Un “new normal” sostenibile per il Pianeta? La strada è in salita. Cosa serve all’Italia | Agenda Digitale

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Un “new normal” sostenibile per il Pianeta? La strada è in salita. Cosa serve all’Italia

Gli sforzi dell’Italia verso l’indifferibile necessità di costruire un’alternativa sostenibile alla normalità precovid, che era essa stessa il problema, non sembrano ancora abbastanza radicali e credibili, malgrado la spinta Ue. L’elenco (parziale) di azioni urgenti per un vero ripensamento del sistema Paese in chiave green

1 giorno fa
Annalisa Corrado

portavoce del movimento Green Italia, ingegnera meccanica specializzata in Ricerca Energetica

Photo by Artur Łuczka on Unsplash

Il “new normal”, una normalità nuova, profondamente diversa da quella che abbiamo repentinamente abbandonato ormai più di un anno fa, è per il mondo scientifico ecologista un obiettivo che non è solo un auspicio, ma una assoluta necessità: la normalità che conoscevamo e credevamo inamovibile (almeno in alcuni, prevalentemente abitanti dei Paesi occidentali) era essa stessa il problema, e sforzarci di tornare in quel punto, non può certo essere la soluzione.

Nonostante tutto, il covid ci offre un’opportunità, quella di darci nuove priorità, cambiare radicalmente il nostro rapporto con il mondo che ci circonda.

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Tutti i danni dell’antropocene

La normalità pre-covid era infatti costruita attorno a un crescente e dissennato abuso delle risorse del pianeta, in primis quelle fossili, e gestita con atteggiamento predatorio nei confronti dell’ecosistema; il punto estremo di un percorso precipitato sempre più velocemente, a partire dalla seconda rivoluzione industriale di fine ottocento, talmente pervasivo da portare la comunità scientifica internazionale a ipotizzare che l’essere umano sia riuscito a cambiare profondamente i connotati al pianeta, traghettandolo in una nuova era geologica dal nome e dal senso ineludibili: l’antropocene.

Alle soglie dell’antropocene, ad esempio, è sembrato accettabile che 183 Paesi abbiano sottoscritto gli accordi di Parigi (durante la COP21 del 2015) per una totale decarbonizzazione delle nostre economie e società entro il 2050, ma che poi, banalmente, non sia accaduto nulla di rilevante per essere coerenti con quegli impegni incredibilmente urgenti e stringenti; impegni necessari per contrastare e contenere una minaccia epocale, globale e inedita come quella costituita dalla crisi climatica.

Alle soglie dell’antropocene, era geologica che cristallizza l’asservimento alle esigenze di un determinato modello di sviluppo piuttosto che a quelle degli esseri viventi, nessuno si strappa le vesti per gli allarmi che continuano a lanciare l’Agenzia Europea per l’Ambiente e l’Organizzazione Mondiale della Sanità in relazione alla salute pubblica: per inquinamento atmosferico da particolato sottile, ossidi di azoto e ozono, solo in Italia, nel 2018 sono morte prematuramente oltre 65.000 persone[1], ma evidentemente si preferisce continuare a farsi sanzionare dall’Europa per le numerose infrazioni proprio in questo ambito, piuttosto che mettere profondamente in discussione le politiche territoriali connesse a questo disastro.

Alle soglie dell’antropocene, per chiudere questa carrellata di terribili esempi, non genera una rivoluzione il fatto che nel 2050, con questo ritmo, ci sarà più plastica che materia vivente nelle acque del “pianeta blu”, e tantomeno crea sommosse popolari l’allarme microplastiche (ormai inesorabilmente penetrate nel ciclo alimentare umano, tanto da essere rintracciabili persino nelle placente delle donne incinta).

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Il covid e l’opportunità di un’alternativa sostenibile

Molti, tra gli ecologisti, si domandavano cosa altro dovesse accadere per destare una reazione forte, perché fosse presa davvero sul serio la necessità indifferibile di costruire quell’alternativa sostenibile, di cui si parla da diversi lustri, in grado di arrestare queste crisi sempre più profonde.

