L'analisi EY

Venture capital in Italia: dal 2021 una nuova fase, ora è il momento della maturazione

Un sistema in crescita ma ancora distante dagli altri paesi europei: il venture capital in Italia nel 2021 ha superato il miliardo di euro di investimenti. I dettagli, i punti deboli del sistema italiano, i segnali di riduzione del gap dal PNRR all’ETCI europeo, gli obiettivi per il 2022

03 Mar 2022
Marco Daviddi

EY Europe West Markets Leader for Strategy and Transactions

Nel 2021 è stata superata per la prima volta in Italia la soglia di un miliardo di euro di investimenti nel venture capital: 1.243 milioni di euro (+118% rispetto ai 569 milioni di euro del 2020), come emerge dalla ultima edizione del EY Venture Capital Barometer, il report annuale sull’attività di investimento dei fondi VC nelle startup e scaleup italiane.

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I numeri

Un risultato ancora più significativo se analizzato in termini di numero di deal, che sono triplicati, dai circa 110 del 2020 ai circa 330 del 2021: ne consegue una riduzione della dimensione media, da circa 5 milioni a circa 3,7 milioni di euro per operazione, un segnale che comunque va visto in termini positivi, considerando che le operazioni pre-seed sono state oltre 230, contro le poco più di 50 dell’anno precedente.

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Il 2021 è stato inoltre un anno molto significativo dal punto di vista delle exit da parte dei fondi VC, sia attraverso processi di IPO, che attraverso cessioni a corporate: questo testimonia come si possa credere nel modello di venture capital e ambire a operazioni che possano completare il loro ciclo di vita e determinare le condizioni per nuovi investimenti.

Utile, nel delineare in sintesi lo scenario di riferimento, ricordare come il numero delle startup innovative nel nostro Paese sia passato da circa 12.000 unità nel settembre 2020 a circa 13.500 unità dopo dodici mesi, mostrando una buona dinamicità imprenditoriale.

Il contesto macroeconomico positivo e il clima di fiducia che ha caratterizzato i mercati negli ultimi dodici mesi hanno positivamente impattato gli ecosistemi dell’innovazione in Italia. Inoltre, le startup e scaleup italiane hanno saputo rispondere positivamente agli stimoli ed alle necessità determinate dall’emergenza sanitaria, ridefinendo priorità, modelli di business, operation e strategie.

In questo modo stanno contribuendo alla trasformazione e modernizzazione del nostro sistema economico e produttivo e per questo sono state premiate dal mercato e dagli investitori.

Il sistema startup italiano e la crescita del Venture Capital

Le attività delle startup e scaleup in Italia meritano attenzione per il potenziale di innovazione che sono in grado di generare e liberare nel sistema.

Queste realtà perseguono obiettivi ambiziosi, inerenti all’evoluzione dei processi produttivi, alla definizione di nuove modalità di relazione con i consumatori, ponendo attenzione alla sostenibilità nei vari settori economici in cui operano, con un rilevante focus sul digitale e sulle tecnologie.

Nel 2021 la raccolta totale di capitali di queste aziende si è concentrata al 75% su soli cinque settori, che rappresentano, peraltro, non una novità nel panorama italiano: Foodtech, Fintech, Energy & Recycling, Proptech, Health & LifeScience.

Da evidenziare, inoltre, che nel corso del 2021 sono state censite 66 operazioni di investimento in startup con strategia e focus aziendale sui temi della sostenibilità, per un totale di circa 290 milioni di euro, pari a circa il 25% del totale. Nel corso del 2020, nel medesimo settore si erano registrate 21 operazioni, per un totale di circa 118 milioni di euro.

Al di là di ciò, appare utile rimarcare come i processi di innovazione alla base della capacità economica di mantenere o accrescere la propria produttività e la propria competitività, nelle startup e scaleup sono sperimentati e attuali in un contesto in cui la collaborazione e il networking sono il presupposto fin dalla fondazione: l’apertura del capitale a soggetti terzi non è, solo, un modo di ottenere risorse per crescere, ma, anche, se non soprattutto, espressione di un desiderio di aprirsi al mondo. E i fondi di Venture Capital rappresentano lo strumento essenziale per raggiungere questo obiettivo.

Questo è ancora più importante nel nostro Paese, dove la dimensione media delle aziende rende difficile operare attraverso strutturate attività di innovazione in maniera endogena. Del resto, in Italia storicamente l’innovazione è avvenuta attraverso gli investimenti fatti da aziende e istituzioni pubbliche nell’ambito della Ricerca e Sviluppo.

