Startup: le 5 misure urgenti per salvare l’ecosistema | Agenda Digitale

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Startup: le 5 misure urgenti per salvare l’ecosistema

È il momento di far entrare qualche sostegno alle startup nella logica della decretazione d’urgenza. Ecco allora una serie di azioni subito possibili, semplici, ragionevoli, sia in termini di costo per lo Stato che di effort per chi deve scriverle e attuarle, e che salverebbero il giovane ecosistema startup nell’emergenza

14 Apr 2020
Gianmarco Carnovale

Serial tech-entrepreneur


Circolano allarmi sulla sopravvivenza delle startup, ma è un grande caos. Un mix di sottovalutazione da parte di alcuni soggetti e di strumentalizzazione da parte di altri. Nel mezzo chi si preoccupa davvero del tema, purtroppo tracciando soluzioni che si perdono nel rumore di fondo. Proviamo a capirci di più.

Le azioni immediatamente possibili

Cominciamo però non dalle polemiche, che servono a poco o nulla, ma da ciò che è urgente fare.

E’ innegabile che le startup italiane siano sottocapitalizzate, oltre ad avere innumerevoli altri problemi, e attraversare in sottocapitalizzazione questo shock economico globale rischia di sgretolare tutta la fragile economia di settore che si è costruita in questi anni.

Ci sarà tempo per lavorare a delle riforme di tipo strutturale, che rimangono necessarie e anche più ampie di più di quanto elencato in queste settimane, pur se molte di quelle che si sono lette sono utili e condivisibili benché rimangano totalmente ed assolutamente inopportune, oggi, perché fuori contesto. Oggi è esclusivamente il momento di far entrare qualche sostegno alle startup in uno dei decreti emergenziali che il Consiglio dei Ministri sta articolando, nella logica della decretazione d’urgenza. Perché si ottenga il sostegno dello Stato, le richieste non solo devono essere ragionevoli nella proporzione rispetto alle risorse (poche) di cui dispone il Governo, ma devono anche essere circoscritte e di facile implementazione, perché ogni ora di lavoro dell’ufficio legislativo di un dipartimento della Presidenza del Consiglio, o del MiSE, o del MEF, in questo momento va allocata misurando bene le priorità della Nazione. Provo quindi ad elencare quelle che, tra tutte le diverse associazioni che si confrontano e collaborano con cognizione di causa, sono quindi ritenute azioni immediatamente possibili, semplici, ragionevoli, sia in termini di costo per lo Stato che di effort per chi deve scriverle e per chi deve dargli attuazione, e che salverebbero il giovane ecosistema startup nell’emergenza odierna:

