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Cybersecurity 2026, i dieci trend che cambiano il rischio d’impresa



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Il rischio cyber diventa un tema industriale, finanziario e reputazionale. Dall’intelligenza artificiale al ransomware, dal cloud alla sicurezza OT, i dieci trend per il 2026 indicano le priorità per proteggere dati, continuità operativa, filiere e fiducia del mercato

Pubblicato il 23 lug 2026

Rossella Bollini

Head of Cyber/Finpro Placement Leader, Marsh Risk Italy

Carlo Drioli

Head of Business Resilience & Digital Risk, Marsh Risk Consulting Italy



Sportello unico nazionale dati protetti; resilienza infrastrutture critiche; privacy e AI
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La differenza tra le organizzazioni più esposte e quelle più preparate passa sempre più dalla capacità di leggere il rischio cyber come un fattore industriale, finanziario e reputazionale, capace di incidere insieme su produzione, filiere, dati e fiducia del mercato.

Per anni la sicurezza informatica è stata raccontata soprattutto attraverso firewall, backup, patch e procedure. Oggi questa lettura risulta troppo limitata rispetto al modo in cui funzionano le organizzazioni: i dati si muovono nel cloud, le applicazioni SaaS sostengono processi essenziali, l’intelligenza artificiale entra nelle attività quotidiane e le catene di fornitura dipendono da piattaforme e partner tecnologici sempre più integrati nel business.

Ogni evoluzione digitale amplia anche la superficie di esposizione. Secondo le nostre ricerche, il 66% delle organizzazioni prevede di aumentare gli investimenti in cybersecurity nel prossimo anno, a conferma di una maggiore consapevolezza del tema. La priorità riguarda ora la capacità di indirizzare questi investimenti verso le aree più critiche, rafforzando protezione, risposta agli incidenti e continuità operativa.

I 10 trend che meritano attenzione

Guardando al 2026, sono dieci i trend che meritano particolare attenzione.

Tensioni geopolitiche e guerra cibernetica

Il cyberspazio è ormai parte integrante delle tensioni internazionali. Attori sponsorizzati da Stati, gruppi criminali e campagne ibride possono colpire governi, infrastrutture critiche e imprese private, anche quando queste ultime vengono coinvolte indirettamente perché inserite in una filiera strategica o collegate a fornitori e piattaforme di interesse.

Gli attacchi più impattanti fanno spesso leva su debolezze già note: sistemi non aggiornati, accessi governati in modo insufficiente, fornitori critici poco mappati, piani di risposta mai testati in condizioni realistiche. Per questo l’intelligence sulle minacce deve entrare nei processi decisionali e coinvolgere anche legal, comunicazione, operations, risk management e funzioni di business.

Intelligenza artificiale e nuove vulnerabilità

L’intelligenza artificiale sta aumentando produttività, capacità di analisi e automazione, ma sta anche cambiando il modo in cui gli attacchi vengono preparati ed eseguiti. Messaggi di phishing più credibili e sempre più sofisticati, codice malevolo generato con maggiore rapidità, ricerca automatizzata di vulnerabilità e malware capaci di adattarsi ai controlli sono scenari sempre più concreti.

Per le imprese il tema è duplice. Da un lato occorre adottare l’IA in modo sicuro, con regole chiare su dati, accessi, strumenti e responsabilità; dall’altro bisogna prepararsi a minacce rese più veloci, personalizzate e difficili da riconoscere. La governance dell’intelligenza artificiale entra così a pieno titolo nella strategia cyber.

Sicurezza cloud-native

Il cloud è diventato il luogo in cui risiedono molti degli asset più importanti delle aziende: dati, applicazioni, servizi e ambienti di sviluppo. Spostare attività e informazioni fuori dal perimetro tradizionale richiede però un modo diverso di progettare la sicurezza, più vicino ai processi operativi e meno basato su controlli aggiunti a valle.

Gli incidenti nascono spesso da errori apparentemente banali, come configurazioni non corrette, permessi troppo ampi, ambienti poco monitorati, logging insufficiente o backup non realmente ripristinabili. Una postura cloud più matura richiede visibilità continua sugli asset, gestione rigorosa degli accessi, cifratura, backup affidabili e controlli integrati nei processi di sviluppo.

Gestione della postura SaaS

Le applicazioni SaaS hanno semplificato il modo in cui le persone lavorano, collaborano e innovano. Questa facilità di adozione può però generare esposizioni difficili da vedere, soprattutto quando nuovi strumenti vengono introdotti senza pieno coinvolgimento dell’IT o quando plugin, servizi di intelligenza artificiale, applicazioni non approvate e condivisioni esterne ampliano l’ecosistema digitale reale dell’azienda.

Il primo passaggio consiste nel comprendere quali applicazioni vengono effettivamente utilizzate, da chi, con quali dati e con quali livelli di accesso. Da questa mappatura possono derivare controlli più coerenti, come Single Sign-On, autenticazione a più fattori resistente al phishing, registrazione centralizzata delle attività, data loss prevention, cifratura e backup.