Nel corso del 2019 sono stati investiti circa 26 miliardi di euro, in crescita di circa il 4% rispetto al 2018 e con circa i due terzi degli investimenti a carico del settore privato, specie aziende di grande dimensione con più di 500 addetti.

Nel 2020, l’emergenza sanitaria ha determinato una battuta di arresto, con una riduzione degli investimenti delle aziende in Ricerca e Sviluppo di quasi sette punti percentuali e nel 2021, secondo le prime proiezioni ISTAT, non c’è stato un pieno recupero. In Italia quindi l’incidenza sul PIL dell’attività R&S da parte delle aziende è di poco inferiore al 1%, a fronte di una media europea che sfiora l’1,5%.

La crescita dell’attività di investimento dei fondi VC in Italia e, quindi, indirettamente, la crescita dell’attività di investimento in innovazione, se, da un lato, appare solida e con un trend costante, dall’altro, segna il passo rispetto alle altre economie europee che crescono a ritmi ben superiori rispetto ai nostri. Ad esempio, in Germania gli investimenti VC hanno raggiunto i 7,2 miliardi di euro nel 2021, vicina la Francia con circa 6,6 miliardi di euro e, soprattutto, è da segnalare l’importante balzo in avanti registrato in Spagna, dove gli investimenti hanno raggiunto circa 3 miliardi di euro rispetto ai circa 800 milioni dell’anno precedente. Se raffrontiamo il dato sul PIL, Germania, Francia e Spagna si attestano intorno allo 0,25%, mentre il nostro Paese appare molto distante, con una incidenza inferiore a 0,1%.

Venture capital in Italia: i punti deboli del sistema

Appare dunque necessario continuare a investire nello sviluppo di un efficace sistema di investitori che possano consentire di superare i limiti strutturali della strategia di innovazione nel nostro Paese, anche se rimangono dei punti di debolezza soprattutto in confronto ai sistemi degli altri Paesi europei. Tra questi elementi di debolezza, riteniamo utile sottolineare i seguenti.

Focalizzazione sulla fase mid-stage

Gli ecosistemi di startup dei paesi europei dove il VC è maggiormente sviluppato dimostrano un buon successo nel fornire finanziamenti per startup, sia, nelle fasi early-stage e seed, sia, nel supportare le stesse nell’intero processo di maturazione nelle fasi di growth equity o late stage.

Al contrario, nel nostro Paese, risulta essere carente il numero di investitori e fondi dedicati e specializzati nel finanziare la raccolta di capitale in queste due fasi causando, di fatto, l’assenza di interlocutori ad-hoc specializzati in questi momenti essenziali della vita di una startup.

Conseguenza diretta di ciò, è il trasferimento delle migliori realtà innovative e tecnologiche su geografie differenti rispetto a quelle del nostro Paese, proprio nella fase più interessante di sviluppo in termine di valori.

Questa polarizzazione sulla fase iniziale del percorso delle startup, peraltro, determina che le exit siano ancora poche e poco remunerative, sebbene nell’anno appena trascorso sono stati evidenti alcuni segnali di inversione di tendenza.

Limitata operatività in VC di investitori istituzionali e corporate

Un obiettivo chiave dell’intervento dei governi nei mercati VC è la creazione di affollamento di investitori privati.

Gli effetti positivi che ne derivano sono usualmente molteplici: una allocazione migliore degli asset fra i vari investitori; mitigazione del rischio e miglioramento dei rendimenti dei capitali investiti; strategie di portafoglio e sinergie tra le startup.

È utile ricordare che i fondi VC sponsorizzati da capitali di rischio pubblico-privati esprimano rendimenti in termini di IRR superiori rispetto agli IRR ottenuti da fondi esclusivamente con capitale pubblico o privato (fonte: Brander, Du, and Hellman).

In Italia, lo sviluppo pubblico-privato ha avuto negli ultimi due anni un’importante evoluzione grazie alla promozione del Fondo Nazionale Innovazione e del ruolo di CDP Venture Capital SGR che si sta posizionando come protagonista dello scenario VC italiano.

Appare tuttavia ancora evidente un gap rispetto ai principali paesi europei soprattutto nella capacità di proporre e comunicare progettualità in grado di attirare l’interesse degli investitori istituzionali.

Polarizzazione al nord del Paese

In Italia, la distribuzione geografica degli investimenti in Venture Capital dimostra una marcata concentrazione nelle regioni settentrionali del Paese, e nello specifico in Lombardia, che – sia storicamente che nell’anno appena conclusosi – ha rappresentato la regione in prima linea per investimenti in startup, sia per numero di operazioni che per valore di raccolta di capitali investiti.

