Innovazione e venture capital

Startup, come superare i limiti strutturali italiani: le opportunità del PNRR

Da alcuni anni anche in Italia si è cominciato a sostenere le startup innovative, nella convinzione che si può fare e promuovere innovazione al di fuori degli ambiti tradizionali della ricerca pubblica o sostenuta dalle aziende. Ora occorre favorire processi di aggregazione aziendale per garantire sviluppo a lungo termine

02 Apr 2021
Marco Daviddi

EY Europe West Markets Leader for Strategy and Transactions

innovazione open innovation

Inserire, in processi produttivi, commerciali o di servizio, elementi di novità tali da incrementare il posizionamento competitivo di un’azienda vuol dire fare innovazione. Tradizionalmente questo è avvenuto nel nostro Paese attraverso l’azione combinata del settore pubblico e privato, favorendo l’attività di Ricerca e Sviluppo (R&S), con risultati, però, inferiori alle aspettative e inferiori alle effettive necessità del Paese.

Da alcuni anni anche in Italia si è avviato un percorso diverso sul presupposto che si possa fare e promuovere innovazione al di fuori degli ambiti tradizionali della ricerca pubblica o di quella privata sostenuta dalle aziende. Mi riferisco alle cosiddette startup innovative, aziende che nascono attorno a idee volte a rivoluzionare processi e modelli di business, e che rappresentano una via alternativa nel percorso di innovazione.

Facciamo il punto sullo stato del mercato e le sue debolezze, le iniziative a supporto dell’innovazione diffusa e le opportunità del PNRR.

Il ritardo nell’attività di R&S

Istat stima che l’attività di Ricerca e Sviluppo cosiddetta intra muros, ovvero effettuata sulla base del personale e risorse interne, abbia espresso una incidenza sul PIL nel 2019 pari al 1,45% per una spesa totale di poco inferiore a 27 miliardi di euro. Una prima stima per il 2020 pone questo indicatore sostanzialmente stabile, anche se le prime indicazioni evidenziano, per lo scorso anno e chiaramente come effetto dell’emergenza sanitaria legata a Covid-19, una riduzione della spesa in R&S da parte delle aziende di circa il 4,5%, a fronte di una crescita della spesa pubblica di circa il 3%. Più in dettaglio, la spesa pubblica per R&S è risultata in calo dal 2013 al 2019, raggiungendo circa lo 0,5% del PIL, tra i livelli più bassi in Europa.

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Al contrario, con la sola eccezione del 2020, la spesa per R&S delle imprese è aumentata negli ultimi anni, raggiungendo circa lo 0,9% del PIL, anche grazie alla leva degli incentivi fiscali, sebbene il livello rimanga nettamente al di sotto della media dell’UE (1,41 %). Fabbricazione di macchinari, veicoli e mezzi di trasporto; software; farmaceutica sono i settori chiave dove si concentrano gli investimenti.

Evidentemente c’è un ritardo che mina la competitività del Paese nel medio lungo termine. Nella lettura e interpretazione di questi dati, solo in parte possono valere considerazioni circa le peculiari caratteristiche del tessuto imprenditoriale nel nostro Paese, prevalentemente composto da PMI, spesso ad alto contenuto innovativo, ma nelle quali non sempre l’attività di investimento viene correttamente contabilizzata. Non è un caso che oltre il 50% della spesa in R&S sia sostenuta, almeno stando ai dati statistici ufficiali, dalle aziende con oltre 500 addetti.

A partire dal biennio 2014/2015, tuttavia, si è segnato un cambio di rotta: la categoria delle startup innovative, unitamente alle cosiddette PMI Innovative, gode di uno specifico riconoscimento, sulla base di requisiti che riguardano, ad esempio, la titolarità di brevetti e software, l’impiego di personale altamente qualificato e la rilevanza degli investimenti in ricerca e sviluppo sul fatturato (o sul totale dei costi). A queste aziende la normativa, specie in materia fiscale, ha riservato un trattamento di favore, per stimolarne l’investimento nel capitale e per favorirne la crescita. Anche per effetto di tali provvedimenti il numero di startup innovative registrate nel nostro Paese è in costante crescita, passando tra il 2017 e la fine del 2020 da circa 7.400 unità a circa 12.500 unità, con un incremento di poco inferiore al 70%, esprimendo un capitale sociale complessivamente sottoscritto di circa 690 milioni di euro (fonte MISE).

Le iniziative a supporto dell’innovazione diffusa

A supporto di questo tessuto di innovazione diffusa si sono sviluppate molteplici iniziative. EY in particolare ha mappato, nel nostro Paese, 26 Parchi Scientifici e Tecnologici, 7 community di startup, 8 Business Angels Networks, 23 Fondi di venture capital, 14 Fondi di Private Equity con angolo di investimento dedicati a startup e scaleup, 40 tra incubatori e acceleratori di impresa, 13 piattaforme di crowdfunding dedicate, 20 iniziative promosse da enti locali (comuni e regioni).

