Decarbonizzazione

Gli USA, la Cina e il clima: quali speranze dopo l’ultimo accordo

Collaborazione su tecnologie innovative, politiche di riduzione gas serra, deforestazione, utilizzo del carbone: l’accordo USA-Cina sul clima è un punto di svolta o un elenco di buone intenzioni? I dettagli, l’analisi dei contesti nazionali, le previsioni degli analisti

15 Mar 2022

Una cooperazione su tecnologie e politiche per la riduzione dei gas serra in atmosfera: l’accordo sul clima è stato sancito da USA e Cina quest’anno, due tra le maggiori economie mondiali e principali responsabili di emissioni.

A seguito dei non esaltanti risultati della COP 26 di Glasgow, possiamo ben sperare rispetto a questo accordo o sarà un modo per depotenziare le intese internazionali precedenti?

L’impatto del digitale sul cambiamento climatico: quanto inquinano servizi e tecnologie

Nei mesi scorsi, sia il presidente degli Stati Uniti Joe Biden che il presidente cinese Xi Jinping hanno preso impegni importanti.

Biden ha promesso che gli Stati Uniti raggiungeranno l’azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050; Xi ha ribadito l’impegno della Cina a raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2060 e ha insistito sull’inizio del taglio alla produzione di energia dal carbone entro il 2030.

USA Cina clima

Questi annunci dai leader dei due maggiori inquinatori di carbonio, che insieme rappresentano circa 40 per cento delle emissioni globali di gas serra, sembravano incoraggianti in vista degli importantissimi colloqui delle Nazioni Unite sul clima che si sono tenuti a Glasgow lo scorso novembre. Come stanno le cose dopo qualche mese?

Cosa prevede l’accordo USA-Cina sul clima

Le due nazioni intendono lavorare dal punto di vista delle tecnologie innovative: quelle relative all’utilizzo di energie rinnovabili, del risparmio energetico, dei sistemi innovativi di accumulo sul CCUS.

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È interesse comune lavorare sulle pratiche illegali di deforestazione, su politiche per l’istituzione di standard di riduzione delle emissioni, su politiche per la decarbonizzazione.

Entrambi riconoscano l’importanza dell’impegno assunto dai paesi sviluppati per l’obiettivo di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e ogni anno fino al 2025 per soddisfare le esigenze dei paesi in via di sviluppo, nel contesto di significative azioni di mitigazione e trasparenza sull’attuazione, e sottolineano l’importanza di raggiungere tale obiettivo il prima possibile.

Sempre nell’ambito dell’accordo, Usa e Cina hanno deciso di istituire un “gruppo di lavoro sul miglioramento dell’azione per il clima negli anni 2020″ e di incontrarsi all’inizio del 2022 per affrontare le emissioni di metano.

La Cina ha anche indicato che rilascerà un piano d’azione nazionale per il metano. Ciò è significativo perché la Cina non ha firmato il Global Methane Pledge e tradizionalmente non ha incluso nei suoi impegni i gas serra diversi dal carbonio – circa il 18% delle emissioni totali della Cina.

In ultimo la Cina si impegna a ridurre gradualmente il consumo di carbone durante il quindicesimo piano quinquennale e farà del suo meglio per accelerare questo lavoro[1].

Qui USA: il percorso travagliato del Build Back Builder

Gli USA di Biden sembrano aver cambiato direzione rispetto all’era Trump: il Presidente ha scelto di firmare, nel primo giorno del suo insediamento, una serie di ordini esecutivi che hanno avviato l’inversione a U, e di fatto la cancellazione, della politica anti-ambientale condotta dal suo predecessore.

Tuttavia, le ambizioni del piano si scontrano con la realtà politica nelle Camere, in cui la maggioranza dei Democratici è risicata, con evidenti conseguenze sugli obiettivi presentati.

Il presidente Biden vuole ridurre significativamente l’inquinamento generato dagli Stati Uniti: nel dettaglio, si parla di una riduzione di almeno il 50% al di sotto dei livelli del 2005 entro il 2030, più o meno il ritmo che la scienza ha stabilito il mondo debba seguire per evitare il surriscaldamento globale oltre gli 1,5 gradi celsius dalla rivoluzione industriale.

Gli analisti affermano che sarà estremamente difficile raggiungere l’obiettivo di Biden senza i crediti d’imposta sull’energia pulita nel pacchetto di legge denominato Build Back Better Act.

Ripercorriamo i passi precedenti. A Capitol Hill, il presidente Biden ha presentato un disegno di legge bipartisan per le infrastrutture da un trilione di dollari, che includeva miliardi per la ricerca sull’energia pulita e per rendere le comunità più resilienti ai disastri. Questa proposta, tuttavia, non ha avuto il percorso atteso: mentre la Camera ha approvato il pacchetto a novembre, il presidente non è riuscito a convincere l’unica resistenza democratica, il senatore Joe Manchin III del West Virginia, a votare per il suo disegno di legge “Build Back Better” da 1,7 trilioni di dollari, mettendo a rischio il suo futuro in un Senato equamente diviso.

Nei negoziati con la Casa Bianca, il senatore Manchin ha insistito affinché l’amministrazione Biden cassasse proprio la parte più forte del disegno di legge[2], finalizzato ad un programma di elettricità pulita che avrebbe premiato le società elettriche che avrebbero smesso di bruciare combustibili fossili a favore di eolico, solare e altre energie pulite, e penalizzato le altre. Il senatore ha anche fatto naufragare una disposizione che bloccava le nuove trivellazioni petrolifere offshore.