  • Tempo: ritenere questi mesi, ma forse tutto l’anno, un periodo di vita “perso”, e quindi estendere una tantum, di un anno, la permanenza delle startup esistenti nel registro speciale che offre un regime agevolato. Allo stesso tempo allungare di almeno un anno la soglia di vita dalla costituzione per accedere tutte le agevolazioni pubbliche (es: Smart & Start di Invitalia è erogabile solo a imprese con non più di cinque anni di vita, così altre misure di bandi regionali: allunghiamone eccezionalmente il limite a sei anni per il periodo 2020-21);
  • Credito d’imposta: le startup spendono (in attività di ricerca e sviluppo) molto a lungo prima di fatturare, quindi vivono permanentemente in credito IVA, cioè rispetto ad una impresa tradizionale buttano letteralmente il 22% di quanto spendono. Al di là di una misura stabile che ovvii a questo problema (e che magari riconosca anche un credito da ricerca e sviluppo anch’esso liquidabile periodicamente), che rimane cosa da vedere in seguito, lo Stato liquidi istantaneamente il credito IVA maturato dalle startup innovative al 31 marzo, per dare loro un minimo ossigeno.
  • Debito: il fondo di garanzia per le PMI presso il MiSE è già stato rialimentato, le startup vi rientrano e sono naturalmente agevolate nella procedura per richiedere finanziamenti alle banche da questo strumento, è vero. Ma in questo momento le banche stanno impiegando questa garanzia esclusivamente per aiutare le imprese già loro clienti in crisi di liquidità, ed hanno direttive interne di non dedicarsi a nuove imprese. Serve quindi l’urgente allocazione di una quota minima del fondo di garanzia riservata alle startup, altrimenti le banche lo esauriranno totalmente nel sostegno verso aziende con cui sono già esposte. Fissare una riserva minima sul fondo di garanzia per le PMI dedicata alle startup innovative non ha alcun costo per lo Stato ulteriore per lo Stato rispetto al recente Decreto Liquidità e potrebbe rivelarsi vitale per garantire loro l’accesso al debito, strumento subottimale ma che almeno garantirà un po’ di ossigeno per moltissime di loro.
  • Equity, o meglio quasi-equity, per quelle startup “davvero startup” che sono molte di meno delle diecimila del registro ma che sono realmente la punta di lancia della futura rincorsa dell’Italia nell’economia dell’innovazione: è rimbalzato spesso negli ultimi giorni il termine “convertendo” sui post nei social, perché è trapelata una misura su cui la maggioranza sta studiando per rafforzare la patrimonializzazione delle startup scalabili, e molti sono corsi ad intestarsela. L’ipotesi in corso tra le forze politiche è quella di affidare al MiSE un budget per la sottoscrizione di un nuovo fondo di investimento, che potrebbe essere gestito da CDP Venture Capital (ove questa fosse disponibile a farlo, essendo un soggetto indipendente dallo Stato ma anche il migliore possibile su piazza), che funzioni secondo un modello collaudatissimo in altri paesi: un co-investimento in molte startup legato alla sottoscrizione di un investitore privato in una startup, in cui la finanza di Stato agisca a leva per aumentarne la dotazione, ma non acquisendo immediatamente la partecipazione societaria – non sarebbe un processo attuabile su un alto numero di società perché si ingolferebbe la coda di due diligence – bensì sottoscrivendo un contratto ispirato al noto (per gli operatori del settore) Simple Agreement for Future Equity (SAFE), cioè un finanziamento convertendo che non ha natura di debito e che può essere in un certo arco di tempo trasformato in altro a seconda della traiettoria della startup specifica: può diventare una partecipazione effettiva, può scaturire in una cessione o un riacquisto, o anche diventare una perdita (perché va chiarito una volta per tutte che una percentuale di startup è normale che fallisca, non esiste la certezza nell’introdurre innovazioni sul mercato, ma quando si investe in molte la perdita di alcune è compensata dal successo delle altre, secondo statistica di settore consolidata da decenni). La forma del finanziamento convertendo consentirà di poter intervenire molto velocemente nelle diverse centinaia di startup che è opportuno rafforzare, perché sono il vero vivaio da cui scaturiranno molte grandi imprese italiane dei prossimi anni, e che diversamente non sarebbero aiutabili in un processo di investimento in partecipazioni dirette che richiede settimane di due diligence in ognuna di loro. Il “come” vada implementato questo strumento, con quale proporzione della leva (potrebbe essere anche variabile a seconda si tratti di reinvestimenti o di nuovi investimenti), con che limiti minimi e massimi, può essere oggetto di discussione e confronto tra le parti in causa per arrivare ad una sintesi in pochissimo tempo. Ma la cosa inequivocabile è che questo strumento vada immediatamente messo in campo con una dotazione importante per il settore, seppur minimale nel bilancio dello Stato, nell’ordine di grandezza minimo dei 500 milioni di euro, che devono essere stanziati nel prossimo decreto economico (il cd. “Decreto Aprile”). Va fatto mutuando la forma con cui la Legge di Bilancio 2019 affidò al MiSE la disponibilità per sottoscrivere fondi che investano in imprese, eliminando però stavolta il vincolo di un co-sottoscrittore perché sia un fondo – almeno inizialmente – tutto sottoscritto dal Ministero. Legare gli interventi di questo fondo alla presenza di un coinvestitore professionale (un fondo sotto forma di SGR, SICAF o SIS, una holding quotata, ma anche una grande impresa o perfino uno o più Business Angel aggregati in club deal, visto che ne abbiamo istituito per legge un registro) che sostenga una parte del rischio mitigherà la possibilità di incappare in numerose frodi, secondo il principio di buon senso dello stare tutti sulla stessa barca condividendo rischio ed opportunità, che è comune nel venture business internazionale. Ma è importante che ci sia una soglia massima di intervento che eviti di accorgersi di un investimento non meritorio solo dopo averci impegnato troppi fondi, e questa soglia potrebbe essere fissata intorno al milione. Magari si può prevedere che l’intervento sia ripetibile, ma in tal caso facendo qualche approfondimento in più, per le startup più avanzate e grandi (dette in scaling, o scaleup). Peraltro, per il bilancio dello Stato questa somma potrebbe non pesare come “spesa”, perché a fronte dell’esborso si acquisirebbe la partecipazione di pari valore in un fondo, quindi l’uscita verrebbe compensata dall’attivo di bilancio. E solo tra molti anni si dovrebbe consuntivare se il tutto si sia tramutato in una perdita, in un pareggio, o in un profitto, acquisendo i risultati del fondo “Convertendo”. Se lo strumento sarà ben congegnato, sono pronto a scommettere in un profitto. Personalmente credo che potrebbe essere fair anche che la politica chieda un impegno sul perimetro occupazionale al managing team delle startup come condizione per l’erogazione dell’intervento.
  • Incentivi, ancora all’equity ma sugli investimenti privati: anche qui, in attesa di una misura stabile legata però a dei paletti da porre, in una riforma necessaria per tracciare un migliore futuro, sarebbe molto opportuno in fase emergenziale incrementare il credito di imposta che gli investitori ottengono quando investono in startup e pmi innovative: al momento è al 30%, portarlo al 50% nei limiti attuali in via emergenziale per il 2020 sarebbe sacrosanto e ridarebbe slancio a molte nuove operazioni di investimento, in un momento in cui stanno crollando.