Architettura Zero Trust

La distinzione tradizionale tra ciò che si trova dentro e fuori la rete aziendale descrive sempre meno il modo in cui lavorano le imprese. Utenti remoti, fornitori, applicazioni cloud e dispositivi connessi rendono fragile l’idea di un perimetro stabile e facilmente controllabile.

La Zero Trust Architecture risponde a questa evoluzione partendo dalla verifica continua degli accessi, che devono essere contestualizzati e limitati alle risorse realmente necessarie. È un modello operativo utile a ridurre il movimento laterale degli attaccanti e a contenere l’impatto di una credenziale o di un dispositivo compromesso.

Evoluzione del ransomware

Il ransomware resta una delle minacce più rilevanti per imprese e istituzioni. Nel tempo si è trasformato: al blocco dei sistemi si sono aggiunte esfiltrazione di dati, pressione reputazionale, minacce verso clienti e fornitori, richieste economiche elevate e tempi di ripristino spesso critici.

I backup restano essenziali, ma risultano efficaci solo se sono isolati, testati e rapidamente ripristinabili. Prepararsi significa ridurre le vulnerabilità note, proteggere gli accessi privilegiati, segmentare gli ambienti critici e provare in anticipo i piani di continuità. Prima dell’incidente devono essere chiari anche i ruoli: chi decide, chi comunica e chi coordina la risposta.

Reti di nuova generazione

5G, prospettive 6G, servizi satellitari ed edge computing stanno aumentando il numero di dispositivi, servizi e infrastrutture connesse. Questa evoluzione abilita nuovi modelli operativi, dalla manifattura alla logistica, dalla sanità all’energia, ma accresce anche le dipendenze tecnologiche e la superficie di attacco.

La sicurezza delle reti di nuova generazione va valutata già in fase di progettazione. Scelta dei fornitori, protezione dei dispositivi periferici, identità macchina, monitoraggio dei flussi di dati e capacità di isolare rapidamente componenti compromesse diventano elementi strutturali dell’architettura.

Identità come piano di controllo

L’identità è diventata uno dei principali punti di controllo della sicurezza. Quando un attaccante ottiene credenziali valide, può muoversi negli ambienti aziendali in modo più silenzioso e credibile, rendendo più difficile distinguere un’attività legittima da un comportamento malevolo.

L’autenticazione a più fattori è ormai un requisito minimo, anche se le diverse soluzioni offrono livelli di protezione differenti. Metodi basati su SMS o email risultano più esposti rispetto a strumenti resistenti al phishing, come chiavi hardware, FIDO2 o autenticatori integrati nei dispositivi. Verifica dell’identità, minimo privilegio e controllo delle sessioni diventano quindi elementi centrali della strategia cyber.

Sicurezza IT e OT

La convergenza tra Information Technology e Operational Technology porta efficienza e maggiore capacità di controllo, ma espone anche sistemi che in passato erano meno connessi. Ambienti industriali e infrastrutture operative hanno spesso cicli di vita lunghi, requisiti di disponibilità elevati e tecnologie nate prima dell’attuale scenario di minaccia.

Una ricerca di Marsh e Dragos evidenzia che le minacce cyber verso l’OT rappresentano centinaia di miliardi di dollari di esposizione annua a livello globale. Proteggere questi ambienti richiede inventario degli asset, segmentazione tra reti IT e OT, monitoraggio specifico, gestione dei fornitori e procedure di risposta capaci di considerare anche i possibili impatti fisici.

Quantum computing e crittografia

Il quantum computing è ancora in evoluzione, ma il suo potenziale impatto sulla cybersecurity è già entrato nell’agenda delle imprese più esposte. In prospettiva, la capacità di elaborare enormi quantità di dati potrebbe mettere in discussione alcuni standard crittografici oggi utilizzati per proteggere comunicazioni, transazioni e informazioni sensibili.

Per molte aziende il tema può sembrare lontano. È utile però iniziare a mappare dove viene usata la crittografia, quali dati devono restare protetti nel lungo periodo e quali sistemi potrebbero richiedere aggiornamenti futuri, così da evitare interventi tardivi su infrastrutture complesse.

Il cyber come rischio d’impresa

I dieci trend indicano una trasformazione ormai evidente: il rischio cyber riguarda la capacità dell’organizzazione di continuare a operare, proteggere le informazioni, mantenere la fiducia degli stakeholder e reagire con lucidità quando si verifica un incidente.

La risposta richiede quindi un coinvolgimento più ampio dei team technology e cyber, includendo risk management, legal, comunicazione, operations, procurement, risorse umane e funzioni di business. Formazione, simulazioni, piani di continuità e responsabilità chiare diventano parte integrante della resilienza aziendale.

Nel 2026 e nel futuro, le organizzazioni più preparate saranno quelle capaci di leggere il cyber come un rischio dinamico, trasversale e profondamente legato alla tenuta dell’impresa.

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