La riflessione

Internet delle cose, un approccio smart

Non basta riempire le città di sensori per renderle intelligenti. Bisogna invece che siano un insieme di ecosistemi fondati sulle relazioni tra uomini e macchine, le quali sono un’estensione dei sensi umani. Ed è possibile solo se abbiamo pieno controllo dei dati

Pubblicato il 29 Apr 2013

Michele Vianello

consulente e digital evangelist

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Un approccio corretto ad Internet of Things ci consentirà di realizzare politiche smart per innovare le nostre città. Vorrei, preliminarmente dare una dimensione al “fenomeno” Internet of Things (d’ora in avanti I.O.T.) per arrivare poi ad ipotizzare scenari di utilizzo nella “città smart”.

L’esplosione di I.O.T. si identifica nell’avvento dell’indirizzo IPv6, ossia l’avere a disposizione miliardi di indirizzi, meglio identità singole, su Internet. Oggi, ogni oggetto può essere dotato di un indirizzo IP, ovvero di una sua identità/nome su Internet.

L’avvento degli indirizzi IPV6 rende disponibili miliardi di identità -di nomi- che consentono ad ogni oggetto di assumere una ben precisa identità in rete. Il fustino di detersivo di mia suocera avrà un nome diverso, una identità diversa rispetto a quello di mia cugina.

Secondo Gartner già oggi il 50% delle connessioni a Internet sono generate da “oggetti”. Nel 2011, 15 miliardi di oggetti erano collegati in permanenza al web, 50 miliardi saltuariamente. Nel 2016, 30 miliardi di oggetti saranno collegati in permanenza al web, 200 miliardi saltuariamente. Secondo un recente studio del Politecnico di Milano, il fenomeno investe anche l’Italia. Il 2012 ha visto un’accelerazione nella diffusione delle soluzioni più consolidate, basate per lo più su tecnologie di comunicazione cellulare: in Italia il numero di oggetti interconnessi tramite SIM dati è arrivato a 5 milioni, crescendo del 25% rispetto al 2011 (contro il 13% dell’anno precedente).

Quando parliamo di oggetti svariamo dal pacemaker, ad una lavatrice, alla pellicola che avvolge un prodotto alimentare, ad un sensore inserito nelle tubature dell’acqua potabile. Le interfacce di chiamano QRcode, tag RFID, NFC. Il veicolo dei dialoghi è Internet. Le dashboard sono i device mobili.

Internet è la strada che veicola i dialoghi tra gli oggetti, tra gli uomini (il social networking), tra gli uomini e le macchine.

Di fronte a questa realtà -all’ampiezza di questo fenomeno- la tendenza di molte Amministrazioni (ma come vedremo più oltre anche Istituti di Ricerca) è quella di associare il grado di intelligenza (smartness) delle loro città al numero di sensori installati.

La massiccia diffusione di oggetti (I.O.T.) non fa una città più intelligente, né gli oggetti sono intelligenti. Non ha fondamento una equazione che parametra l’intelligenza di una città alla diffusione del numero dei sensori. Possiamo affermare quindi che l’intelligenza “quantitativa” non esiste.

Una città non è “smart” in base al numero dei sensori installati e quindi, più hai installato “lampioni con il wifi”, più sei “smart”.

Il Rapporto del Politecnico di Milano su I.O.T., “Smart Energy & Gas Metering” afferma: “Oggi tutti i principali Paesi hanno pianificato l’introduzione dello Smart Metering, ma i numeri sono ancora lontani da quelli italiani: secondo il Joint Research Center (JRC) della Commissione Europea nel 2011 erano installati 45 milioni di Smart Meter in Europa, di cui oltre due terzi in Italia, e 8 milioni negli USA…sempre secondo JRC, il numero di contatori intelligenti raggiungerà entro il 2020 quota 240 milioni.”

Il fatto che a casa di ognuno di noi sia installato un contatore (Smart Meter) i cui dati sono veicolati attraverso Internet non è condizione sufficiente per far si che l’Italia sia all’avanguardia nell’uso di I.O.T. (il numero non rappresenta la qualità), né tanto meno che una città sia “smart”.

L’uso “proprietario” che viene fatto dei dati prodotti dai contatori (meglio, da noi utenti), ne fa una delle “occasioni perdute” per generare “smartness” in un ambiente urbano.

“Le nostre città si stanno trasformando velocemente in ecosistemi artificiali composti da organismi digitali interdipendenti ed interconnessi” scriveva il visionario fondatore del “MediaLab” del MIT William Mitchell nel lontano 1998.

Ciò che andrebbe progettato allora, per gestire correttamente I.O.T., è un ecosistema cittadino, dando inoltre a I.O.T. un’accezione un po’ più ampia dei “semplici contatori” dell’erogazione di energia.