Perché bisogna fare in fretta

Tutto questo è assolutamente urgente ed opportuno per salvare l’ecosistema italiano delle startup (cioè, lo ripeto, le startup insieme alla loro filiera di abilitazione, creazione, sostegno e investimento) dalla crisi economica legata a questa pandemia, utile a salvaguardare posti di lavoro e proprietà intellettuale in mercati strategici, e a dare a tutti gli attori e al legislatore il tempo – quando si uscirà dall’emergenza della pandemia – di sedersi costruttivamente e condividere una riprogettazione organica di un ecosistema tra tutte le rappresentanze dei componenti di questa filiera. Filiera davvero troppo mal implementata con la cornice legislativa del 2012: di quel lavoro è salvabile solo l’intento ed il contributo iniziale degli esperti (anche se ormai superato dall’evoluzione internazionale del settore), poi tradotto in norme nel peggior modo possibile e rendendo tutto lo sforzo inutile con la costituzione dell’unica definizione legale di startup al mondo fondata su aggirabili requisiti di input anziché sulla dimostrazione di output del progetto imprenditoriale. Startup deve essere l’impresa che si comporta, che cresce e che viene investita come una startup, e non quella iscritta ad un registro che sembra una riserva indiana riservata a chi rientra in determinati criteri di altezza, di peso e colore degli occhi stabiliti da dei burocrati.

C’è almeno un punto di PIL (dei livelli pre-crisi) che a questo Paese manca nell’immediato, nell’economia dell’innovazione, che è conseguibile con facilità, perché è un frutto quasi maturo da raccogliere. Con le giuste misure e riforme, e con un temporaneo incentivo dello Stato atto a stimolare un avvio nella giusta direzione, si può avviare un percorso che porti a decuplicare il volume di investimenti in capitale di rischio in nuove imprese in un quinquennio, a generare un indotto interno all’Italia di tre o quattro volte maggiore, e trasformare il tutto in un ciclo virtuoso che si rialimenta – come tutti gli ecosistemi startup – in dieci anni. Quello che ne deriverà sarà uno scenario “all-win” tra nuovi imprenditori, abilitatori, investitori, posti di lavoro creati, soldi per la ricerca, attrattività verso talenti ed eccellenza, peso politico-economico internazionale del Paese, merito per i leader politici, e anche ritorno per lo Stato: sia del capitale immesso che attraverso la tassazione sul capital gain dei privati, che per la fiscalità sui posti di lavoro diretti e quelli dell’indotto.

Questo senza ancora contare quanto valore ulteriore porterebbe ogni singolo eventuale unicorno (le startup che diventano leader di un nuovo mercato globale, che superano il valore di un miliardo, vengono chiamate così) che dovesse nascere nel paese, che ricordiamo di dirci che è una Nazione in cui non abbiamo niente di meno di altre che di nascite di unicorni ne stanno favorendo continuamente, e che ne hanno già ottenuti. Da quant’è che non nasce una nuova grande impresa italiana leader nel mondo nel proprio settore?

