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il quadro

Startup, ecco i segnali di una nuova strategia pubblica (ma ancora non basta)

Il fondo sul venture e il nuovo piano di cassa depositi e prestiti promettono bene. Idem i numeri in crescita dell’ecosistema. Ma non bisogna fermarsi qui. E anche come policy normative resta da fare. Vediamo cosa

27 Nov 2018

Paolo Anselmo

Presidente Associazione IBAN


Due notizie di questi giorni fanno intravedere il delinearsi di una nuova strategia pubblica in termini di investimenti. Strategia che potrebbe essere il vero volano per la crescita dell’ecosistema.

Il fondo sul venture

Mentre ci avviamo a raggiungere le 10.000 startup iscritte al Registro delle imprese innovative, infatti, il vicepresidente del Consiglio  Luigi di Maio, intervistato al convegno Futureland a Milano, ha ribadito che entro fine anno, grazie alla legge di bilancio nascerà un fondo unico sul venture capital. A detta del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico si può fare “unendo tutti i vari fondi disseminati nelle strutture pubbliche dello Stato che si occupano di venture capital e creando il Fondo italiano per l’innovazione”. E aggiunge che il Fondo “sarà aperto al contributo anche dei privati”.

Il piano di Cassa depositi e prestiti

A questo si aggiunge che, come anticipato dall’Agi, il piano industriale 2019-2023 di Cassa Depositi e Prestiti prevede la creazione di una società di gestione di risparmio per le startup la quale “estenderà il supporto alle startup lungo tutta la filiera del venture capital (ad esempio incubatori e corporate venture capital, ovvero investimenti diretti di grandi aziende) per favorire una maggiore attrazione di risorse di terzi. Il piano prevede inoltre la creazione di una cabina di regia pubblica per indirizzare gli investimenti e l’aumento delle risorse”.

Due notizie positive, si diceva. Che fanno intravedere una svolta.

I dati sulle startup

Nei primi sei mesi del 2018, 233 milioni di investimenti da gennaio in startup italiane secondo Startupitalia!, 250 milioni secondo l’Agi. E solo negli ultimi giorni sono stati annunciati round milionari come quelli di Colvin, la startup dei fiori, e Brandon Group, l’acceleratore di e-commerce.

E i 9 milioni di euro solo con le operazioni di crowdfunding. Insomma sembra che si stia creando un circolo virtuoso, almeno lato investimenti, che permetta di sostenere davvero la base imprenditoriale (in termini di startup) del paese. Tuttavia, ancora troppo poche sono le exit.

E spesso si tratta di secondi round in startup già finanziate, per permettere loro di continuare a crescere dopo il consolidamento iniziale.

Merita evidenziare che esistono anche iniziative attive in fase pre seed, come il Fondo Proof of Concept (2,5 milioni di euro in tre anni) di ENEA, rendendo disponibili risorse finanziarie a breve termine per realizzare iniziative ad hoc che dimostrino la fattibilità di una tecnologia o del concept di un prodotto/servizio di qualità.

Certo, siamo ancora lontani dai 2,8 miliardi di euro dei cugini francesi (al cui fondo pubblico per startup, gestito dalla banca pubblica di investimento d’investimento Bpifrance, peraltro Di Maio si ispira) o dal miliardo degli spagnoli.

Merito anche di quanto fatto, da un punto di vista normativo, negli ultimi anni (e a tecnici come Stefano Firpo e Mattia Corbetta del MISE, come evidenziato nel recente rapporto “La Valutazione dello “Startup Act” italiano” redatto dell’OCSE secondo cui le startup italiane che hanno avuto accesso alle misure dello Startup Act (2012) e successive integrazioni hanno aumentato il loro valore e avviato, per la prima volta nel nostro paese, la formazione di un ecosistema di giovani imprese innovative.

E i recenti i dati Mise e InfoCamere sul terzo trimestre 2018 rilevano che le startup innovative toccano quasi quota 10mila (9.647, in aumento di 251 unità +2,7% rispetto a fine giugno 2018), con poco più di 52mila persone impiegate e poco meno di un miliardo di euro di fatturato aggregato complessivo. Con l’auspicio che possano continuare a crescere e diventare PMI innovative, che ad oggi sono soltanto un gruppetto sparuto di 877 iscritte alla sezione speciale del registro imprese dedicata.

Le norme che servono

E quindi ben venga un fondo che faccia decollare l’ecosistema, ma non bisogna ora fare l’errore di abdicare a una policy normativa favorevole per innovazione delle imprese eliminando ad esempio il credito d’imposta su formazione 4.0, riducendo il credito di imposta per ricerca e sviluppo o non prorogando il super-ammortamento per investimenti 4.0.

L’auspicio è che in fase di conversione in legge si possano reintegrare misure che nel solo gennaio-novembre 2017, grazie all’iperammortamento, al superammortamento e alla Nuova Sabatini hanno permesso un aumento complessivo dell’11% per gli ordinativi interni con riferimento ai beni strumentali, con picchi dell’13% per macchinari e altri apparati.

L’iniziativa di IBAN

Infine ne approfitto per segnalare un’iniziativa a cui tengo molto: dopo gli ultimi dati incoraggianti della Survey 2017 (1 business angel su 5 è donna), IBAN ha deciso di realizzare una fotografia dell’ecosistema dell’Angel Investing al femminile in Italia, all’interno del programma WA4E – Women Angels for Entrepreneurs finanziato dall’UE che rappresenta un consorzio di organizzazioni partner da sei paesi europei. Vi invitiamo quindi a compilare la survey  per continuare a sensibilizzare il pubblico femminile sulla professione dell’angel investor, raccontando storie di successo delle business angel che siano di esempio e ispirazione per le altre.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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