In ogni città singole persone fanno uso di sensori in modo del tutto “puntuale”, -pensiamo ad esempio alla domotica-, ma il nostro approccio dovrà essere sistemico. Andranno cioè disegnati ecosistemi di interazioni tra oggetti e persone.

E un ambiente urbano andrà sempre di più concepito come un organismo in cui singoli sottosistemi dialogano tra di loro generando conoscenza e sapere. Infatti, gli oggetti nelle loro interazioni, e nei dialoghi con gli esseri umani generano conoscenza. Anzi, il valore di I.O.T. è prima di tutto nell’essere generatori di conoscenza.

Facciamo un esempio.

Il termine “domotica” sta ad indicare un ecosistema di oggetti concepiti per rendere più “intelligente” il modo di vivere una abitazione (o un ufficio). Fino ad ora le applicazioni “domotiche” spesso si limitano alla regolazione intelligente dell’uso dell’energia per il riscaldamento e per l’illuminazione.

In realtà gli usi potrebbero essere più evoluti e sofisticati. Le tecnologie ci sono già tutte.

In una abitazione “domotica” di nuova concezione le lastre di vetro delle finestre -in virtù dei sensori- possono comunicare all’impianto di riscaldamento/raffreddamento la temperatura dell’ambiente esterno. L’impianto ovviamente regola la temperatura della casa, ma può comunicare al proprietario la temperatura per consigliarlo sui vestiti da indossare. Prima o poi, avremo a disposizione vestiti i cui tessuti si adatteranno alla temperatura esterna. Finirà l’epoca dei cappotti versus i costumi da bagno.

I benefici di queste interazioni sono evidenti. L’ottimizzazione dell’uso dell’energia negli ambienti domestici, avrà un beneficio immediato sulla bolletta energetica dei singoli e, ovviamente di una città.

I sensori però veicolano anche una quantità indescrivibile di “dati”. I “dati” organizzati, storicizzati, virtualizzati sono la vera ricchezza fornita attraverso I.O.T. ad una “Governance cittadina”.

Come ho affermato più sopra, I.O.T. è “solo” uno strumento, la ricchezza potenziale è il “dato” che viene generato dai dialoghi.

La storicizzazione delle serie dei “dati” forniti dalle abitazioni di un qualsiasi quartiere cittadino, uniti a quelli degli uffici di un’impresa, di un ristorante, georeferenziati, ci possono fornire lo stato dell’efficienza energetica di un quartiere. Pensate a tanti ecosistemi di dialogo in relazione tra di loro che generano “dati”. Tutto ciò renderà “intelligente” e più ricca una città.

Poniamoci ora un altro problema? Può essere il genere umano il protagonista di questi processi?

“Siamo tutti cyborg, ora gli architetti e gli urbanisti dell’era digitale devono cominciare a riformulare la teoria del corpo nello spazio” scriveva William Mitchell.

I cinque sensi di un essere umano non sono più sufficienti a cogliere tutta la ricchezza e la complessità di ciò che vive nella rete e che è prodotto dalla nostra attività.

Che cosa sono le funzioni “touch”, o “voice” di uno smartphone se non una estensione dei nostri sensi. La nuova versione del software di Apple IOS6 contiene una utility “Siri” che ci consente di attivare alcune funzioni del device usando la voce. L’ “eye tracking” prodotto dalla Samsung consentirà di guidare alcune funzioni del device con lo sgardo.

Che cosa sono queste funzionalità se non la estensione dei nostri sensi, la voce e la vista?

Cominciamo a concepire allora che un telefonino, chiamo così, volgarmente, uno smartphone è una estensione dei nostri sensi. “Nike + IPod Il tuo nuovo personal trailer” recita così una nota campagna pubblicitaria.

Anche questo è I.O.T.: sensori inseriti nelle scarpe che dialogano con noi (che ci forniscono informazioni) tramite un device mobile.

Se quanto abbiamo affermato fosse vero, concepiremmo la “Città intelligente” come un insieme di ecosistemi fondati sulle relazioni tra uomini e macchine, le quali sono una estensione dei sensi umani.

La “Città intelligente” è un luogo di forte interrelazione tra il “reale” e l’“immateriale”. Ma, ciò implica che l’essere umano deve avere la piena padronanza di tutti i dialoghi, di tutti i “dati” prodotti dalle interrelazioni tra gli uomini e gli oggetti. L’essere umano deve ancora maturare la piena “consapevolezza” dell’esistenza di questa ricchezza.

Soprattutto, la Amministrazione pubblica non dovrà subire questa nuova ondata di innovazione, perché purtroppo è ciò che oggi sta avvenendo, di fronte all’avvento dell’epoca di “Internet of Things”.

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