Il dibattito europeo sulla politica climatica si è progressivamente scollegato dalla realtà industriale ed economica del continente. Il Green Deal, il pacchetto ReArm EU e l’estensione dell’ETS ai consumi di combustibili fossili oggi fuori dal perimetro ETS 1 (l’ETS 2) sono stati presentati come pilastri complementari della sovranità europea. Osservati nei rispettivi meccanismi economici, però, risultano strutturalmente incompatibili. Vale la pena spiegare perché, partendo dai principi e arrivando alle conseguenze concrete su industria, competitività e tenuta sociale.
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Prima contraddizione: il cap delle emissioni e il riarmo
Il principio fondante di un sistema cap-and-trade è il cap, ossia un tetto definito a priori sulle emissioni complessive dei settori coperti. L’EU ETS impone un cap decrescente per tabula e lascia che siano i partecipanti, attraverso la negoziazione delle quote (EUA), a decidere chi continua a emettere e chi accelera la decarbonizzazione. Ogni tonnellata destinata a un uso è, per costruzione, una tonnellata sottratta a un altro.
Dentro questa logica, dedicare una quota crescente del cap alla produzione bellica solleva un problema che il dibattito pubblico tende a ignorare. Gli armamenti, nella migliore delle ipotesi, sono prodotti destinati a rimanere in hangar: riserve strategiche che non generano output economico nel ciclo civile. Sottrarre tonnellate di CO2 al cap per produrre stock militari, mantenendo invariato (anzi rendendolo progressivamente più stringente) il tetto complessivo, significa rendere strutturalmente più cara sia la produzione industriale per scopi civili sia la produzione energetica destinata ai consumi civili, anch’essa coperta da ETS. È, a tutti gli effetti, una spinta inflattiva accelerata sull’economia reale europea.
Gli effetti non si limitano peraltro ai settori direttamente coperti da ETS 1. A risentirne saranno tutti i soggetti che dipendono da forniture esposte all’ETS, lungo l’intera catena del valore: chi acquista energia elettrica, chi acquista cemento, acciaio, vetro, chimica, carta, prodotti raffinati. La trasmissione del costo della CO2 attraverso i prezzi dei fattori produttivi è già oggi un dato strutturale dell’economia europea, e diventerà ancora più marcata se il riarmo aggiungerà una domanda strutturale di EUA da parte di un settore con bassissima elasticità al prezzo del carbonio.
Il risultato è che le conseguenze di un piano di riarmo finanziato dentro l’attuale perimetro ETS sarebbero ancora più disastrose per l’industria civile europea, attraverso un rialzo dei prezzi EUA che si propagherebbe a cascata sui costi di produzione di tutto il continente. Con buona pace di quei Paesi, come la Germania, che stanno guardando al piano di riarmo come a una chance di salvezza per un comparto manifatturiero in crisi, da riconvertire al bellico. Un atteggiamento assolutamente miope: la convenienza relativa che la riconversione potrebbe generare per la singola impresa rischia di essere ampiamente sopraffatta dal peggioramento sistemico delle condizioni di costo per tutta l’industria continentale, inclusa quella tedesca.
Seconda contraddizione: l’asimmetria competitiva geopolitica
La logica del riarmo europeo presuppone una competizione strategica con paesi le cui giurisdizioni non prezzano allo stesso modo le esternalità climalteranti. I costi di produzione industriale in Europa sono già oggi strutturalmente più alti che in molte altre aree del mondo, per ragioni che vanno dal costo dell’energia (largamente importata) al costo del lavoro, agli oneri ambientali e di sicurezza. La componente CO2 non fa che inasprire ulteriormente questo divario.
La Cina, per citare l’interlocutore più rilevante, ha un proprio sistema ETS ma con caratteristiche profondamente diverse. È un sistema intensity-based, non absolute cap (anche se si annuncia una transizione verso un cap assoluto entro il 2027). Copre attualmente, dopo l’estensione del 2024-2025, i settori elettrico, acciaio, cemento e alluminio, con piani di ulteriore espansione a chimica, petrolchimica, aviazione civile e cartario. Le quotazioni delle CEA cinesi si muovono intorno a 70-100 yuan/tonnellata (circa 9-13 euro), un ordine di grandezza inferiore alle EUA europee. La Russia non ha alcun sistema di carbon pricing operativo a livello federale.
Il risultato è prevedibile. Lo stesso carro armato, prodotto in Europa con l’intera filiera soggetta a EUA, costi energetici gonfiati dall’ETS 1, CBAM sulle componenti importate e, in prospettiva, ETS 2 sui consumi di combustibili fossili lungo l’intera catena logistica e produttiva (non solo trasporto su gomma, ma anche calore di processo, riscaldamento dei capannoni, generazione di vapore in tutti i siti non ETS 1), avrà un costo strutturalmente superiore a un mezzo equipollente prodotto in giurisdizioni dove le esternalità climalteranti non hanno prezzo, o lo hanno in misura simbolica.
