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startup e venture

Fondo Nazionale Innovazione, ore decisive per la governance: la posta in gioco

Una governance non strettamente competente di venture investing è quanto di peggio potrebbe accadere al Fondo Nazionale Innovazione. Le scelte delle prossime ore saranno perciò decisive per liberare tutte le energie che potranno consentire al paese di fare il salto che merita dopo anni di annunci

21 Ott 2019

Gianmarco Carnovale

Serial tech-entrepreneur, open innovation consultant, startup and policy advisor


Un nuovo, serissimo, punto interrogativo incombe sull’immatura filiera del venture business : quello della governance del nascendo Fondo Nazionale Innovazione, la ex Invitalia Ventures il cui consiglio di amministrazione dovrebbe essere nominato il prossimo 24 ottobre.

Governance di FNI: le voci

Al momento, sulla governance di FNI girano solo indiscrezioni circa i nomi del possibile Presidente e del possibile Amministratore Delegato, ma è preoccupante che niente si sappia dei papabili per il CDA – nemmeno una short list – che verranno nominati in misura di sei da Cassa Depositi e Prestiti e tre da Invitalia (l’agenzia che vede anch’essa la scadenza del mandato di chi la guida da molto tempo).

Una governance non strettamente competente di venture investing è quanto di peggio potrebbe accadere a FNI, che avrà la doppia missione di investire direttamente e – si spera – in un numero ampissimo di startup, ma anche quella ancor più strategica di fare il Fondo di Fondi nazionale, cioè di facilitare la dotazione di fondi privati che nel paese devono assolutamente ed urgentemente crescere di numero anche più di dieci volte rispetto ad oggi.

Cerchiamo allora di capire quali sono gli aspetti più critici del contesto italiano, in particolare per quel che riguarda il limitatissimo approccio al Seed Stage, e perché tutti i leader della maggioranza di Governo dovrebbero dedicare grande attenzione alla scelta di una governance competente ed orientata allo sviluppo del settore per il FNI.

Venture business, progressi al ralenti

Nel venture business italiano, le cose migliorano sì, ma troppo lentamente e con un rumore di fondo di vociare confuso che mortifica chi lavora seguendo pratiche internazionali. E questo coinvolge anche e soprattutto molti presunti attori che nell’ecosistema si infilano intestandosi ruoli e definizioni di cui non sanno molto, creando una selva di ostacoli per qualsiasi startup valida che non scelga fin dalla partenza la via dell’estero.

Ora, per quanto resti eclatante l’incompetenza generalizzata, uno degli aspetti che però continua ad essere misterioso perfino tra operatori del settore è il limitatissimo approccio al Seed Stage.

Eppure, la logica spicciola vorrebbe che se non si semina prima, non si raccoglie dopo, e che per arrivare quindi ad avere un flusso costante di startup in forte crescita che raccolgano round importanti sia necessario coprire in modo massiccio e con modalità appropriate la fase dei round pre-seed e seed, cioè quelli che si fanno prima di fare i primi ricavi.

Basta andare a leggere su Crunchbase per verificare numeri di qualsiasi altro paese OCSE a caso e vedere come il numero degli investitori classificati come attivi sul Seed sia ben superiore a quelli del venture capital, e di come ciascuno di essi faccia un numero di investimenti che in Italia non si sogna nemmeno l’investitore più attivo. Senza arrivare al fondo tedesco Hi-Tech Grunderfond che ha fatto 490 investimenti in una dozzina di anni per quasi 800 milioni di euro, tenendo una media di 40 deal all’anno, in Italia i player specializzati più virtuosi arrivano sì e no a farne 20 in tre o quattro anni. Pochi deal, peraltro fatti male e massacrando le cap table (cioè le tabelle delle partecipazioni) diluendo eccessivamente il team di fondatori, sono la sola spiegazione da darsi al fatto che poi non arrivano se non occasionalmente i round di venture capital più sostanziosi.

