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Venture business, definiamo l’agenda per l’economia dell’innovazione: tutto quello che serve

Perché l’Italia possa concorrere sullo scacchiere internazionale dell’innovazione con un florido ecosistema di startup e una solida filiera di venture business, bisogna prendere atto dell’articolazione del settore, riconoscerne le distorsioni e, con un po’ di coraggio, avviare una serie di misure non impossibili

05 Ago 2019

Gianmarco Carnovale

Serial tech-entrepreneur, open innovation consultant, startup and policy advisor


Giunti alla conclusione della prima fase di attività legislative del Governo, è il momento di fare il punto su quanto sia stato fatto per stimolare l’ecosistema delle startup e la filiera del venture business, sia per capire l’effetto prospettico di quanto è già stato messo sul tavolo sia – ben più importante – per iniziare a definire quanto debba essere ulteriormente aggiustato o sviluppato in vista della Legge di Bilancio, che è la prossima scatola legislativa su cui puntare e su cui si lavorerà in autunno per chiudersi entro il 31 dicembre.

Per favorire la comprensione dello scenario di insieme sull’ecosistema, ed evidenziarne i problemi e le possibili soluzioni, esaminiamo di seguito quattro macro argomenti: liquidità dell’ecosistema; fluidità dell’ecosistema; qualità e volume del dealflow nell’ecosistema (cioè quante startup nascono, emergono e crescono di potenziale internazionale); governance e coordinamento dell’ecosistema.

Liquidità dell’ecosistema

Partendo dal Fondo Nazionale per l’Innovazione, finalmente pubblicato in Gazzetta Ufficiale con la definizione di molte delle proprie regole di funzionamento, e che altro non è che il rebranding di Invitalia Ventures SGR che viene però portata sotto la gestione auspicabilmente mercatista di CDP e del Ministero dello Sviluppo Economico ampliandone lo scopo, quello che è chiaro è che lo vedremo attivarsi già dai prossimi mesi e ci auguriamo che la sua struttura consenta la “potenza di fuoco” necessaria al salto di qualità che il paese merita.

Un punto di attenzione rilevante sarà le gestione dei rapporti con i Venture Capitalist italici che stanno patendo una raccolta più difficile del passato, vuoi per l’effetto attesa generato dalle norme in uscita e vuoi per le pessime performance di alcuni di loro con i risultati dei fondi già avviati, e che già dalle dichiarazioni uscite a mezzo stampa cercano chiaramente di mettere il cappello sul budget del Fondo di Fondi che FNI attiverà, prendendo il posto sul mercato del vecchio Fondo Italiano di Investimento. Ora il punto è certamente delicato, ma chi gestirà FNI deve rendersi conto che il nodo principale per creare il mercato non è tanto quello di sostenere quegli operatori preesistenti in difficoltà, ma piuttosto far sì che gli operatori siano almeno dieci volte di più degli attuali, che i nuovi possibilmente provengano dall’estero portando in dotazione esperienze e track record, e che il segmento di investimento Seed venga coperto in misura adeguata a produrre un voluminoso deal flow da cui selezionare i round di taglia superiore. Le voci insistenti secondo cui il fondo di fondi di FNI dovrebbe andare ad essere gestito dal team uscente da FII, perché la priorità sarebbe quella di distribuire la liquidità velocemente, non sembrano però dipingere il migliore degli scenari. Le poche centinaia di milioni della disponibilità iniziale del fondo di fondi, spartiti tra i soliti dieci fondi italiani, termineranno subito ma non faranno cambiare niente nel paese. FNI va invece guidato con una visione alta, non certo in “amicizia” con gli operatori parte dell’odierno fallimento del venture business in Italia, e le competenze operative per gestirlo le si può reperire sul mercato internazionale.

A latere, va notato come sia urgente reintervenire in Legge di Bilancio sulle neonate SIS, la cui soglia a 25 milioni di euro intrecciata con la condizione della liquidazione del veicolo perché i gestori possano avviarne un altro (ed è tipico che un venture capitalist avvii un nuovo fondo quando il precedente ha ultimato il suo periodo di investimento ma ha davanti svariati altri anni di vita) è assolutamente troppo bassa: le SIS saranno stabilmente una quota rilevante del Seed investment, nonché un vivaio per venture capitalist che passeranno ad aprire SGR.