Si determina così un paradosso. Proprio nel momento in cui l’Europa identifica la sovranità militare come priorità strategica, le sue politiche climatiche rendono quella sovranità più costosa, più lenta e meno sostenibile sul piano industriale. Non è un problema di principio: prezzare le esternalità climalteranti resta economicamente fondato. È un problema di asimmetria geografica del prelievo, che diventa insostenibile quando il vantaggio competitivo dei concorrenti deriva proprio dal non sostenerlo. L’attuale ambiguità, in cui si chiede all’industria europea della difesa di competere con un piede legato alle politiche climatiche, è la peggiore delle opzioni.
Terza contraddizione: ETS 2, una carbon tax in tempo di shock energetico
Veniamo al terzo punto, forse il più critico nel breve periodo. L’ETS 2, la cui fase di mercato è stata posticipata al 2028 con la decisione di dicembre 2025, è formalmente un sistema cap-and-trade ma sostanzialmente al cento per cento una carbon tax. La ragione è semplice: dal primo giorno la totalità dei permessi di emissione verrà allocata tramite asta, senza alcuna assegnazione gratuita e senza meccanismi che permettano una vera formazione del prezzo a partire dalla scarsità marginale tra operatori. Le aste sono uno strumento di fiscalità travestito da meccanismo di mercato, e il gettito è destinato a fondi europei come il Social Climate Fund e ai bilanci nazionali.
Il perimetro coperto è inoltre molto più ampio di quanto la formula sintetica “edifici e trasporti” lasci intendere. ETS 2 colpirà tutti i consumi di combustibili fossili non già inclusi in ETS 1, di cui il riscaldamento residenziale e il trasporto su gomma sono solo una parte. Vi rientrano consumi industriali sotto soglia ETS 1, processi termici di filiere non energivore, agricoltura, settore terziario, tutto ciò che brucia un combustibile fossile in Europa senza essere già sotto cap.
Va sottolineato un punto che il dibattito pubblico trascura sistematicamente. Quando si parla di transizione energetica europea, ci si concentra quasi esclusivamente sul peso crescente delle rinnovabili nel mix elettrico. Ma l’energia elettrica rappresenta solo una frazione del consumo energetico totale del continente. L’energia termica, fondamentale per riscaldamento residenziale, processi industriali e larga parte della mobilità, è ancora oggi quasi interamente dipendente dai combustibili fossili. Gas naturale, gasolio e prodotti raffinati restano i vettori energetici dominanti dell’Europa, e lo saranno ancora per molti anni, indipendentemente da quanto velocemente cresceranno solare ed eolico nel comparto elettrico. Va inoltre tenuto presente che il fabbisogno energetico complessivo del continente è destinato ad aumentare, non a diminuire, a meno di un disastroso ridimensionamento dell’Europa sotto il profilo industriale e tecnologico, ridimensionamento che vorremmo evitare proprio quando si discute di sovranità strategica.
Immaginiamo allora il quadro che si sta preparando. Un’Europa che importa larga parte dei propri combustibili fossili, in un contesto di conflitto russo-ucraino non risolto e di tensioni in Medio Oriente che hanno già spinto petrolio, prodotti raffinati e gas naturale su livelli pesantemente onerosi per famiglie e filiere produttive. A questi rincari di mercato si aggiungerà, dal 2028, un prelievo amministrativo (l’ETS 2) che colpirà direttamente le bollette di riscaldamento, i prezzi alla pompa e i costi termici di gran parte delle attività economiche oggi fuori ETS 1.
Le stime della Commissione, che indicano un prezzo iniziale dell’ETS 2 intorno ai 45 euro/tonnellata, sono economicamente irrazionali a meno che l’UE non decida di alterare il meccanismo introducendo cap di prezzo amministrati o concentrando una quota sproporzionata dei permessi nelle aste dei primi anni, salvo poi subire il contraccolpo negli anni successivi. In assenza di questi correttivi distorsivi, il prezzo degli EUA 2 potrebbe rapidamente superare i 100 euro/tonnellata, in linea con quanto già osservato sui mercati paralleli e con quanto modellato da analisti indipendenti.
Tradotto in termini concreti per il cittadino europeo, parliamo di migliaia di euro all’anno aggiuntivi sulla bolletta del gas e sul rifornimento di carburante. Un aggravio che peserà in modo particolarmente severo nei Paesi penalizzati sul fronte degli asset di riscaldamento residenziale, in primis il blocco di Visegrád, dove molti condomini sono ancora alimentati a carbone, e dove la stagione termica è significativamente più lunga e rigida di quella mediterranea. Non occorre essere economisti per capire che le condizioni per una rivolta sociale ci sono tutte, e con esse il rischio di un crollo del consenso politico sull’intera architettura climatica europea. I gilet gialli francesi del 2018-19 furono innescati da un aumento ben più modesto della tassazione sui carburanti.
