Neutralità climatica

Come trasferire le tecnologie green ai Paesi emergenti: la sfida dopo il Cop

Per raggiungere la neutralità climatica, anche i Paesi in via di sviluppo devono poter produrre energie rinnovabili. L’obiettivo consiste nel fornire ai Paesi emergenti l’accesso alle tecnologie per la de-carbonizzazione

16 Nov 2021
Mirella Castigli

ScenariDigitali.info

modello di sviluppo sostenibile - sostenibilità

L’adozione delle energie rinnovabili rappresenta la sfida più importante a cui le economie dei Paesi del G20, soprattutto le più inquinanti, sono chiamate a fornire risposte, per abbandonare i combustibili fossili, colpevoli di produrre CO2 e gas climalteranti, in vista della transizione energetica.

Anche se dalla Cop26 di Glasgow è uscito un compromesso al ribasso – con un impegno a ridurre e non a eliminare il carbone e poca chiarezza sugli investimenti in rinnovabili- , non tutto è da buttare. L’approccio multilaterale e la cooperazione come metodo sono elementi di buon auspicio per il futuro. E un importante banco di prova per la collaborazione potrebbe giungere dall’aiuto nel trasferire tecnologie green ai Paesi emergenti, per convincerli ad abbracciare la transizione energetica e raggiungere la neutralità climatica entro metà del secolo.

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Il carbone è una fonte fossile ormai condannata a morte, anche grazie all’accordo del Cop che renderà più difficile trovare finanziamenti in nuove miniere e impianti di estrazione fossile.

Ma per abbandonare davvero carbone (e ridurre gas naturale, metano che ha un alto impatto riscaldante nel breve termine) bisogna utilizzare le energie rinnovabili. energia solare, eolica, geotermica e idrogeno green sono la risposta giusta per cessare di rilasciare gas climalteranti: permettono di produrre forme di energia pulita. Ma un piano credibile a livello globale richiede innanzitutto un aiuto concreto alle economie emergenti nell’accesso alle tecnologie sostenibili per sfruttare le energie alternative.

Democratizzare la transizione energetica

Ancora oggi, nel 2021, deleghiamo al carbone, petrolio e gas naturali (combustibili fossili) il 60% della produzione di energia elettrica. Si registra un calo rispetto al 67% del 2010, secondo un report di IHS Market pubblicato dal Wall Street Journal, ma non è ancora abbastanza. E il compromesso annacquato emerso da Cop26, sottolineato dalle lacrime dell’organizzatore della conferenza sul clima, ed ex segretario di Stato della Gran Bretagna, Alok Sharma, richiede più impegno.

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Servono politiche più stringenti e vincolanti. Soprattutto è necessario aprire alla possibilità di trasferire la tecnologia green ai Paesi più poveri, oggi penalizzati da alti costi, barriere commerciali e resistenza sociale al cambiamento.

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A questo ritmo, le previsioni stimano che il calo si arresterebbe al 42%, nel migliore degli scenari, o al 48% entro il 2030.

Ma per accelerare la de-carbonizzazione, servono iniziative urgenti per democratizzare il passaggio all’uso di energia rinnovabile (solare, eolico, idrogeno green), per consentire ad ogni Paese, anche a quelli in via di sviluppo, di comporre il suo mix energetico pulito. Bisogna democratizzare il know how, le competenze, anche per non ripetere nel contrasto ai cambiamenti climatici gli stessi errori compiuti con l’accesso asimmetrico ai vaccini più efficaci nella lotta alla pandemia.

I Paesi in via di sviluppo non possono compiere gli stessi passi compiuti dai Paesi del G8 per diventare fra i Paesi manifatturieri più ricchi: industrializzazione col carbone, produzione inquinante e, solo infine, transizione energetica dopo aver raggiunto il benessere. Ora la via verso il benessere deve passare dalla transizione ecologica.

Energia rinnovabile, il cambiamento serve ora

Non c’è più tempo, “bisogna vedere il cambiamento adesso”, spiega Johanna Lehne, senior policy advisor di E3G, il think tank europeo sui cambiamenti climatici. I Paesi emergenti devono scavalcare la fase dello sviluppo tradizionale per trasformarsi subito in economie sostenibili.

Un’iniziativa interessante è quella da 10 miliardi di dollari lanciata dalla Global Energy Alliance for People and Planet, sostenuta dalla Rockefeller Foundation, l’Ikea e l’Earth Fund di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, a Glasgow in veste di filantropo.