Più recentemente, gli interventi pubblici di sostegno indiretto a questa specifica tipologia di aziende sono stati arricchiti dall’introduzione di piattaforme per gli investimenti di risorse pubbliche nel capitale di queste aziende, ad esempio il Fondo Nazionale Innovazione promosso da Cassa Depositi e Prestiti SpA e, più recentemente, la Fondazione Enea Tech che, sotto l’egida del Ministero dello Sviluppo Economico, dovrà gestire il primo fondo italiano interamente dedicato al trasferimento tecnologico.

Questi hanno l’obiettivo di supportare, in maniera complementare, l’accelerazione dell’innovazione nel nostro Paese, affiancando l’attività dei soggetti professionali privati che operano in Italia (fondi di venture capital, Business Angels, holding di investimento, ecc.). Ciò, da un lato, attraverso investimenti diretti nel capitale di rischio di startup e scaleup, con particolare attenzione a quella che viene definita la fase seed, ovvero dedicata alle realtà ancora embrionali. Dall’altro, attraverso l’investimento indiretto in fondi di investimento in venture capital gestiti da terze parti. In entrambi i casi agendo come leva moltiplicatrice degli investimenti privati.

Nel 2020, i recenti interventi e strumenti a supporto dell’ecosistema di innovazione nel nostro Paese hanno iniziato a mostrare i propri frutti, non tanto, o meglio, non ancora, in termini di volumi investiti, quanto nell’aver contribuito a sostenere un’efficace infrastruttura materiale e immateriale per la creazione di un’impresa innovativa.

Sulla base dei dati dell’EY venture capital barometer, infatti, tra il 2016 e il 2020 i capitali raccolti dalle startup e scaleup italiane in operazioni che hanno visto la partecipazione di Fondi di venture capital sono cresciuti da circa 252 milioni a circa 570 milioni.

In particolare, il dato del 2020 appare incoraggiante, nonostante gli effetti dell’emergenza sanitaria ed economica innescata da Covid-19, con una crescita molto significativa (+55%) rispetto all’anno precedente in termini di raccolta di capitali. Per quanto riguarda il numero di operazioni, nel 2020 sono stati resi pubblici 111 deal con un calo del 37% rispetto alle 175 operazioni del 2019; a tale riduzione fa da contraltare un aumento del ticket medio d’investimento a 5,1 milioni di euro nel 2020 rispetto alla media di 2,1 milioni di euro registrato nel 2019. L’aumento della dimensione dei deal riguarda tutte le fasi di vita delle startup e scaleup analizzate. Rispetto al 2019 il numero delle operazioni con una raccolta di capitale maggiore di 10 milioni di euro è raddoppiato: da 7 operazioni registrate nel 2019 (di cui 4 operazioni di dimensione superiore a 20 milioni di euro) a 14 operazioni nel 2020 (di cui 6 operazioni superiori a 20 milioni di euro).

Fintech, le operazioni più rilevanti in Italia

Il verticale del Fintech è stato senza dubbio quello che nel 2020 ha più catalizzato l’attenzione degli investitori, con più di 173 milioni di euro raccolti da 15 startup e scaleup italiane. Gli altri verticali innovativi che sono stati capaci di attrarre un importante ammontare di capitali (arrivando insieme a Fintech a poco meno dell’80% del totale) sono stati Health e Life Science, Food and Beverage, Software & Digital services e Transportation & Delivery.

Le tre operazioni più rilevanti in termini di capitali raccolti nel nostro Paese hanno riguardato:

  • Satispay che ha chiuso un round da 93 milioni di euro con TIM Ventures e investitori internazionali del calibro di Square, Tencent e Lgt Lightstone;
  • Aidexa su cui Gruppo Generali, Banca IFIS, Banca Sella ed altri hanno investito 45 milioni di euro;
  • Cortilia che ha raccolto 34 milioni di euro da P101 Ventures, Primomiglio SGR; Five Seasons Ventures, Red Circle Investment e Indaco SGR;

Per i prossimi anni, soprattutto nel triennio 2021/2023, l’attività in particolare del Fondo Nazionale Innovazione e Fondazione Enea Tech dovrebbe essere in grado di accelerare in maniera sensibile l’attività di investimento. Le analisi condotte da EY stimano tra 2,5 e 3 miliardi di euro, nel prossimo triennio, il totale dei capitali che potrebbero essere raccolti dalle startup e scaleup italiane in operazioni partecipate da fondi di venture capital, anche grazie al supporto di risorse dai citati strumenti pubblici di intervento. Una crescita importante, anche se, nonostante questi sforzi, saremo ancora indietro rispetto alle economie europee più avanzate. Sempre tenendo conto delle stime EY, l’incidenza sul PIL dell’attività di venture capital è in crescita dallo 0,02% del 2017 allo 0,05-0,06% atteso nel 2021. Ma la distanza appare ancora molto marcata rispetto, ad esempio, alla Gran Bretagna (circa 0,3% sul PIL), Francia e Germania (circa 0,15% sul PIL).