I pochi operatori specializzati nella fase pre-revenue con competenze e modalità di lavoro basati su pratiche internazionali sembrano concentrarsi sempre più a Roma, e una spiegazione alla moltiplicazione in un luogo storicamente non finanziario potrebbe essere la lontananza della Capitale dal mondo del Private Equity e dei “vecchi” investitori in capitale di rischio che continua imperterrito a tenere approcci e metodologie da finanza tradizionale anziché studiare ed attuare modelli di gestione e di investimento del venture business.

Roma, una “piccola eccezione” sulla scena nazionale

Alla presenza ormai quasi storica di soggetti come LVenture Group, Pi Ventures, TIM Ventures, Invent, iniziano ad affiancarsi nuovi operatori come Foodsparks, Lumen Ventures, Ulixes, Seedble, ed un numero prepotentemente crescente di Business Angel; così come si affacciano sempre più spesso operatori stranieri che di investimenti Seed a Roma ne hanno già fatti diversi, come Hutcher+ da Singapore e Fresco Capital dagli Stati Uniti. A tutti questi operatori si aggiunge Primomiglio SGR che proprio in questi giorni ha aperto un ufficio per il suo fondo Seed riservato alla Regione, creato grazie agli interventi della intelligente misura Lazio Venture della agenzia di sviluppo territoriale Lazio Innova: Lazio Venture è un “fondo di fondi”, cioè una cassa per dotare di maggiore disponibilità quegli investitori professionali che – superata una fase di valutazione – si impegnano ad investire in startup nel territorio (Nb: Lazio Venture ha investito anche in due fondi di fase successiva, che a loro volta investono su startup più mature, come United Ventures e Vertis).
Ma non solo: Lazio Innova in realtà opera anche il proprio fondo, Innova Venture, che oltre al finanziamento a fondo perduto per il pre-seed ha ultimamente messo in campo un modello di accordo per gli acceleratori ed investitori professionali attraverso cui co-investe a leva basandosi sulla selezione dei privati con un processo di approvazione semplificato. Questa nuova ultima misura, di cui si dovranno vedere gli effetti, sembra ben congegnata e potrebbe dare un ulteriore spinta agli investimenti nelle startup del territorio superando molte delle criticità che praticamente in ogni altra regione italiana rendono la finanza pubblica inadeguata al sostegno di startup tecnologiche che non possono permettersi burocrazia e lungaggini delle agenzie pubbliche. Roma quindi costituisce sempre più una piccola eccezione ad uno scenario nazionale che vede il Seed essere coperto solo dal crowdfunding, settore purtroppo anch’esso ancora fortemente limitato dalla scarsità di investitori professionali.

Fondo Nazionale Innovazione, il nodo della governance

Quello della governance di FNI è un tema particolarmente preoccupante: nello scenario di diffusa incompetenza sul venture business – e non solo sul seed – che caratterizza il paese, la guida di questo nuovo soggetto è determinante sull’impatto che potrà avere nel paese, sia per i requisiti di competenza che di libertà da conflitti di interesse in chi dovrà andare a guidarla.

Basti pensare, per fare un esempio concreto, che quando è nata Invitalia Ventures con la guida del primo AD, Salvo Mizzi, che aveva anche concepito il funzionamento del fondo e la sua strategia, la missione strategica dell’operatore nel dare il via ad un numero rilevante di round early stage anche da centinaia di migliaia di euro era evidentissima e stava attuandosi nel concludere molte operazioni in poco tempo. Non appena cambiato l’amministratore delegato con uno proveniente come cultura dal Private Equity, come primo input si dava un colpo di sterzo verso l’innalzamento del ticket medio per andarsi ad interessare solo ad opportunità di investimento da molti milioni, tagliando via le operazioni Seed che erano quelle vitali per il sistema paese e cercando invece investimenti growth che l’Italia non è in grado di generare se non si alimenta il flusso a monte, quindi di fatto non facendo quasi più nuove operazioni.