I Paesi poveri sono responsabili solo del 24% delle emissioni globali. Ma, se continuassero a impiegare carbone e combustibili fossili per crescere, raggiungerebbero un triste primato: diventerebbero responsabili del 77% delle emissioni climalteranti entro il 2050. Nel frattempo i Paesi più ricchi avranno invece compiuto la transizione energetica verso un’economia sostenibile, diventando più virtuosi.

Nei Paesi poveri le rinnovabili non sono competitive

Ma è una sfida immensa portare energie rinnovabili e industrie green nei Paesi emergenti. Nei Paesi sviluppati sta calando il sipario sul carbone perché non conviene più a livello economico, commenta Joseph Curtin, direttore dell’iniziativa energia e clima della fondazione Rockefeller.

Nei Paesi poveri, invece, le energie rinnovabili non sono competitive. Una logistica e una supply chain ridotte all’osso non hanno portato nei Paesi in via di sviluppo i vantaggi del calo dei prezzi del fotovoltaico o dell’eolico off-shore. Nell’Africa sub-sahariana, i costi delle batterie agli ioni di litio, usate per lo stoccaggio delle energie rinnovabili intermittenti, per esempio, possono raggiungere 2-4 volte costi più alti che altrove. I motivi sono banali: non ci sono fabbriche locali, sui prezzi pesano le tariffe doganali applicate sulle merci d’importazione. Anche il costo di finanziamento di un progetto di energie rinnovabili può essere 6-7 volte più elevato nei Paesi più poveri rispetto alle nazioni più ricche.

Il carbone è un combustile fossile plug-and-play: facile da spiegare, semplice da capire. E finora la Cina è stato uno dei maggiori sponsor dell’uso di carbone, offrendo persino pacchetti finanziari e know how per usarlo. Serve dunque una svolta per rendere le energie rinnovabili appetibili nei Paesi emergenti.

Energie rinnovabili, le iniziative dedicate ai Paesi emergenti

Non è tecnicamente difficile costruire impianti fotovoltaici o parchi eolici nei Paesi emergenti. Le difficoltà che incontrano le energie rinnovabili nei Paesi emergenti non sono di natura tecnica, ma riguardano una serie di fattore. Innanzitutto bisogna bisogna formare tecnici e lavoratori competenti, ma non solo.

L’approccio della Global Energy Alliance for People and Planet punta ad aiutare i governi a realizzare politiche delle energie rinnovabili che incoraggino a formare un framework di sussidi per incoraggiare la transizione, creare un quadro degli appalti o mettere in piedi progetti pilota per le rinnovabili.

L’alleanza, che ha a disposizione solo 10 miliardi di dollari, una goccia nell’oceano, può però preparare il terreno per i grandi investimenti per la transizione energetica. L’alleanza, infatti, può svolgere il lavoro preparatorio per creare le condizioni per attrarre quegli investitori privati che hanno invece in portafoglio i capitali necessari per investire in energie rinnovabili.

Le cifre della transizione alle energie rinnovabili

Secondo il World Energy Outlook 2021 dell’International Energy Agency (IEA), entro il 2030 il mondo dovrà attingere a investimenti di dimensioni enormi: 4 trilioni di dollari all’anno da investire nella transizione energetica per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica a metà del secolo.

Ma non c’è solo l’alleanza a mettere mano al portafoglio. Per esempio, Europa, Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno riproposto un fondo da 8.5 miliardi di dollari in sovvenzioni, prestiti ed altre forme di finanziamento per aiutare il Sud Africa a rinunciare al carbone, e adottare tecnologie pulite come auto elettriche e idrogeno rinnovabile. I progetti iniziano a moltiplicarsi.

I migliori accordi alla Cop26 di Glasgow

Alla Cop26 di Glasgow sono emersi anche alcuni accordi interessanti in cinque aree: energie rinnovabili, vide dei trasporti, acciaio, idrogeno e agricoltura. I dettagli non sono ancora noti, ma l’intesa sull’acciaio è un viatico promettente per de-carbonizzare una delle industrie pesanti più energivore.

L’accordo è firmato dai più grandi produttori dell’acciaio, fra cui USA, Europa ed India, e renderà l’acciaio green il materiale privilegiato nei mercati globali. Nonostante la pesante assenza della Cina, si plaude però alla firma dell’accordo da parte dell’India. La produzione dell’acciaio è responsabile del 7,2% delle emissioni climalteranti globali: immette CO2 in atmosfera tre volte il settore dell’aviazione.

Oggi, però, è possibile usare le energie rinnovabili per alimentare i forni elettrici per produrre acciaio pulito, con una tecnologia meno inquinante, ma soprattutto usando energie alternative invece di combustibili fossili che emettono gas climalteranti. Un altro metodo per creare acciaio a zero emissioni consiste nello sfruttare l’idrogeno rinnovabile. L’apripista è la svedese Hybrit che inizierà a produrre acciaio pulito dal 2026. In futuro, anche l’italiana Ilva di Taranto potrebbe percorrere questa strada.