La risposta non ha tardato a manifestarsi, purtroppo, con tutto il carico drammatico che ben abbiamo conosciuto e stiamo ancora vivendo: la pandemia da Covid19 (ampiamente annunciata dall’organizzazione mondiale della sanità) è anch’essa, con sempre maggiore evidenza scientifica, stata innescata a partire da fenomeni di promiscuità forzata tra animali selvatici, animali da allevamento e esseri umani, nonché dalla contrazione estrema di eco-sistemi primari e primitivi (che rendono in qualche modo inaccessibili innumerevoli virus e batteri), e dallo sconvolgimento delle condizioni che avevano dato luogo a un patrimonio incommensurabile di biodiversità; dinamiche queste provocate, ancora una volta, dalla inarrestabile necessità di conquistare nuovi spazi produttivi e a servizio delle attività umane, propria di un modello tutto sbagliato.

La costruzione del menzionato “new normal”, da questo punto di vista, è davvero un obiettivo necessario anche per non fare lo sbaglio peggiore che può farsi di fronte ad una crisi: sprecarla.

E, in fondo, questa crisi non ci ha solo dato un ulteriore pezzo del puzzle con cui il disegno diventa sempre più intellegibile (compresa l’evidenza dal fatto che siamo davvero tutti incredibilmente connessi e che alcuni “confini” siano una barriera davvero illusoria), ma ci ha anche dimostrato che di fronte ad una crisi così seria è possibile reagire in maniera radicale, è possibile riordinare priorità che sembravano scolpite nella pietra, è possibile cambiare assetto, anche velocemente.

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L’indispensabile cambio di passo dell’Ue post covid e la (carente) strategia italiana

Ed è davvero un bene, da questo punto di vista, che dalle istituzioni europee sia arrivato un messaggio così forte e chiaro: le ingenti risorse che saranno destinate alla ricostruzione post covid, dedicate alle nuove generazioni fin dalla scelta del nome (next generation EU) dovranno essere ispirate da un radicale cambio di paradigma in chiave ecologica, digitale e resiliente, ripensando l’Europa all’insegna dell’inclusione sociale.

Il nostro Paese dovrà rispondere con uno sforzo mai visto di programmazione e strategia, di cui ancora, malgrado gli annunci, si stentano a vedere risultati davvero promettenti.

Il governo Draghi era partito con alcuni segnali importanti, anche solo dal punto di vista culturale, come alcuni richiami forti nel suo discorso di insediamento a questa necessità, e come la creazione di un ministero della transizione ecologica (il MiTE, come già viene chiamato per amor di brevità).

Un Ministero che nasce per raccogliere il testimone dello sfortunato Ministero dell’Ambiente (mai preso veramente sul serio nel nostro Paese, a partire dall’assenza di investimenti seri nella strutturazione tecnica della macchina, arrivando allo scarso peso politico nelle negoziazioni interministeriali), acquisendo anche la delega all’energia, storicamente appannaggio del Ministero dello Sviluppo Economico.

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Un passo certamente interessante, anche vista l’importanza di mettere immediatamente a terra scelte coraggiose proprio sul campo della strategia energetica, verso la decarbonizzazione del Paese. Un passo, però, ancora parziale, con troppi Ministeri che continuano a lavorare a canne d’organo, senza che sia stata costruita una vera cabina di regia in cui vengano valutate e coordinate le politiche di ogni settore, nell’ottica della sfida ecologista.

È impensabile essere efficaci nella transizione ecologica senza ripensare totalmente, oltre al modello energetico, tanto il nostro sistema industriale quanto quello delle infrastrutture per la mobilità e i trasporti; tanto i modelli di agricoltura e allevamento, quanto il funzionamento delle città (a partire da quelle metropolitane); tanto il turismo e la cultura, quanto il mondo dell’innovazione e della ricerca, dell’infrastrutturazione digitale del Paese, della scuola.