Una governance non strettamente competente di venture investing, quindi, è “quasi” quanto di peggio potrebbe accadere a FNI, che avrà la doppia missione di investire direttamente e – si spera – in un numero ampissimo di startup, ma anche quella ancor più strategica di fare il Fondo di Fondi nazionale, cioè di facilitare la dotazione di fondi privati che nel paese devono assolutamente ed urgentemente crescere di numero anche più di dieci volte rispetto ad oggi.

Scrivevo “quasi” perché, peggio dell’incompetenza potrebbero fare i conflitti di interesse o i legami con gruppi e network che non abbiano volontà di spingere il mercato italiano del capitale di rischio verso una vera competitività.

Fondo di Fondi FNI, notizie poco incoraggianti

Ecco quindi che, sulla parte Fondo di Fondi di FNI, le notizie che arrivano non sono incoraggianti: il team che si occuperà di questo aspetto è stato preso dal Fondo Italiano di Investimento che purtroppo non ha mai brillato né per velocità operativa né per conoscenza profonda delle pratiche internazionali di venture business, creando attriti persino nell’allinearsi alle metodologie di un suo stabile partner ben più esperto sul punto come lo European Investment Fund.

Ora, con la maggior dotazione di FNI rispetto al vecchio FII, sembra che l’idea di chi sta predisponendo i fondi in cui investire non sia assolutamente quella di fare un maggior numero di interventi in un numero finalmente maggiore di fondi, ma di continuare con il solito ritmo semplicemente incrementando l’importo medio con cui investire nei venture capitalist.

Si parla di investimento minimo portato da 5 a 15 milioni di euro, che significa l’esclusione a priori delle nuove SIS deputate ad investire nel Seed che – avendo limite di raccolta a 25 milioni – mai saranno investibili da un singolo sottoscrittore in misura del 60% del totale. Quindi FNI, gestito in questo modo, non avrà alcun effetto sull’offerta di investimenti Seed nel paese, che è invece quella drammaticamente scoperta e che peraltro abilita l’allevamento di nuovi operatori professionali che poi possono passare a creare fondi di taglia maggiore, ma darà solo più soldi ai soliti (pochissimi) VC già esistenti.

Una governance di FNI con nomina dei membri del CDA tra soggetti adeguatamente competenti di pratiche internazionali di venture investing e soprattutto liberi da conflitti è dunque un aspetto serissimo che richiede quindi la massima attenzione, perché dei profili sbagliati porteranno lo strumento ad essere inutile o perfino dannoso, e l’Italia a non raggiungere uno stadio di maturazione successivo perdendo ulteriori anni rispetto ai paesi concorrenti e probabilmente chiudendo definitivamente la partita della creazione di campioni tech globali.

I rumor ulteriori che parrebbero vedere diverse nomine del CDA pescate tra partner delle “big consulting” del paese sono un ulteriore segnale di allarme: nessuno come le consulting è strutturalmente in conflitto di interesse ed influenzabile nella governance di uno strumento come il Fondo di Fondi nazionale che immetterà sulla scena, perché i gruppi di interesse nel paese sono stabilmente tutti clienti delle consulting per altre situazioni e diventa difficile prendere decisioni.

Tutti i leader della maggioranza di Governo dovrebbero dedicare grande attenzione a questo aspetto nei prossimi giorni, senza demandare le nomine a seconde e terze linee di partito o governative che potrebbero non garantire il risultato: Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti devono essere certi che questo strumento abbia una governance competente ed orientata allo sviluppo del settore.

Una logica gestionale lenta e relazionale, all’italiana, significherebbe per il primo aver lavorato invano alla nascita del FNI quando era Ministro dello Sviluppo Economico e per il secondo aver inficiato tutto quello che di buono per le startup ed il venture ha fatto da Governatore del Lazio.

Invece adesso è ora di fare di portare il lavoro a conclusione, inserendo anche una serie di misure ulteriormente necessarie all’ecosistema nei collegati alla Legge di Bilancio, e almeno su questo settore liberare tutte le energie che ci possono consentire di fare il salto che l’Italia merita dopo anni di annunci.

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