Investimenti e diversity

Servono più donne nelle startup, per farle crescere: ecco come

Troppo poche le donne nelle startup, come imprenditrici e angel. E gli Stati non hanno nessun incentivo per risolvere questo gap, che pure incide – secondo alcuni studi – sulle performance. Ecco qualche idee per risolvere il problema della gender diversity nelle startup

Pubblicato il 03 Mag 2018

Paolo Anselmo

Presidente Associazione IBAN

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Uno dei dati più significativi emerso in uno studio del 2014 condotto da Credit Suisse – “The CS Gender 3000: Women in Senior Management” – riguarda la correlazione diretta tra presenza femminile nel board delle aziende – più in generale la diversity – e aumento rilevante delle performance. Un altro interessante articolo scritto recentemente da Polina Marinova per Fortune.com, intervistando 7 donne imprenditrici e fondatrici di fondi di VC, analizza come un’azienda guidata da una donna possa aumentare le proprie probabilità di ottenere dei finanziamenti.

Gender diversity e performance startup: gli studi

Lo studio svolto all’Università di St. Gallen su un campione di banche in un arco temporale di 15 anni ha dimostrato ancora una volta che c’è una relazione positiva tra gender diversity e performance: ad un aumento del 10% di donne in ruoli di vertice corrisponde un aumento del ROE maggiore del 3% all’anno, e questo impatto raddoppia negli anni di forte crisi.(Reinert et al. 2015).

E ancora, andando più indietro, un altro studio molto importante, pubblicato nel 2012 Dezső & Ross evidenzia che su 1.500 imprese analizzate in un arco temporale di 15 anni, la presenza di donne nel Top management accresce la performance del management (sia Top che Middle) e per questa via la performance d’impresa. Le donne, infatti, portano un contributo in termini di diversità di esperienze di vita nei team di direzione, possedendo insight aggiuntivi rispetto a determinate questioni strategiche e in particolare a quelle che riguardano clienti, collaboratori o partner commerciali di sesso femminile.

Nel mondo delle startup e dei (delle) business angel gli studi sull’impatto della diversity nell’azionariato delle neo aziende sulla crescita della società sono ancora agli albori. Una prima fotografia dell’ecosistema è emersa da ricerca condotta dal progetto finanziato Women Business Angels for European Entrepreneurs WA4E, su un campione rappresentativo di 640 donne (il 10% in Italia), 310 business angel e 330 potenziali business angel. Al questionario online si sono aggiunte 225 interviste individuali e focus group analizzate dalla Cass Business School di Londra, una delle principali istituzioni accademiche del Regno Unito.

I numeri della diversity in Italia

Nel mondo delle startup italiane, dalla Relazione annuale del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, al parlamento sullo Startup Act italiano, riferita al 30 giugno 2017 emerge un quadro non troppo confortante: il 79,6% dei soci delle startup sono uomini e il 20,4% sono donne. Inoltre le donne possiedono la maggioranza delle quote in appena 15% dei casi. Bisogna però ricordare, ci aiuta un articolo di Alley Oop che secondo uno studio del Financial Times, nella Silicon Valley le donne rappresentano appena il 23% dei dipendenti.

Il progetto WA4E è finalizzato a fotografare la situazione in Italia e nei principali mercati europei (Regno Unito/UK, Francia, Belgio, Spagna e Portogallo): i risultati consentiranno di individuare le azioni necessarie per incentivare l’attitudine ad agire come business angel tra le donne europee. Obiettivo è di censire i numeri e il ruolo delle donne nel angel investing e di individuare le azioni necessarie per coinvolgere un sempre maggior numero di donne tra i Business Angel.

Al momento, infatti, nessuno degli Stati membri ha messo in atto politiche esplicite per incentivare il numero di donne angel, tranne la Francia che ha alcuni sussidi governativi nazionali. Mentre non sono previste specifiche agevolazioni fiscali o fondi di co-investimento destinati alle donne investitrici. Per le imprenditrici, in Italia, La legge 215/92 “Azioni positive per l’imprenditoria femminile” prevede delle agevolazioni per le imprese costituite o da costituire formate in prevalenza da donne. Ovviamente con alcuni requisiti tra cui il titolare deve essere una donna, per le Società di persone e cooperative: deve esserci almeno il 60% dei soci donne, per le Società di Capitali almeno 2/3 delle quote devono essere in possesso di donne e l’amministrazione deve essere composta almeno da 1/3 di donne e così via.

Che fare per migliorare le “quote rosa” nelle startup

Sul breve periodo, insomma, un incentivo normativo può essere utile a dare uno scossone al sistema e permettere alle donne di iniziare a mostrare il proprio valore in ambito angel investing. Ma nel lungo termine, la carriera non si può fare per legge, deve prevalere il merito. E questo vale anche per le imprese. Penso alla legge Golfo-Mosca sulle quote rosa di un terzo nei Cda: oggi il 33,5% delle poltrone dei consigli di amministrazione delle 237 società quotate in Borsa al mercato telematico è occupato da una donna. Ma se facciamo un confronto con le principali società italiane non soggette alle norme, il numero si abbassa al 17,4%.

Il progetto europeo svolge perciò un ruolo fondamentale nel sensibilizzare il pubblico femminile sulla professione dell’angel investor, ancora poco conosciuta. È importante iniziare a raccontare storie di successo di business angel donne che siano di esempio e ispirazione per le altre.

Si tratta, infatti, di una professione ancora poco frequentata dalle donne, più per disinformazione verso un settore ritenuto prevalentemente maschile (e maschilista), che per disinteresse. Ma sempre più in crescita come evidenzia anche la Survey IBAN 2017 sugli investimenti angel in Italia da cui emerge che un investimento su quattro nel 2017 è stato portato a termine da una business angel.

Le angel investor non si limitano ha investire finanza ma danno anche un importante contributo manageriale alla crescita delle startup. Di conseguenza, la diversity all’interno della comunità di investitori, come ampiamente dimostrato per la governance delle imprese, non può che rappresentare un arricchimento in termini di opportunità, capacità e competenze a sostegno delle aziende ancora in fase di early stage.

Tornando alla ricerca emergono alcuni principali barriere all’ingresso (della professione) su cui si può intervenire: in primis la mancanza di modelli, soprattutto femminili con cui identificarsi; ma anche la carenza di informazioni, di tempo, di confidenza nelle proprie capacità e nelle proprie competenze finanziarie e una certa avversità, molto culturale in un paese come l’Italia, al rischio.

I fondi di venture capital sono strutture che emergono sulla base della loro capacità di effettuare investimenti, con capitale di rischio, su startup che cresceranno nel futuro. Bisogna quindi evitare il più possibile “pregiudizi” nel processo di selezione e scelta. Inoltre, come già detto, è dimostrato  che le imprese che hanno donne in posizioni di leadership, ad esempio nei CdA, generano migliori performance. Anche quindi la comunità di investitori per evolvere a fronte della mutazione della società e della tecnologia, oltre a creare un azionariato inclusivo a favore della crescita, non potrà esimersi da questa dinamica. È fondamentale far conoscere i casi di successo, tra le donne angel , che possano ispirare chi si avvicina a questo percorso di carriera.

Proprio creare 9, segnaliamo che nell’ambito del progetto WA4E – Women Business Angels for Europe’s Entrepreneurs, dopo le numerose iniziative e l’ottimo gradimento ricevuto, nasce il sito internet WEgate.eu: oltre a numerose news ed eventi, verranno segnalati i migliori casi di successo di investimenti condotti da donne.

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