Innovazione di Stato: la ricetta per tradurre gli investimenti in vero sviluppo | Agenda Digitale

Leviatano digitale

Innovazione di Stato: la ricetta per tradurre gli investimenti in vero sviluppo

Finanziare la ricerca di base e trasformare le scoperte dei ricercatori in innovazioni tecnologiche commercializzabili è l’essenza della politica scientifica e di sviluppo economico di uno Stato. Ma qual è il modo migliore per tradurre in innovazione gli investimenti?

19 Lug 2021
Massimiliano Magrini

Founder and Managing Partner at United Ventures

Nel 1861, il filosofo inglese Thomas Hobbes fece ricorso all’immagine mitologica del mostruoso Leviatano per descrivere la genesi del potere statale come un contratto attraverso il quale la società attribuisce il potere di governare a un’entità singola, cui demandare questa responsabilità in modo assoluto e totale, a garanzia di stabilità e pace. Una visione che approfondisce il problema della legittimità e della forma dello Stato e i modelli che ne regolano la costituzione e le azioni, e in cui possiamo trovare anche stimoli importanti per parlare delle modalità più efficaci di finanziamento dell’innovazione.

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Il ruolo attivo dello Stato nell’innovazione

In sostanza lo Stato, in veste di Leviatano innovatore, si deve mettere in gioco per incentivare lo sviluppo di nuova imprenditorialità. La macchina sovrana, per dirla con Hobbes, ha la grande responsabilità di essere il soggetto che avvia il circolo virtuoso degli investimenti, in veste di acceleratore e compensatore del rischio legato agli investimenti privati. Il ruolo attivo dello Stato si declina in diversi modi, ma il presupposto è ben definito: per alimentare la propensione agli investimenti con una componente di rischio un ecosistema che funzioni ha bisogno di design istituzionale, di una visione d’insieme e di un’architettura, di una governance cioè, per stimolare meccanismi virtuosi di formazione e contaminazione.

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I recenti eventi che hanno sconvolto il mondo e il conseguente sviluppo dei processi di digitalizzazione hanno reso evidente che senza alcune infrastrutture un Paese è destinato inesorabilmente al declino. È quindi cruciale che un Paese si doti di uno strumento di investimento che abbia come obiettivo sviluppare dei domini di proprietà intellettuale e sviluppo tecnologico in aree strategiche, e più in generale di una visione a lungo termine per lo sviluppo dell’infrastruttura scientifica e tecnologica del Paese. Esemplare a questo proposito il ruolo centrale che in Israele hanno il ministero della Scienza e della Tecnologia e il suo Chief Scientist, che ha il compito di ideare e implementare politiche nazionali di innovazione tecnologica, per creare massa critica nelle aree più strategiche.

Nel solco di questa crescente consapevolezza, i governi hanno intensificato il loro coinvolgimento nella definizione di misure di sostegno – diretto o indiretto – al capitale da investire nelle imprese innovative ed è indubitabile il ruolo che lo Stato può giocare nel finanziare le premesse perché ci siano una ricerca e una tecnologia di base. Finanziare la ricerca di base e trasformare le scoperte dei ricercatori in innovazioni tecnologiche commercializzabili è l’essenza della politica scientifica e di sviluppo economico di uno Stato.

Tradurre gli investimenti in innovazione

Quale sia il modo migliore per tradurre in innovazione gli investimenti in formazione e ricerca di base è un tema cruciale e complesso. Tali investimenti, perlopiù di natura pubblica, sono infatti gli elementi necessari, ma non sufficienti, a sviluppare un sistema virtuoso. La formazione del capitale umano, la costruzione di nuove competenze e la ricerca e sviluppo dovrebbero essere voci prioritarie dei bilanci nazionali. Ma se è certo che uno Stato che trascuri gli investimenti in formazione e ricerca tralascia un elemento cruciale per lo sviluppo tecnologico e lo sviluppo economico, allo stesso tempo gli investimenti devono essere analizzati secondo la capacità che hanno di produrre benefici concreti e tangibili sul sistema economico e sociale.

Un sistema di innovazione circolare

L’obiettivo primario di un Leviatano digitale è il sostentamento di un sistema di innovazione circolare, di un meccanismo fluido e codificato che diventi un facilitatore per l’inclusione di nuove tecnologie e l’affermazione di nuovi modelli. Da questo punto di vista, è innegabile il ruolo che lo Stato ha ricoperto sia nello sviluppo di hub innovativi sia nel sostenere il sistema di capitale di rischio che ha nel venture capital il principale strumento di finanziamento all’imprenditoria innovativa.

Come sostiene Josh Lerner, professore alla Harvard University, se osserviamo gli hub dell’imprenditorialità innovativa (Silicon Valley, Singapore, Tel Aviv, Bangalore, Guangdong e, più recentemente, Londra e Parigi) il ruolo incarnato dallo Stato è assolutamente evidente e non può essere ignorato. Talvolta però l’azione dei governi ha generato fallimenti e spreco di denaro: in Europa, in Giappone e in vaste aree degli Stati Uniti si è spesso cercato di riprodurre un bacino di innovazione accanto a università e centri di ricerca, acceleratori, incubatori pubblici o para-pubblici che non sono stati in grado di produrre nessun effetto positivo tangibile e duraturo.

Il problema dell’allocazione diretta di fondi pubblici per il supporto di attività imprenditoriali, infatti, genera spesso una sorta di effetto inverso di bassa qualità dei progetti finanziati perché si tende a premiare chi ha più capacità di aderire alle richieste formali di tipo amministrativo o perché le iniziative vengono valutate su basi formali e non sulla sostanza della qualità imprenditoriale dei progetti.

La sfida da vincere

A supporto di questa tesi, uno studio del 20151 mostra come i fondi di venture capital gestiti da manager indipendenti e nei quali fosse presente una combinazione di capitali pubblici e privati, abbiano generato ritorni superiori sia ai fondi gestiti direttamente dallo Stato sia ai fondi attivi con solo capitale privato. Perché l’investimento pubblico a supporto del venture capital abbia un effetto positivo è quindi necessario che tale intervento affianchi il capitale privato e sia gestito da manager indipendenti che abbiano un allineamento di interessi con i propri investitori e con gli imprenditori sui quali deve ricadere l’investimento.

La sfida da vincere, banale nella sua definizione ma assai complessa da affrontare, è quella di superare la dicotomia tra stato e mercato, attraverso modalità virtuose che possano mettere insieme i due mondi e creare un sistema innovativo integrato e autosufficiente, in grado di rispondere adeguatamente alla domanda sempre crescente di innovazione tecnologica.

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1 James A. Brander, Qianqian Du, Thomas Hellmann, «The Effects of Government-Sponsored Venture Capital: International Evidence», Review of Finance, 19, 2015, pp. 571-618.

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