La barriera della competitività

Finora i governi sono stati molto gelosi dei progressi dei propri Paesi nelle energie rinnovabili e nelle tecnologie green, perché è in questi settori che si creeranno più posti di lavoro e crescita del Pil nei prossimi decenni.

L’anno scorso la Germania ha spiegato che soltanto la supply chain dell’idrogeno offre nuove opportunità per ridisegnare le partnership energetiche in Europa. “La corsa al dominio tecnologico nell’era delle rinnovabili è già iniziata”, illustra Thomas Hale, professore associato alle public policy presso l’Università di Oxford.

Ma la soluzione non è il protezionismo. I produttori tedeschi, un tempo, detenevano il 20% del mercato dei pannelli solari, finché la Cina non ha iniziato a produrre pannelli fotovoltaici, generando un collasso dei prezzi che nel 2010 ha mandato in bancarotta l’intero settore in Germania. Analogamente potrebbe accadere per l’acciaio verde. Comunque, il giorno in cui la Cina riterrà conveniente investire in acciaio green, sarà senza dubbio una buona notizia per l’ambiente, anche se provocherà sconquassi nell’economia, come è già avvenuto quando Pechino ha fatto l’ingresso nel solare.

Dalla presidenza Trump in poi, stiamo assistendo a guerre commerciali, soprattutto contro la Cina. Viviamo un’epoca di “sovranismo economico”, con effetti dirompenti sulle supply chain e sul trasferimento tecnologico ai Paesi emergenti. Ma le elevate barriere commerciali non sono la soluzione giusta per salvare le economie e tanto meno il pianeta.

La resistenza sociale alle energie rinnovabili

In India e nelle economie emergenti, i lavoratori del carbone temono di fare la fine dei minatori inglesi. La resistenza sociale alla diffusione delle energie rinnovabili è un fattore da non sottovalutare. Neanche la Gran Bretagna è riuscita a riqualificare i minatori inglesi, che, al tempo della chiusura delle miniere, hanno perso il loro lavoro e il livello di benessere precedente. Invece bisogna puntare sulla formazione di chi perde il lavoro per non generare resistenza al cambiamento.

In India i minatori e i lavoratori della filiera del carbone sono un milione, ma con l’indotto si arriva a dieci volte tanto, secondo un report tedesco. In tutte le trasformazioni energetiche, si contano perdenti e vincitori, secondo Fatih Birol, direttore esecutivo della International Energy Agency (IEA), ma l’India dovrebbe fare i conti col fatto che la domanda di carbone è destinata ad azzerarsi.

La transizione energetica creerà milioni di posti di lavoro, anche se se ne perderanno altri. “Il vero problema è che non si tratta di un’equazione matematica: magari si creeranno in Europa e a perdere posti di lavoro sarà l’Africa”, commenta Fatih Birol. Dovremo prestare grande attenzione a questi nuovi squilibri.

Per esempio, il Canada sta portando avanti progetti di re-skilling per offrire formazione professionale adeguata ai lavoratori che perderanno occupazione a causa della transizione energetica.

Conclusioni

Per rimanere entro l’aumento di un grado e mezzo, è necessario tagliare le emissioni di anidride carbonica del 45% rispetto al 2010, nell’arco dei prossimi nove anni. Le energie rinnovabili segnano la strada per conseguire l’obiettivo, ma bisogna fare presto e di più, soprattutto per aiutare i Paesi in via di sviluppo a scommettere sulla transizione ecologica.

La transizione genera cambiamenti drammatici, ma apre anche nuove opportunità. Australia e Marocco saranno i Paesi leader degli impianti solari. Dovranno in futuro trovare il modo, anche attraverso i cavi sottomarini, per trasportare l’idrogeno green nell’industria pesante dell’Asia dell’Est, il primo, e del Nord Europa, il secondo.

Interessanti progetti riguardano anche la riconversione delle pipeline di gas naturale in tubature per l’export dell’idrogeno, che deve essere trasportato in sicurezza, essendo altamente esplosivo. Standard universali e certificazioni verdi potrebbero rendere anche più appetibile l’idrogeno green da esportazione.

Le energie rinnovabili rappresentano la soluzione per accelerare l’addio alle fonti fossili, ma bisogna investire di più e aiutare i Paesi emergenti ad affrontare la transizione energetica necessaria per raggiungere la neutralità climatica nei tempi giusti, prima che i cambiamenti climatici diventino irreversibili.

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