È ora che tutte le forze del paese tra politica, corpi intermedi, media, società, detentori di ricchezza, inizino a pensare davvero a come sviluppare questo segmento dell’economia, accrescendo di molto le risorse del paese anziché dedicarsi a come posizionarsi per intercettare la maggior quota di risorse oggi scarsine. Smettiamo di giocare a Monopoli.

I limiti culturali degli italiani

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Quanto ai vari allarmi circolati finora, è pure opportuno, in subordine, spendere alcune parole. Si evidenzia uno dei maggiori limiti culturali della gens italica: l’orientamento culturale a lotte all’ultimo sangue per la spartizione dell’esistente, ancorché micragnoso, anziché collaborare per un accrescimento che vada a favore di tutti. L’altro grande limite culturale è la strumentalizzazione continua di tutto lo strumentalizzabile, sempre in favore di interessi di parte, con preoccupazione maggiore riguardo allo storytelling demagogico che alla sostanza delle cose. Il livello della discussione intorno alle startup non è che l’ultima dimostrazione di queste piccolezze, e dell’inadeguatezza di troppi leader – nella politica come nell’economia – di questo paese.

Una delle mie osservazioni ricorrenti nei dibattiti convegnistici è la sensazione di stare discutendo animatamente intorno agli spicci di una partita a Monopoli, laddove gli altri paesi fanno invece sul serio e alzano continuamente la posta per accelerare il distacco da Stati inerti come l’Italia. Il problema è che in modo ricorrente qualcuno tra i governanti annuncia di voler fare sul serio, ma il più delle volte sta solo cercando un applauso e un titolo di giornale. E quando è in buona fede non è comunque disponibile a comprendere le peculiarità delle startup e della loro filiera, e finisce per attuare azioni che nella migliore delle ipotesi si rivelano irrilevanti perché parziali o incongrue. Il problema dell’investire in un ecosistema startup, però, è un po’ come l’avviare azioni per ostacolare l’andamento del contagio da Covid-19: se non sei competente di andamenti esponenziali non ti accorgi di dover intervenire “ieri”, perché guardi ai morti di oggi ma il problema sono i morti dei prossimi venti giorni che non sei già più in grado di evitare. Lo stesso è per l’economia dell’innovazione: già oggi non siamo in grado di evitare lo scarto di PIL tra l’Italia e paesi come Francia e Germania, ma anche con quelli “minori” come Spagna, Irlanda e Portogallo, che questi paesi conquisteranno nei nostri confronti nel corso dei prossimi dieci anni, avendo iniziato ad investire sul favorire e stimolare questa componente economica ben prima di noi. La brutta notizia è che più tempo perdiamo, più il gap prospettico da recuperare cresce, e più ci costerà lo sforzo per tentare di recuperare sugli altri. Un po’ come oggi i paesi che più hanno sottovalutato la pandemia pagano il peggior saldo di morti e pagheranno un tempo maggiore di lockdown e impatto sull’economia.

La politica e la filiera delle startup

In questo scenario, si innestano piccolezze anche tra gli operatori privati e tra i corpi intermedi che li rappresentano. Fare advocacy – lobby è una parola che ritengo inadatta quando il tema è di interesse generale – è attività che richiede pazienza, conoscenza di tutti i diversi livelli dello Stato, capacità di creazione di consenso attraverso l’uso del linguaggio delle istituzioni, azione differenziata in vari momenti del processo. E, per i settori percepiti come minori, è fondamentale l’unità di azione. Il mondo delle startup non è fatto solo dalle startup: già queste tendono a dividersi anche nella rappresentanza per settori (quelle fintech, quelle del turismo, quelle dell’aerospazio, quelle delle biotech, etc, per non parlare di quelle che sono startup “vere” nella accezione internazionale e quelle che lo sono solo nella ridicola definizione di legge italiana). Ma la politica ancora non ha colto nemmeno alla lontana il concetto che alla pari delle startup vanno considerate le diverse categorie di soggetti che ne costituiscono la filiera, quelli per cui le startup sono per quanto sembri strano – dei “prodotti” che fanno nascere e crescere: centri di ricerca, università e altri luoghi di formazione, talenti imprenditoriali e professionali (locali o immigrati), incubatori ed acceleratori, investitori informali (che si aggregano intorno ai primissimi investimenti “friends & family” o in quelli che si organizzano nelle piattaforme di crowdfunding), investitori professionali come le holding di investimento, i club deal ed i business angel, i fondi di investimento (anch’essi geneticamente suddivisi per fase di investimento: i fondi Seed non hanno niente a che fare con i fondi di Venture Capital, né come cultura né come processi, così come i fondi di Venture Capital sono agli antipodi dei fondi di Private Equity), le medie e grandi aziende, i distretti o ecosistemi territoriali, le connessioni con territori sinergici. Tutti questi “passaggi” della filiera costituiscono un unico grande meccanismo che si inceppa e non produce startup di valore se qualcuno degli ingranaggi non funziona. Il grado di attenzione di un politico medio – italiano o estero – per scarsità di tempo è più spesso comparabile a quello di un pesce rosso che non a quello di qualcuno che voglia comprendere un argomento complesso, e per agire sul grande meccanismo italiano dell’ecosistema startup c’è un drammatico bisogno invece di avere molto chiaro in quanti ingranaggi ci sia estrema necessità di intervenire con urgenza.

