti con IA.

Profilazione e bot nella campagna elettorale israeliana

Secondo Karine Nahon, studiosa di disinformazione, i falsi visibili sono i meno preoccupanti, perché facili da riconoscere; più rilevante è l’uso dell’IA per orientare le informazioni e monitorare gli elettori. Tehilla Shwartz-Altshuler, dell’IDI, parla di automazione della persuasione: i sistemi raccolgono dati su abitudini di visione e preferenze musicali, li incrociano con banche dati acquistate da società commerciali e ne ricavano profili individuali, con geolocalizzazione per stimare dove si troverà l’elettore nel giorno del voto. I messaggi vengono adattati al singolo tramite inserzioni, SMS e chiamate automatiche “robocall” con voci sintetiche attribuite a leader e candidati.

Tra gli strumenti descritti figurano gli sciami di bot – programmi che simulano utenti reali -, capaci di orientare le discussioni e di partecipare a sondaggi digitali poco affidabili ma utili a generare titoli, e gli avatar creati con IA dotati di numeri di telefono e carte di credito reali, che si infiltrano nei gruppi WhatsApp. FakeReporter, organizzazione che monitora la disinformazione in Israele, ha individuato oltre cento profili generati con IA che si presentavano come cittadini israeliani e amplificavano i messaggi del partito Otzma Yehudit; l’ufficio del ministro Itamar Ben-Gvir ha respinto i risultati, contestando l’imparzialità dell’organizzazione.

L’esposizione dell’opinione pubblica emerge da un sondaggio dell’Israel Internet Association su 1.005 utenti, con margine di errore di circa 3 punti percentuali: il 71% ha incontrato informazioni elettorali false, il 56,8% profili falsi o di imitazione, il 48,2% casi di IA usata per diffamare qualcuno, mentre il 25% valuta di usare strumenti di IA per decidere il voto.

Chatbot e voto: il rischio di avvelenamento dei dati

Il terzo piano riguarda i chatbot. Nir Rozen, direttore di FakeReporter, segnala reti inautentiche che producono contenuti, tra cui false interviste a politici mescolate a informazioni autentiche, per condizionare gli algoritmi di questi sistemi; un attivista citato da The Economist riferisce di pubblicare materiale d’archivio su Reddit perché ChatGPT lo utilizza come fonte. Un altro studio della stessa associazione, riportato da Channel 12, ha rilevato che chatbot diversi forniscono risposte molto diverse a elettori con profili diversi sui partiti più adatti a temi come il costo della vita; il campione non è indicato.

Il Knesset Research and Information Center – servizio di ricerca del Parlamento israeliano – definisce la pratica avvelenamento dei dati (data poisoning) e segnala il rischio del dividendo del bugiardo (liar’s dividend): la possibilità, per chi è ripreso in registrazioni autentiche, di attribuirle all’IA per negarne il valore. Secondo Ariela Karmel, le regole della CEC non trattano il ruolo dei chatbot come fonti di informazione.

Chi vigila sull’IA nelle elezioni israeliane

La vigilanza è ripartita tra CEC, Shin Bet – servizio di sicurezza interna -, polizia, unità cyber della Procura dello Stato e Direzione nazionale per la cyber sicurezza, senza una strategia unitaria. Lo Shin Bet apparirebbe orientato a contrastare soltanto le ingerenze straniere e la CEC dispone di poteri limitati: può emettere decisioni e sanzioni, ma lo strumento più efficace è il rapporto con le grandi piattaforme, che in genere rispettano le richieste di rimozione.

La polizia ha invitato le aziende tecnologiche a individuare reti coordinate e attività automatizzate, indicando tra i rischi le informazioni errate su date e seggi. Dean Livne, direttore generale facente funzione della CEC, ha precisato che voto e spoglio restano cartacei e che i sistemi centrali non sono connessi a internet; ha inoltre ricordato la difficoltà di bilanciare libertà di espressione e censura, escludendo per ora un intervento sui sistemi di IA.

Il giorno del voto resta il punto più delicato: i dati raccolti servono a mobilitare i sostenitori in una giornata festiva e potrebbero servire a inviare agli elettori meno favorevoli offerte lontane dal seggio o false notizie di disordini.

L’Alta Corte ha confermato il divieto per gli osservatori di comunicare chi ha già votato; la CEC ha consentito la trasmissione di soli dati numerici sull’affluenza. Un ex responsabile informatico del Likud sostiene in un affidavit che una nuova app di partito potrebbe aggirare il divieto; l’affermazione non è verificata e il partito non ha commentato.

Costi, controlli e attribuzione della minaccia elettorale

Per la valutazione della minaccia emergono tre elementi. Il primo è la riduzione dei costi: secondo lo studio parlamentare, un modello open source può generare migliaia di profili in ebraico fluente. Il secondo è il limite dell’etichettatura, che copre i contenuti visibili ma non la profilazione né il condizionamento dei chatbot. Il terzo è l’attribuzione: attori interni ed esterni impiegano tecniche simili, e ciò rende meno chiara la ripartizione delle responsabilità.

Non esistono evidenze sull’effetto di tali attività sull’esito; secondo Shay Hershkovitz, nelle elezioni europee e britanniche del 2024 le campagne di disinformazione con IA furono limitate e senza esiti accertati. Gli sviluppi da osservare riguardano la rapidità di rimozione dei contenuti nel giorno del voto, le decisioni della CEC su casi futuri, l’eventuale estensione dei controlli ai chatbot e le analisi successive al 27 ottobre.

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