Da questo punto di vista, preoccupa moltissimo che non si stia facendo, parallelamente allo sforzo di programmazione del PNRR, uno sforzo altrettanto importante per la revisione e per il ri-orientamento di tutte le politiche e tutti i fondi disponibili perché siano coerenti con gli obiettivi di quel piano.

Rischia di essere poco credibile l’ambizione europea verso un Green New Deal, che non coinvolga, ad esempio, una revisione profonda delle Politiche Agricole Comunitarie e delle ingenti risorse ad esse connesse, attualmente ancora orientate al sostegno di pratiche intensive ed aggressive con il suolo, con il clima, con gli animali e con la salubrità di territori e persone. Rischia di essere poco credibile uno sforzo che non arrivi a mettere in discussione i trattati commerciali internazionali, come quello UE-Mercosur, che attualmente spalancherebbe le porte alle peggiori pratiche predatorie e di devastazione di aree di fondamentale importanza per il contrasto ai cambiamenti climatici e per la difesa dell’ecosistema (foresta amazzonica in testa).

Stesso tipo di considerazioni valgono per l’Italia, con le sue incoerenze tra promesse, enunciazione di principi vaghissimi (perfetti per dare una dignità persino al più bieco green-washing), e cadute a terra tra i soliti errori (come quello di trasformare il PNRR in una lista senza capo né coda di opere e linee di azione, incapace di tessere una strategia industriale a medio e lungo termine, incapace di indicare come e con quali riforme e strumenti si intenda procedere, o con quali valutazioni si intendano monitorare i risultati delle azioni pianificate).

Per poter credere a una vocazione finalmente seria e radicale, mirata a un ripensamento del sistema Paese in chiave green, ci sarebbe bisogno, parallelamente a un lavoro rigoroso sul piano di spesa per i fondi del Next Generation EU, ad esempio, di una revisione profonda e urgente delle risorse destinate ogni anno alle attività dannose per l’ambiente (lo scorso anno 19 miliardi di euro); ci sarebbe bisogno di una riforma del sistema autorizzativo per la realizzazione tanto di impianti dedicati al mondo del trattamento dei rifiuti e dei sotto-prodotti, in una logica di economia circolare, quanto di impianti destinati alla generazione di energia da fonti rinnovabili: verso un sistema che coniughi trasparenza, legalità e rigore, con tempi certi per le istruttorie, e indicazioni precise di quali tecnologie/applicazioni possano essere le benvenute su un determinato territorio, coerentemente con il fabbisogno complessivo; ci sarebbe bisogno di uno sforzo ingente per il potenziamento e per la stabilizzazione di sistemi di incentivazione intermittenti e instabili, troppo complicati o troppo brevi per diventare davvero strumenti utili nelle mani di operatori e cittadini.

E l’elenco sarebbe ancora lungo.

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Conclusioni

Le scelte di queste settimane saranno molto importanti per comprendere le reali intenzioni del Governo e metterne alla prova l’ambizione e la capacità di azione. Interessante sarà anche osservare la libertà di movimento consentita da una compagine parlamentare estremamente eterogenea e lontanissima dai temi green (salvo poche, preziosissime, eccezioni), almeno fino a ieri.

La sensazione, non priva di un certo disagio, è che la strada verso questa “nuova normalità” realmente sostenibile, sia ancora estremamente in salita e piuttosto accidentata, e che il tempo a disposizione per assorbire eventuali passi falsi sia completamente azzerato. C’è da sperare che lo sbandierato “senso di responsabilità”, attorno al quale si è costituita l’attuale maggioranza, si manifesti il prima possibile, magari opportunamente pungolato da una società civile che, mai come ora, deve essere in grado di organizzarsi e di pretendere di esercitare la propria funzione.

  1. https://www.eea.europa.eu/themes/air/country-fact-sheets/2020-country-fact-sheets/italy
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