Allo stato attuale, la legislazione contiene ancora circa 555 miliardi di dollari per altre disposizioni sul clima, inclusi 320 miliardi di dollari in incentivi fiscali per produttori e acquirenti di energia eolica, solare e nucleare: incentivi destinati ad accelerare la transizione da petrolio, gas e carbone e che, secondo gli analisti, aiuterebbero gli Stati Uniti a raggiungere almeno la metà degli obiettivi climatici di Biden.

Il futuro rimane incerto: nonostante i Democratici del Senato abbiano dichiarato di essere determinati a vederne approvare una versione entro l’anno, le elezioni di medio termine incombono a novembre, minacciando il controllo del Congresso da parte del partito.

Qui Cina: la dipendenza dal carbone e gli obiettivi al 2060

La Cina è la nazione con le maggiori emissioni di anidride carbonica nel 2006 e ora responsabile di oltre un quarto delle emissioni complessive mondiali di gas serra.

Il ritmo di crescita delle emissioni di gas serra della Cina degli ultimi anni è stato frenetico: nel grafico di destra si vede ancora come gran parte dell’energia prodotta in Cina derivi da fonti fossili e molto dal carbone.

Cina clima
Cina clima

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Nel 2020, il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che il suo Paese mirerà a raggiungere il livello più alto delle sue emissioni prima del 2030 e la neutralità dal carbonio prima del 2060: una dichiarazione confermata come posizione ufficiale della Cina in vista del vertice globale sul clima della COP26 a Glasgow. Rimangono tuttavia alcuni dubbi: la Cina non ha detto esattamente come verranno raggiunti questi obiettivi[3].

Allo stato attuale, sono in costruzione nuovi impianti a carbone, le centrali in funzione hanno visto un incremento della capacità di produzione a seguito della crisi, ma il bicchiere non è mezzo vuoto.

La Cina corre veloce sullo sviluppo di tecnologie verdi, anche avanti agli Stati occidentali: sembra aver appieno compreso, a dispetto di altri fra cui l’Italia. l’enorme potenziale di nuovi posti di lavoro e PIL legato alla crescita delle energie verdi, alla riduzione della dipendenza dalle fonti fossili estere e dell’inquinamento atmosferico.

La Cina è stato il principale investitore mondiale in energie rinnovabili dal 2013 e ha acquistato le materie prime di cui quelle industrie hanno bisogno, come le miniere di cobalto in Africa. Ha una capacità di energia rinnovabile tre volte maggiore rispetto a qualsiasi altro paese[4].

Una scelta certamente motivata anche da interessi e valutazioni di politica interna: le élite politiche al governo riconoscono infatti la vulnerabilità del Paese alle conseguenze del riscaldamento del pianeta.

I principali centri economici della Cina sono altamente esposti al cambiamento delle coste e all’innalzamento del livello del mare, le precipitazioni inaffidabili influenzano l’irrigazione, il numero crescente di parassiti agricoli, estati più calde e stagioni di crescita anticipate e più brevi minacciano la sicurezza alimentare in Cina.

I ricercatori della Tsinghua University affermano quindi che il 90% della potenza prodotta in Cina nel 2050 deriverà da produzione nucleare e dalle fonti rinnovabili. Guardando a questo obiettivo, la Cina guida già la produzione di molte tecnologie verdi, quali il fotovoltaico e la produzione di batterie.

Riguardo la mobilità, la Cina produce e acquista più auto elettriche di qualsiasi altro paese con un margine considerevole: attualmente, circa un’auto su venti acquistata in Cina è a propulsione elettrica, entro il 2035 funzionari cinesi e rappresentanti dell’industria automobilistica prevedono che quasi tutti i nuovi veicoli venduti saranno completamente elettrici o ibridi.

Quello che manca alla Cina non è l’implementazione ma l’ambizione: da una potenza globale di queste dimensioni oramai ci si aspetta davvero di più per salvare sé stessa ed il pianeta.

Gli obiettivi del picco di emissioni al 2030 e di divenire carbon zero nel 2060 sono obiettivi soft: riflettono l’approccio al ribasso che si riscontra nei negoziati internazionali. Il punto di riferimento principale del Paese è sempre preliminarmente l’interesse domestico sopra ogni altra strategia politica. Su questo la speranza è che gli Stati in via di sviluppo possano condizionare la strategia verde di Pechino[5]; attendiamo quindi le mosse di India, Indonesia e Vietnam.

L’altro aspetto è proprio legato alle interazioni con gli USA e la cooperazione sul tema del cambiamento climatico; anche dagli sviluppi connessi a questo accordo USA-Cina sul clima dipenderà il rispetto del limite di 1.5 gradi fissato nell’accordo di Parigi.

Conclusioni

In conclusione, sebbene sia sempre positivo vedere nascere una nuova collaborazione su questi temi, l’emergenza climatica richiede un’urgenza immediata: otto anni per dimezzare le emissioni globali, secondo l’ONU. Agire per affrontarla richiede ambizione e coordinamento a livello mondiale e non con singoli accordi fra Stati, come quello tra USA e Cina sul clima.

La speranza per il mondo intero è che a questi buoni propositi seguano davvero attività congiunte e forti investimenti nella direzione della decarbonizzazione[6].

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Note

  1. U.S.-China Joint Glasgow Declaration on Enhancing Climate Action in the 2020, US Department of State, 2021
  2. Biden ‘Over-Promised and Under-Delivered’ on Climate. Now, Trouble Looms in 2022, The New York Times, 2022
  3. Why China’s climate policy matters to us all, BBC News, 2021
  4. China to Fight Climate Change? The Debate Over Competition and Cooperation, Foreign Affairs 2021
  5. China’s climate change record: Beijing tends to meet its targets, but sets the bar too low, The Conversation 2021
  6. The US-China climate agreement is imperfect – but reason to hope, The Guardian 2021

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