tecnologie per la privacy

Privacy: anche Istat nel programma “UN PET Lab” per la condivisione dati internazionale

Il progetto delle Nazioni Unite coinvolge quattro istituti nazionali di statistica, tra cui quello italiano. Cercherà di dimostrare come le “tecnologie di miglioramento della privacy” (PETs) possono consentire una condivisione dei dati sicura e completamente conforme alle principali normative privacy

10 Feb 2022
Luigi Mischitelli

Privacy & Data Protection Specialist at IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza

La “UN Committee of Experts on Big Data and Data Science for Official Statistics” (UN-CEBD) delle Nazioni Unite sta lanciando un programma pilota “di laboratorio”, per rendere più sicura la condivisione dei dati a livello internazionale utilizzando le cosiddette “tecnologie di miglioramento della privacy” (Privacy-enhancing Technologies, comunemente note come PETs).

Annunciato all’Expo 2020 di Dubai (ancora in corso), il programma pilota “UN PET Lab” – varato il 25 gennaio 2022 – cercherà di dimostrare come le PETs possono consentire una condivisione dei dati sicura e completamente conforme alle principali normative privacy tra le diverse organizzazioni e i diversi stati, utilizzando i dati commerciali pubblicamente disponibili sull’archivio delle Nazioni Unite “UN Comtrade”.

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Anche l’Istat nel progetto Onu

Nel progetto ONU sono coinvolti quattro istituti nazionali di statistica: lo statunitense US Census Bureau; il Centraal Bureau voor de Statistiek dei Paesi Bassi; la “nostra” ISTAT; e lo UK’s Office for National Statistics del Regno Unito. Tali istituti di statistica collaboreranno principalmente con i fornitori delle tecnologie PETs; tra di loro vi è già la start-up irlandese Oblivious Software Limited e la comunità open-source OpenMined, entrambe focalizzate sulla privacy, le quali hanno aderito al progetto per consentire una sperimentazione sicura e più efficace (redditizia) con le PETs.

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Come funziona l’UN PET Lab

Il primo caso d’uso dell’UN PET Lab vedrà gli istituti di statistica interessati condividere tra loro i dati relativi all’importazione e all’esportazione di alcune tipologie di merci. Da qui, ogni coppia di paesi userà le PETs per controllare l’ammontare del commercio bilaterale nel rapporto “paese-paese”.

L’esercizio “di apprendimento” della tecnologia utilizzerà dati pre-approvati e pubblicamente disponibili, e avrà lo scopo di “appianare” qualsiasi problema tecnico, di sicurezza o burocratico eventualmente presente nel rapporto bilaterale. L’utilizzo delle PETs mira a proteggere valori e principi condivisi come la privacy e la protezione dei dati, la responsabilizzazione (accountability) e la trasparenza (questi due sono, peraltro, dei capisaldi del GDPR). Questo è un momento storico e importante per le PETs, affinché possano aiutare a migliorare le analisi degli istituti di statistica nazionali e possano sostenere le società democratiche, onorando il diritto dei cittadini ad accedere a informazioni pubbliche affidabili.

Le “tecnologie di miglioramento della privacy” (PETs) aiutano i fornitori e gli utenti in generale a condividere le informazioni in modo sicuro e con l’utilizzo di meno dati personali possibili, utilizzando la crittografia e determinati protocolli che permettono di produrre dati di output utili senza conoscere i dati di input. Una tale tecnologia, in genere, assicura anche che i dati siano protetti per tutto il loro ciclo di vita, garantendo al contempo che gli output non possano essere utilizzati per reingegnerizzare i dati originali.

Le decisioni prese dai governi su questioni politiche cruciali come l’economia, l’ambiente e la sanità potrebbero beneficiare dei dati (resi “praticamente” anonimi) forniti da altri paesi. Le PETs possono favorire l’addestramento “condiviso” dell’Intelligenza Artificiale e dei modelli statistici, i quali possono essere estremamente utili in campo medico ed economico su larga scala. Secondo alcuni, la condivisione sicura dei dati potrebbe sbloccare quasi tremila miliardi di dollari nei prossimi venti anni.

Tuttavia, le severe normative internazionali in materia di protezione dei dati personali come il GDPR, insieme all’assenza di una tecnologia PET affidabile e alle preoccupazioni sui possibili Data Breach che potrebbero inficiarla, limitano – attualmente e non sempre a ragione – la capacità dei governi e delle istituzioni di condividere informazioni preziose tra di loro. [1][2]

Note

  1. The UN is testing technology that processes data confidentially. The Economist. https://www.economist.com/science-and-technology/the-un-is-testing-technology-that-processes-data-confidentially/21807385
  2. UN launches privacy lab pilot to unlock cross-border data sharing benefits. Information Age. https://www.information-age.com/un-launches-privacy-lab-pilot-to-unlock-cross-border-data-sharing-benefits-123498572/
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