Ancora sul fronte della liquidità nel sistema, aspetto scottante: sui PIR, che intende fare il Governo per risolvere lo stallo dato dagli operatori del risparmio che rifiutano l’obbligo di indirizzare il 3.5% della loro raccolta in fondi di Venture Capital? Un anno fa ripetevo ad ogni policymaker che incontravo che era un’idea priva di senso quella di imporre a risparmi di natura “liquida” di immobilizzarsi, perché gli snaturamenti creano sempre danni. Ma si è scelto non si sa bene perché di condurre questo braccio di ferro, dove dal punto di vista normativo ha vinto chi voleva imporre questo obbligo ma nei fatti questi soldi non arriveranno mai perché i gestori hanno smesso di proporre i PIR ai risparmiatori. Ora le strade sono poche: atteso che ci sono tutti gli elementi per darsi una calmata nel buttare miliardi su AIM (perché forse Bio-on non è la nuova Parmalat, ma la selezione per accedere a quel listino e quotarsi diciamo che è migliorabile…), ora bisogna stabilire se buttarsi di là o di qua: si fa ulteriore pressione su Assogestioni per incentivarli a promuovere i PIR risolvendo il problema dell’illiquidità del Venture Investing (magari con la creazione di un Mercato Secondario riservato?), o si libera questo strumento dall’onere innaturale affibbiatogli e invece dei PIR ci si dedica ad incentivare con la stessa formula la raccolta di strumenti nativamente immobilizzabili come gli European Long Term Investments Funds (ELTIF)? Sarebbe utile la seconda opzione, purchè in tempo per il primo giro di raccolta – che probabilmente raccoglierà i maggiori volumi finanziari – anziché tardivamente come si è fatto con il PIR.

Fluidità dell’ecosistema

E’ urgente, onde contenere le derive che il settore sta prendendo, e bloccare pratiche che in alcuni casi sono già sconfinate oltre il limite dell’abuso, ridefinire gli Incubatori Certificati, suddividendoli in diverse tipologie di Operatori di Ecosistema Startup: tra questi gli Incubatori vanno declinati in no-profit e for profit, ed i secondi devono anche distinguersi in Venture Incubator o chiarire se il loro modello è consulenziale. Vanno definiti gli Acceleratori, che hanno requisiti totalmente diversi da quelli degli Incubatori; vanno definiti gli Advisor ed i Mentor, con i requisiti per potersi dire tali; vanno definiti gli Smart Working Center e le Scuole di Innovazione ed Impresa, che meritano anch’essi sgravi ed incentivi. Per tutti questi signori e per le startup vanno concesse deroghe sulle norme urbanistiche, come avviene per le associazioni di promozione sociale, perché l’effetto di beneficio per la collettività di tutti questi soggetti è implicito e anche in molti casi più impattante di quello delle associazioni.

Vanno anche rivisti gli incentivi per chi investe, non tanto per incentivare la crescita della liquidità ma per concentrarla su progetti di qualità e prevenire abusi, per esempio fissando una soglia di investimento per il pre-seed incentivata anche al 50%, purché a fronte di non oltre il 25% di quote e diritti agli investitori, sia direttamente che attraverso OICR. Questo porterebbe il triplice effetto di portare dei soldi in più nel pre-seed che è il momento più rischioso, evitando il mascheramento da “investimento in startup” quella che è la capitalizzazione da parte del vero proprietario, e infine di acculturare il paese circa il fatto che investire in venture business significa riconoscere l’alto potenziale ed entrare in partecipazione in piccola minoranza, lasciando spazio per molteplici round di investimento crescenti.