Gli elementi di debolezza del sistema

Sussistono, quindi, elementi specifici di debolezza del nostro sistema. Tra questi, a mio giudizio, occorre soffermarci su:

  • Limitato numero di gestori di fondi di venture capital e dimensione media del singolo fondo molto contenuta, inferiore a 50 milioni di euro, che rende tali veicoli poco resilienti e scarsamente remunerativi per gli investitori stessi. Nelle economie dove questo fenomeno è più sviluppato, la dimensione media dei fondi è nettamente superiore, intorno a 80-100 milioni. Favorire la formazione di fondi di investimento di dimensione più rilevante può consentire di indirizzare le risorse in maniera più incisiva.
  • Raccolta di capitali da parte di gestori di fondi di venture capital italiani principalmente da risorse domestiche private; gli investitori istituzionali nazionali, specie i Fondi Pensioni e quelli del comparto assicurativo, mostrano una scarsa propensione all’investimento in questa asset class. Ferma restando la necessità di gestire il rischio, alto per questa tipologia di investimenti, è opportuno evidenziare che la quota sottoscritta da Fondi Pensione e Assicurazione in fondi di venture capital in Europa tra il 2007 e il 2016 sia stata pari a circa il 7%, mentre in Italia questo indicatore è tutt’oggi prossimo allo zero. Anche guardando alla positiva esperienza nel mercato US, favorire l’investimento in innovazione attraverso l’ecosistema di venture capital e Startup da parte degli investitori istituzionali è cruciale per lo sviluppo del sistema.
  • Università italiane valide, anche a livello internazionale se valutate sulla produzione di ricerca, ma ancora con limitata capacità di trasformare la ricerca in brevetti e innovazione applicata. Tra i parametri di valutazione dei ricercatori universitari un ruolo importante è affidato proprio all’attività di pubblicazione, ma occorre allargare i criteri di valutazione anche alla capacità di trasferire tale ricerca in innovazioni che possano trovare applicazione nei processi produttivi, industriali, dei servizi.
  • Grandi gruppi italiani ancora non particolarmente attivi nell’alimentare la propria strategia innovativa di presidio e sviluppo di nuove tecnologie e nuovi modelli di business, attraverso il percorso del corporate venture capital. In particolare, nel nostro Paese sono ancora poche le operazioni che hanno visto grandi gruppi protagonisti negli investimenti in startup e PMI innovative, con il duplice rischio per il nostro Paese di perdere i benefici dell’innovazione generata internamente a vantaggio di altre geografie, oltre a quello di far sì che il flusso degli investimenti risulti incompleto nel percorso naturale di exit degli startupper e dei primi investitori.

L’opportunità del PNRR

Agendo su questi elementi potrebbe essere possibile innescare un più virtuoso utilizzo delle risorse, anche pubbliche, in modo da agevolare processi di innovazione più strutturati. E il Piano Nazionale di Ripartenza e Resilienza, in fase di definizione da parte del Governo, prevede importanti risorse dedicate al trasferimento tecnologico, all’incentivazione dell’attività di R&S e, in generale, a favorire processi di innovazione attraverso una più efficace compartecipazione di soggetti pubblici, università e aziende.

Ci sono validi motivi per ritenere che molta più enfasi dovrebbe essere rivolta alla spinta verso l’innovazione nelle aziende e dalle aziende attraverso un più strutturato ricorso alla cosiddetta attività di corporate venture capital. Le esperienze internazionali evidenziano come sia cruciale per consentire alle aziende di presidiare e integrare nuove tecnologie, nuovi processi e nuovi modelli di business nella propria organizzazione, accedendo in modo efficace a nuove competenze e idee non presenti in azienda e non disperdendo le risorse presenti nelle aziende stesse.

Recenti analisi condotte da EY hanno permesso di stimare in poco meno di 60 miliardi di dollari l’investimento globale in corporate venture capital nel 2019, circa il doppio del volume di investimento registrato nel 2017. Inoltre, le nostre analisi hanno evidenziato come le performance di aziende con attiva partecipazione in corporate venture capital siano, almeno in termini di crescita, significativamente migliori rispetto al resto del mercato. Ad esempio, nel mercato US, la crescita annuale media delle 10 aziende con più intensa attività in questo ambito è stata pari, tra il 2008 e il 2019, a circa il 16%, contro un analogo indicatore espresso dalle aziende Down Jones Industrial di circa l’11%.

Un’efficace attività di corporate venture capital presuppone, comunque, una chiara strategia di sviluppo, risorse dedicate, processi strutturati. Elementi che possono essere più realisticamente appannaggio di grandi aziende, che, di fatto, sono scarsamente rappresentative del nostro sistema produttivo. In fin dei conti, una delle caratteristiche cardine del tessuto imprenditoriale italiano, ovvero essere costituito da PMI, se nel passato ha rappresentato una ricchezza e un’opportunità, sempre più, anche nel contesto della pandemia, rappresenta un limite.

Favorire processi di aggregazione aziendale, su filiere settoriali e produttive, si conferma, quindi, necessità cruciale nel nostro Paese, non solo, in termini di sostenibilità e resilienza, ma anche, per agevolare i processi di innovazione e garantire sviluppo a lungo termine.

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