Seconda ondata covid

Coronavirus: i rischi che corriamo a cedere ora su diritti e libertà

Tutto ciò a cui oggi rinunciamo in nome della difesa della salute, domani potrebbe avere un significativo effetto rebound o boomerang, dimostrandosi un grande rischio per tutti. Ecco perché non dobbiamo cedere sulla difesa dei nostri diritti fondamentali né piegarci alla mania egemonica del controllo

26 Ott 2020
Rocco Panetta

Partner Panetta Studio Legale e IAPP Country Leader per l’Italia

Photo by Morning Brew on Unsplash

Molti di noi hanno visto almeno una puntata di Black Mirror, la serie televisiva che spinge al limite l’incidenza della tecnologia nelle vite degli esseri umani, percependo quella sensazione di disagio e di timore al solo pensiero che una tale situazione possa diventare realtà. La nostra realtà, che potrebbe presto divenire distopica se non ci ergiamo contro i tentativi di restringere il perimetro delle nostre libertà.

Sono punti da tenere a mente soprattutto ora, che si torna a parlare, in un modo o nell’altro, di nuovo (o nuovi) lockdown.

Sars-Cov-2: un diverso approccio a uno stesso problema

Yuval Noah Harari, dalle pagine del Financial Times, nel marzo scorso, aveva provato ad accendere i riflettori sugli scenari che potevano concretizzarsi a seguito della gestione dell’emergenza sanitaria a causa del Coronavirus: “la tempesta passerà, ma le scelte che faremo oggi possono cambiare la nostra vita per gli anni a venire”. E se è vero che la fase più acuta non si è ancora placata, è altrettanto indubbio che le reazioni e le azioni contro la diffusione del contagio da Sars-Cov-2 si differenziano nel mondo e ci palesano un diverso approccio ad uno stesso problema.

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Inoltre, come ogni fenomeno globale di grande impatto, il Covid-19 ha accelerato trend e processi di cambiamento in atto. In primis, nei rapporti intercontinentali e nelle politiche nazionali ed internazionali dei singoli Stati.

L’Europa in tutto ciò sembra aver compreso che la solidarietà tra i popoli dell’Unione sia elemento essenziale per il superamento di sfide globali che non fanno distinzione tra Stati ricchi e Stati meno ricchi, tra Nord e Sud Europa, tra Paesi fondatori e quelli di Visegrad, tra membri del G7 e altri. Il nostro continente ha dovuto compattarsi per fronteggiare il nemico invisibile del Coronavirus, schiacciato non solo dalla devastante ondata di contagi tiene sotto scacco i sistemi sanitari nazionali, ma da due blocchi geopolitici: quello americano, rappresentato dagli Stati Uniti, e quello asiatico, con particolare riguardo alla Cina e alla Russia.

Europa e Nord America

Peraltro, i tre principali blocchi (Europa, Nord America e Asia) stanno affrontando il problema del Covid-19 in modo diverso l’uno dall’altro. Da una parte, gli Stati europei hanno strutturato una forte azione caratterizzatasi con il sostegno al welfare e all’economia, con l’imprescindibile elemento della salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo, dalla salute alla protezione dei propri dati personali.

Negli Stati Uniti, invece, emergono difficoltà dettate dall’assenza di un accesso universale alle cure e dall’assenza di una strategia definita da parte della Casa Bianca.

Asia

In Asia, in particolare nell’Indocina e nell’Insulindia, la situazione sembra essere più complessa, a causa della forte influenza del Dragone che ha trasformato il Coronavirus in un espediente per un cambio di passo nell’incremento delle tecniche di sorveglianza massiva, capace non solo di tracciare i contatti tra gli individui, ma di governare egemonicamente l’intero sistema dell’informazione e dei servizi essenziali. Tra le misure, vi è l’obbligo di installazione di software di tracciamento dei contatti e degli spostamenti tramite geo-localizzazione permanente attraverso il GPS e microcelle telefoniche. Un trend pericoloso che si è esteso a macchia d’olio nell’intera regione del sud-est asiatico, dove la testa d’ariete cinese ha permesso a paesi come le Filippine, Cambogia, Tailandia, India, Pakistan e Birmania di falciare le più basilari prerogative civili.

L’India, ad esempio, risulta essere uno dei pochi paesi democratici che abbia reso obbligatorio il download dell’app di contact-tracing, con forti ripercussioni per i trasgressori che rischiano sanzioni o, addirittura, il carcere. Ma come se non bastasse, l’assenza di un vero controllo sui dati raccolti e l’obiettivo prefissato di costituire un database nazionale, entro il prossimo anno, rischia di travolgere letalmente i diritti e le libertà, sopra tutte, la privacy dei cittadini indiani.

In Pakistan, per tracciare il contagio da Sars-Cov-2, il governo ha deciso di avvalersi di una tecnologia di tracciamento mai resa pubblica e al servizio dell’intelligence, tramite la quale controllare i soggetti positivi al Coronavirus e il generale andamento del contagio. Tale scelta, associata ad un’assenza di qualsivoglia normativa volta alla protezione dei dati personali, rende evidente il forte rischio di una violazione dei diritti fondamentali dei cittadini.