Passando al Crowdfunding, anche qui gli aggiustamenti da fare obbligatoriamente ed urgentemente sono quelli di inserire un obbligo di distinzione evidente del criterio di ritorno sull’investimento (è una startup scalabile che potrebbe perdere tutto ma se va bene porta ad exit, o è una più sicura PMI che però porterà semplicemente ad una rendita da partecipazioni? E’ molto diverso ed è giusto sapere se si sta acquistando il biglietto della lotteria di un’innovazione dirompente o se si stanno mettendo i soldi in un ristorante che staccherà dividendi), e quello di creare un registro dei certificatori in Consob con costo a carico delle piattaforme, finalizzato ad analizzare lo stage di maturità di quello che la startup dichiara: dobbiamo far si che entrare in campagna di Crowdfunding sia un processo selettivo, con qualcuno che garantisca che le informazioni sono reali assumendosene la responsabilità.

Infine, un pensiero alle SGR: è necessario dimezzare il numero di passaggi formali a cui sono obbligate per poter investire in una startup, che oggi sono una ventina (capite perché un fondo in Italia ci mette 3-6 mesi a fare un investimento?). Banca di Italia deve inculcarsi la cultura della progressività degli oneri: le SIS devono essere delle lepri, le SGR di Venture Capital delle gazzelle. Se a loro piace curarsi di elefanti, lasciassero le cose come sono per gli altri tipi di fondi, magari fissando delle soglie sui volumi gestiti (azzardo: fino a 50Milioni, fino a 300 milioni, e oltre).

Qualità e volume del dealflow nell’ecosistema

Qui il discorso non sarà mai perfetto, perché gli ambiti su cui lavorare sono tanti e molto diversi tra loro: si va dall’immigrazione, alle norme sulla ricerca, sui divieti in capo a ricercatori e professori universitari, ai brevetti. Ma quello che è certo è che serve urgentemente un esteso pacchetto di norme definitorie e di riallineamento alle pratiche internazionali su vari passaggi di filiera, perché è fin dal 2012 che l’ecosistema italiano ha imboccato un binario tutto suo e più passa il tempo e più proseguiamo su una direttrice che si allontana dal venture business internazionale (molto più veloce ed impattante del “sistema all’italiana” che ci siamo inventati), per cui recuperare il gap che aumenta diventa ogni anno più difficile.

In questo senso è drammaticamente rilevante ridefinire il perimetro del Registro, per eliminarne quel buon 80/90% di soggetti che in nessun paese al mondo sarebbero da considerarsi “startup” perché prive di elementi di scalabilità, e concentrare quindi maggiori incentivi su un numero minore di progetti di impresa ma che siano realmente ad alto potenziale di indotto economico e sociale per il paese: via le agenzie, le software house generiche, le società di consulenza e qualunque azienda il cui core business sia quello di fare cose per conto di altri, che possono essere delle valide PMI Innovative ma non sono e non saranno mai startup; via il criterio di esclusione delle fusioni e cessioni di ramo d’azienda, purché rispettino altri requisiti, perché queste non sono provenienze che impediscono di fare startup di successo, anzi (certo, bisogna vigilare ed impedire abusi); dentro qualsiasi società investita da un OICR o da altro operatore qualificato, anche straniero, perché la presenza di un investitore in capitale di rischio è il criterio sommo per identificare una startup.

Per quanto riguarda la durata della permanenza in un registro con “condizioni speciali” è necessario allungare a 7 anni la durata dalla costituzione, elevare il fatturato limine fino alla soglia della Grande Impresa (cioè 50 Milioni e non 5), che è il limite che pone la Commissione UE – usiamo tutti i margini che ci concedono, no? – nonché rivedere ed ampliare le agevolazioni concrete di queste “vere” startup: prima di tutto eliminando il minimale INPS sui soci lavoratori – perché è assurdo che un neo imprenditore che sta lavorando gratis, cioè investendo il proprio tempo nel proprio progetto di impresa, debba anche pagarsi i contributi – questa cosa fa ridere mezzo mondo, e fa piangere gli italiani. E’ necessario poi agevolare tutti i costi ed oneri indiretti che una impresa innovativa italiana sostiene ingiustamente finché sta “provando” a diventare un’azienda vera, capitalizzata e sostenibile.