Normalmente nelle economie e nei settori complessi ci sono i corpi intermedi, le associazioni, ad aiutare la politica a fare presto e bene. Ma, in Italia, la tendenza a competere perfino tra questi soggetti porta a disperdere e minimizzare la capacità di incidere, con il risultato che il settore rimane lillipuziano e il messaggio sulla visione di insieme non passa. Ora non è possibile comprimere in un articolo, in modo esaustivo, la numerosità di ingranaggi che nel paese richiedono un intervento immediato. Ma la politica deve prima di tutto acquisire dei concetti chiave:

  • Le startup non sono delle PMI al loro avvio: sono piuttosto dei tentativi di grande azienda intorno a delle innovazioni di possibile successo, disegnate per gestire in modo decrescente il rischio intorno al tentativo di crescere velocemente, oppure prendere atto velocemente che sia meglio chiudere e ritentare con un altro progetto. Hanno dinamiche diverse dalle imprese tradizionali, che si basano su prodotti/servizi e mercati esistenti e noti, e che quando sono nuove devono “solo” competere. Attenzione: le startup non sono PMI quando rispettano i criteri internazionali per dirsi tali, non parlo di quelle che in Italia vengono definite startup per fantasiosi requisiti di legge;
  • L’ecosistema delle startup non si esaurisce intorno a nuove imprese e a chi ci mette soldi: tutta la loro filiera ha pari importanza e non si deve trascurarne alcun passaggio. Sottolineo questo perché l’opinione diffusa negli ultimi due anni per cui il problema delle startup italiane sia solo di disponibilità di investimenti è una balla totale, spacciata da chi ha interesse a presidiare gli investimenti guadagnandoci a prescindere dal successo delle startup e del loro impatto sociale ed economico.
  • La strategia per la costruzione di un ecosistema startup che produca delle startup di successo non può passare per la reinvenzione della ruota: ci sono innumerevoli casi studio su cosa vada fatto a livello di “innesco” e come si determini un ciclo virtuoso, ciclo che va misurato e monitorato per fare aggiustamenti lungo un percorso pluriennale. Una Economia (o Industria) dell’Innovazione, quale è la filiera delle startup, non si impianta in un anno nel regno dell’approssimazione, del millantato credito, dell’avversione al rischio, del “piccolo è bello”, del capitalismo di relazione quale è – un po’ generalizzando, ma un po’ dicendo la verità – la nostra amata Nazione. Lo si fa in dieci.

Tutto ciò premesso, va chiarito una volta e per tutte che nel Paese serve una riforma ambiziosa ma anche molto articolata che inquadri trasversalmente tutta la filiera, rimuovendo compartimentazioni e colli di bottiglia tra tutti i diversi “mondi” che la compongono, facilitando i collegamenti e gli scambi tra questi, normando ed impedendo gli abusi e le distorsioni in cui sguazza chi pensa a guadagnare “sulle” startup e non “insieme” alle startup, ed incentivando fortemente – anche solo per alcuni anni – l’innesco del ciclo virtuoso che caratterizza questo mondo.