Altrettanto ragguardevoli i risultati raggiunti da altre regioni del Nord Italia, quali Piemonte ed Emilia-Romagna, mentre particolare menzione merita anche il Lazio con numerosi round. Al contrario, rimane purtroppo scoraggiante la performance del Sud Italia, che, con la sola eccezione della regione Puglia, si mantiene distante dal resto del territorio italiano, distanza imputabile ad una inadeguatezza delle infrastrutture materiali e immateriali a supporto degli ecosistemi di innovazione.

Scarsa sinergia con la ricerca di base e applicata che avviene nei contesti universitari, con dispersione degli investimenti che vengono fatti in ambito accademico, con limitate possibilità, ad oggi, di attivare effettivi percorsi di trasferimento tecnologico nelle imprese.

Venture Capital: tutti i segnali di riduzione del gap

Fortunatamente, diversi segnali che vanno nella direzione di eliminare o, quantomeno, ridurre sensibilmente i limiti strutturali che il nostro Paese esprime. E questo nutre un certo ottimismo per il futuro prossimo del VC.

In primis, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede importanti risorse dedicate al trasferimento tecnologico, all’incentivazione dell’attività di R&S e, in generale, a favorire processi di innovazione attraverso l’efficace compartecipazione di soggetti pubblici, università e aziende.

In particolare, molte aspettative le riponiamo sull’iniziativa del MUR che rientra sotto lo slogan “Dalla Ricerca all’Impresa”, finalizzata a investire circa 6 miliardi di euro per la creazione di Centri Nazionali di Eccellenza ed Ecosistemi della Ricerca e Innovazione, con grande attenzione al Sud.

Queste iniziative potranno consentire a ridurre divari territoriali anche in termini di infrastrutture e asset tecnologici a supporto delle imprese innovative e liberare risorse oggi bloccate. Su questo angolo, le startup e scaleup innovative giocheranno un ruolo chiave nei processi di rivoluzione dei modelli di consumo e di business delle aziende tradizionali e i fondi di VC potranno trovare nuovi ambiti di intervento.

Ulteriori risorse pubbliche sono inoltre state recentemente dedicate agli investimenti in startup e PMI innovative, con il MISE che ha indirizzato su questo ulteriori circa 2,5 miliardi di euro. In questo ambito, una delle sfide di CDP Venture Capital, soggetto deputato alla gestione di parte rilevante di queste risorse, sarà proprio quella del migliore utilizzo della leva pubblico-privato per massimizzare le potenzialità di intervento.

Anche dall’Europa i segnali sono incoraggianti: nei primi giorni di febbraio 2022 è stata lanciata l’iniziativa promossa dall’Unione Europea “European Tech Champions Initiative (ETCI)”, con una dotazione di circa 10 miliardi di euro, raccolti da un fondo ombrello finanziato tramite denaro pubblico e privato, gestito dal Fondo Europeo per gli investimenti (FEI), a cui hanno già aderito 18 paesi membri dell’UE.

L’ETCI servirà a selezionare un gruppo di fondi pan-europei in grado di investire in fase growth con ticket comparabili a quelli dei super fondi americani ed asiatici. L’obiettivo è razionalizzare, ottimizzare e implementare i VC in Europa, arrivando ad avere dotazioni e capacità di investimento significative.

Infine, è incoraggiante anche il numero crescente di investimenti da parte delle corporate nelle startup: delle quasi 110mila quote di partecipazione in startup e Pmi innovative, infatti, sono oltre 20mila quelle provenienti da soci Corporate Venture Capital, delle quali circa 9mila relative a investimenti diretti (fonte: “Quinto Osservatorio Open Innovation e Corporate Venture Capital”).

Per ridurre il gap dell’ecosistema italiano con quello dei Paesi più maturi, infatti, è fondamentale che tutti gli stakeholder, tra cui le imprese consolidate, partecipino alla crescita delle nuove realtà ad alto contenuto tecnologico, mettendo a disposizione non solo le necessarie risorse economiche ma anche il know-how strategico e le proprie esperienze.

Ci sono dunque diversi ingredienti per consentire al VC in Italia di affrontare una nuova fase di maturità, puntando ad un volume di investimento annuo almeno pari a 3 miliardi di euro (circa 0,15% del PIL), obiettivo ambizioso, ma, a questo punto, certamente alla portata.

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