Quindi è fondamentale ridurre di molto il costo del lavoro inserendo un’imposta a forfait per i dipendenti delle startup nel registro, magari mutuata dalle soglie del regime dei minimi per le partite iva: un regime “subordinato” dei minimi applicabile, magari con un numero massimo di addetti ed una soglia di fundraising al di sopra della quale rientrare nelle norme ordinarie. Infine è importantissimo lavorare sulla densità degli Hub urbani del venture business, perché la distribuzione di iniziative in modo sparpagliato e scollegate tra loro sul territorio nazionale sta facendo il male del paese, con città e località improbabili in cui si generano orticelli e reami sotto casa che non avranno mai una valenza internazionale avrebbero ben altro ruolo se fossero nate in distretti di prossimità o con modello da satellite di questi.

Le startup possono nascere ovunque, ma crescono negli hub. Un paese di hub può averne al massimo un paio, non fosse altro per il fatto che devono essere luoghi immediatamente raggiungibili dall’estero ed offrire grande concentrazione di opportunità di investimento. In Italia parliamo di Roma e Milano. Nelle altre provincie che eccellono su tanti ambiti sia per atenei che per industria, devono mettersi tutti in testa che possono fare benissimo cultura, ricerca, e anche sviluppo di imprese tradizionali, ma non appena identificano un team in grado di produrre una startup scalabile dovrebbero farlo trasferire nel loro hub di prossimità.

Governance e coordinamento dell’ecosistema

Il passaggio finale, è la necessaria crescita ed il coordinamento della governance, senza i quali non faremo grandi passi in avanti. Molto l’hanno fatto le associazioni, cioè i corpi intermedi che rappresentano i privati, che da qualche anno si parlano anziché guardarsi con sospetto, e tentano di trovare proposte comuni: devono fare ancora un passo in avanti, organizzare una Consulta nazionale, perché ognuno di loro rappresenta una componente di un sistema complesso di filiera, l’ecosistema delle startup, che è appunto composto da numerose tipologie di operatori molto diversi tra loro. Si parla da ormai quasi due anni anche di un codice etico di settore, sarebbe il caso di concretizzare questo passaggio, che rafforzerebbe il ruolo delle associazioni stesse.

Dall’altra parte, nello Stato, serve un luogo unico di coordinamento delle politiche pubbliche nell’economia dell’Innovazione: sia per quanto attiene alla gestione in capo al livello politico, che deve essere unico soggetto governativo legiferante sul settore per non trovarsi a giochi fatti con progetti e norme incoerenti tra loro, sia per quanto riguarda invece la sottostante gestione del coordinamento e vigilanza del mercato, cioè l’esecuzione del “lato pubblico” nel mercato. Per la prima necessità credo quindi che dovrebbe nascere in capo alla Presidenza del Consiglio un Dipartimento per le Politiche dell’Economia dell’Innovazione, con un Sottosegretario a guidarlo, che assuma deleghe che oggi sono sparpagliate tra troppi ministeri ed impossibili da coordinare per campanilismo nella PA. Per quanto attiene invece al coordinamento e vigilanza del mercato, l’ideale sarebbe una Authority indipendente – ma per costituirne una è necessario che sia la UE a definirla per tutti gli Stati membri – ma in subordine andrebbe bene anche una Agenzia, ove in stretto coordinamento con il summenzionato Dipartimento della Presidenza del Consiglio, e non in sovrapposizione e concorrenza come è stato a lungo per il dualismo tra AgID e Team Digitale potrebbe produrre.

Sembra molto più difficile di quanto non sia nella realtà: per passare a fare sul serio e giocarcela alla pari internazionalmente con altri, magari smettendo di regalare eccellenti imprenditori italiani a Stati Uniti, UK, Francia, Germania e Spagna, è necessario prendere conoscenza ed atto dell’articolazione del settore, riconoscere le distorsioni in corso ed i colli di bottiglia, e un po’ di coraggio e ambizione: un decennio dopo l’Agenda Digitale, è tempo che facciamo una Agenda per l’Economia dell’Innovazione.

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