Dal cap-and-trade al cap-tax-and-trade: il filo che lega le tre incoerenze
Il filo comune delle tre contraddizioni è uno solo. Le politiche climatiche europee sono state progettate nei primi anni 2000 come strumenti di mercato, basati sull’idea che il prezzo del carbonio dovesse emergere dalla scarsità relativa delle quote allocate e guidare, attraverso quel segnale, l’allocazione efficiente degli sforzi di decarbonizzazione. Negli ultimi dieci anni, attraverso l’introduzione della Market Stability Reserve, l’incremento progressivo delle aste, la destinazione dei proventi a finalità predeterminate e ora la struttura interamente amministrata dell’ETS 2, quel disegno originale è stato progressivamente svuotato.
Ciò che resta è un sistema ibrido, una “cap-tax-and-trade” che combina i difetti del mercato (volatilità, rischio di carbon leakage) con quelli della tassazione (rigidità, impatto regressivo, scollegamento dai segnali di scarsità reali). Su questo ibrido si stanno ora caricando obiettivi geopolitici (il riarmo) che ne accentuano le contraddizioni interne fino a renderle insostenibili.
Il risultato è un’architettura che, dentro un cap decrescente per tabula, chiede all’industria civile di assorbire l’inflazione di costo generata dalla domanda aggiuntiva di EUA legata al riarmo, ai cittadini di pagare la transizione attraverso una carbon tax travestita sulle bollette in un contesto di shock energetico e di domanda energetica continentale crescente, e all’Europa nel suo insieme di affrontare competitor strategici partendo da uno svantaggio di costo strutturale che le proprie politiche climatiche contribuiscono ad aggravare. Tre richieste simultanee che il sistema economico e quello politico europeo difficilmente potranno reggere insieme.
La direzione corretta è una sola, e non ammette scorciatoie: il ritorno a una logica di mercato pura e tecnologicamente neutrale. Un prezzo del carbonio che emerga dalla scarsità reale delle quote, e non da decisioni amministrative travestite da meccanismi di mercato. Un’architettura che non pretenda di scegliere ex ante le tecnologie vincenti, ma che lasci ai settori industriali, attraverso le proprie scelte di investimento, l’individuazione dei percorsi di decarbonizzazione più efficienti rispetto al proprio contesto produttivo. Solo un meccanismo di mercato genuino, basato su un cap decrescente, allocazione efficiente delle quote e nessuna interferenza amministrativa sulla formazione del prezzo, è in grado di generare quel segnale di scarsità che orienta i capitali verso le tecnologie a basse emissioni premiando chi decarbonizza davvero.
L’alternativa talvolta evocata, quella di abbandonare la finzione e introdurre una carbon tax esplicita, non è in realtà alcuna alternativa. È fallimentare per definizione: una tassa è uno strumento di prelievo, non un meccanismo di incentivo alla decarbonizzazione. Non premia chi investe per ridurre le emissioni, non riconosce il valore dello sforzo industriale precoce, non genera quel segnale dinamico di prezzo che è l’unica vera leva per orientare i capitali verso tecnologie a basse emissioni. Sostituire un cap-tax-and-trade snaturato con una carbon tax dichiarata significherebbe solo passare dall’ipocrisia del mercato amministrato all’onestà del prelievo, senza risolvere nessuno dei problemi strutturali.
C’è un dato, peraltro, che dovrebbe imporsi al centro di qualunque riflessione sulla politica climatica europea, e che emergerà con forza nel nuovo report Decarbonization Policy and Technology dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano (di cui CO2 Advisor è partner), in presentazione il prossimo 10 giugno. Il peso dell’industria sul PIL del continente è crollato dal 20% del 1990 a meno del 14% del 2024. Un dato pessimo, che racconta una verità scomoda: non abbiamo decarbonizzato in modo sano, abbiamo progressivamente delocalizzato i processi produttivi verso giurisdizioni dove, peraltro, la carbon intensity è significativamente superiore a quella europea. Non abbiamo ridotto le emissioni globali, le abbiamo esportate, peggiorando il bilancio climatico mondiale e impoverendo simultaneamente il continente.
Il limbo attuale, in cui un meccanismo di mercato viene piegato simultaneamente a obiettivi fiscali, redistributivi e geopolitici incompatibili tra loro, non è quindi solo economicamente e politicamente insostenibile. È anche, e soprattutto, climaticamente controproducente. E rischia, nel suo collasso, di travolgere proprio l’obiettivo che dichiara di voler perseguire: una decarbonizzazione reale dell’economia europea, che potrà avvenire solo attraverso una ripresa del peso industriale del continente, non attraverso la sua progressiva erosione.