Il restante gruppo di paesi, rappresentati dalla Cambogia, Birmania e Filippine, rende maggiormente evidente come la politica interna abbia subìto un’ulteriore devoluzione in termini di diritti e libertà fondamentali. Questi tre Paesi, infatti, in nome della lotta alla pandemia, hanno dichiarato guerra alla libertà d’informazione, stabilendo forti conseguenze – la prigione – per coloro che vengono accusati di diffondere false o incomplete informazioni riguardo il Coronavirus. Una misura che è stata utilizzata, strumentalmente, per mettere a tacere le voci “fuori dal coro” e gli oppositori dei propri governi. E se ciò non bastasse, le disposizioni del governo della Cambogia, volte al controllo dell’informazione e dei social media, sono state progettate per “sopravvivere” alla pandemia, allo scopo di completare i disegni dei gruppi di potere nazionali.

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Figura: Stato della sorveglianza nei Paesi del sud-est asiatico (© Verisk Maplecroft 2020)

In ultima analisi, merita una particolare attenzione l’aspetto, forse, più incisivo di tutti nella trasformazione delle dinamiche politiche e sociali nei diversi Paesi: la tenuta dell’opinione pubblica e della percezione del rischio sulla libertà e i diritti fondamentali da parte dei cittadini.

Il sentiment dei cittadini verso le autorità e la rinuncia ai diritti in fasi di crisi

È necessario premettere che il Coronavirus ha fatto la sua entrata in scena in un momento storico particolarmente delicato per le democrazie, soprattutto occidentali. Infatti, è evidente che l’andamento crescente del sentimento di repulsione dei cittadini nei confronti delle istituzioni nazionali ed internazionali incida notevolmente sulla fiducia dell’operato dei governi a tutela dei propri diritti e delle proprie libertà fondamentali.

È interessante analizzare, seppur brevemente, alcuni dati emersi da uno studio di Harvard, a firma di sei ricercatori[1], che offre uno spaccato singolare sulla tendenza dei cittadini dei paesi democratici e altamente sviluppati di cedere porzioni di propri diritti e libertà in nome della salute e di un benessere generale della loro società.

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Premesso che tali sondaggi che emulano il gioco del “chi buttiamo giù dalla torre” sono sempre rischiosi e sommari nel loro sfacciato massimalismo, alla domanda: “In una crisi come quella attuale, sareste disposti a ‘sacrificare i vostri diritti’ al fine di proteggere la salute e il benessere dell’intera società”, in un range da 1 a 10, molti cittadini dei Paesi europei hanno risposto concordemente con una media decisamente superiore a quelli statunitensi (6). Balza subito all’occhio la posizione del nostro Paese, dove i cittadini intervistati hanno risposto con una media di quasi 8, dimostrandosi i secondi, dopo i cinesi, ad essere disposti a rinunciare ai propri diritti per la propria salute e il benessere della società. In via più generale, può dirsi che i cittadini degli Stati europei siano più inclini a tale scelta, rispetto agli USA e al Giappone. È chiaro che la domanda è mal posta, ma tant’è.

In modo più granulare, sembrerebbe che gli stessi intervistati siano disposti a consentire una sospensione della democrazia, della tutela della propria privacy, della libertà di informazione e a sopportare un’economia in perdita, pur di far salva la propria salute e percepire uno stato di benessere generale.

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Tirando le somme su questi ultimi dati, la sensazione che si potrebbe percepire è che lì dove i diritti e le libertà fondamentali sono ormai date per scontati, la volontà di conservare la (seppur apparente) sensazione di benessere generale spinge i cittadini ad avere un atteggiamento più permissivo e meno conservativo nei confronti dei propri diritti, fonte imprescindibile del benessere e della dignità di tutti i cittadini, soprattutto dei più deboli.

Ma vi è un’altra ed ancor più inquietante prospettiva che emerge all’orizzonte e lancia continui segnali sinistri e catastrofici: quella della rinuncia alle libertà dietro il pagamento di un prezzo in danaro sonante o in moneta elettronica o in altre utilità. Cedere diritti e libertà e, quindi, i propri dati personali che delle libertà sono il precursore, significa perdere la dimensione umana della vita e degradare verso una condizione simil-vegetativa, dettata da logiche algoritmiche votate al puro profitto o, che è ancora peggio, al capitalismo della sorveglianza, per dirla con Shoshana Zuboff.

Nel suo Manifesto postumo, pubblicato da IAPP e dal Garante per la protezione dei dati personali, intitolato Privacy 2030: A New Vision For Europe , Giovanni Buttarelli preconizzava tali scenari ancor prima dell’acceleratore Covid, intravvedendo tuttavia nella svolta green, nel digitale governato e nella auspicabile diffusione dell’intelligenza artificiale rispettosa della dignità e quindi della privacy e delle libertà degli individui, una speranza rilevante per tutti noi.

Conclusioni

La pandemia ha aperto uno squarcio nelle dinamiche e negli equilibri geopolitici globali, e tutto ciò che oggi viene avallato in nome della difesa della salute, domani potrebbe avere un significativo effetto rebound o boomerang, dimostrandosi un grande rischio per tutti.

La lotta al Coronavirus è una cosa seria e con la stessa serietà bisogna ergersi dinanzi a tale nemico impugnando, in una mano, gli strumenti forniti dalla Scienza, e nell’altra i valori e i principi di una civiltà che non può piegarsi alla mania egemonica del controllo. In caso contrario, dovremmo sorridere a favore di telecamera, perché quel mondo distopico raccontato da Black Mirror sarà diventato realtà e noi i suoi protagonisti.

_________________________________________________________________________________________________

  1. Marcella Alsan, Luca Braghieri, Sarah Eichmeyer, Joyce Kim, Stefanie Stantcheva e David Yang, Civil Liberties in Times of Crisis (public presentation, 18 settembre 2020).

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