Ma il problema di questi giorni di cui si sta discutendo su alcuni giornali e sui social tra attori del settore, sebbene nel paese credo che se ne siano accorti davvero in pochi, è slegato sia dalla visione che va promossa che dal disastro economico legato alla pandemia: nel contesto di questa emergenza, alcuni hanno tentato di assumere il ruolo di “rappresentanti unici” di una filiera complessa, avviando una campagna mediatica di richieste verso il Governo e millantando di rappresentare nell’interezza il settore, si spera solo per una ingenua sindrome del “ora siamo arrivati noi a risolvere tutto”, e purtroppo nulla sapendo e capendo di processo legislativo. Questo lo si potrebbe anche derubricare a rumore di fondo, se non si tentasse di promulgare come necessità “delle startup italiane” le necessità di un gruppo di investitori e delle loro partecipate, che sono cosa diversa da una ampia rappresentanza di settore che ha ben altre caratteristiche e governance rispetto ad un eterogeneo e piccolo business club che, nato da poco, poteva diventare invece con il tempo una rappresentanza di una delle anime dell’ecosistema quale le diverse forme dell’investimento professionale in capitale di rischio nei vari stadi; e soprattutto se nel merito delle richieste non si facesse un gran mischione tra proposte per l’emergenza con riforme strutturali, mettendo insieme una serie di punti da libro dei sogni che sono inquantificabili ed inattuabili con rapidità.

Le priorità in uno scenario di emergenza

È incredibile l’apparente incapacità di comprendere che non si può parlare di riforme strutturali in un momento in cui l’emergenza ed il carico di lavoro degli uffici legislativi possono consentire di lavorare solo su cose molto ben inquadrate e determinate, e invece cercare l’attenzione dell’opinione pubblica – e quindi della politica – senza alcuna considerazione delle priorità di questo scenario. Definire quello che stanno facendo come un’energica opera di “dilettanti allo sbaraglio” sembrerà loro sicuramente ingeneroso e forse qualcuno se lo legherà al dito, ma rimane la realtà delle cose ed è un peccato, perché è energia buttata alle ortiche ma è soprattutto un danno reputazionale a tutta la scena: fare advocacy significa collaborare con la politica comprendendone il lavoro ed i problemi; significa fare proposte puntualmente articolate, circoscritte, legate al veicolo legislativo su cui sta lavorando l’interlocutore istituzionale a cui ci si rivolge, calate nell’articolazione del meccanismo di implementazione, significa avere il senso dell’opportunità e del momento.

Fare pubblici proclami intorno a un elenco di richieste generiche in un momento simile non vuol dire niente di più che tirare la politica per la giacca: non è advocacy finalizzata a policymaking, perché per il Legislatore già in situazioni di normalità cambia tutto se si sta lavorando ad un decreto di Presidenza del consiglio, ad un decreto ministeriale, ad un DL, ad un passaggio parlamentare di conversione, ad un disegno di legge; diverso è se si sta dialogando con un referente politico, se con il Governo, se con un gruppo parlamentare, se con più d’uno, se con una Commissione, se con il Gabinetto di un Ministro, se con una Direzione, etc. Cambia tutto anche se si chiede di allocare spesa con copertura o se sono solo delle garanzie, se c’è o non c’è una spesa, se c’è una stima validata di impatto sul bilancio dello Stato, ecc. Ignorare tutto questo ed entrare sulla scena dicendo “eccoci qua, siamo l’ecosistema” e sparare mediaticamente una lista di sogni non si capisce se emergenziali o stabili – o meglio mischiando tutto e perfino chiedendo che soggetti terzi, privati e indipendenti, siano obbligati a qualcosa (!) – non può ottenere altro risultato che far percepire l’ecosistema startup come più improvvisatore di quanto invece non sia. E soprattutto, lanciare ingenuamente una campagna di firme da poche migliaia di sottoscrittori – quando la politica si sta preoccupando del dramma di milioni di famiglie ed imprese – vuol dire tentare un approccio muscolare senza avere muscoli, cioè fare la rana che si gonfia di fronte al bue: una cosa che non si azzarda a fare mai nemmeno un sindacato da milioni di persone. Con questa azione, nella migliore delle ipotesi si è data la misura di come questo gruppo specifico sia ristretto rispetto al settore – che conta decine di volte più persone – tirandosi un boomerang in testa, ma il timore è che la politica attraverso questa petizione percepisca che tutta la filiera sia consistente quanto la tifoseria di una squadra di calcetto parrocchiale.

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