Il 23 settembre è una data cerchiata in rosso sui calendari di molte pubbliche amministrazioni italiane.
Entro questo termine, infatti, le Pubbliche Amministrazioni e altri enti soggetti agli obblighi di Legge Stanca sono tenuti a pubblicare e aggiornare la propria Dichiarazione di accessibilità, il documento attraverso il quale rendono pubblico lo stato di accessibilità dei propri siti web e applicazioni mobili.
Un importante adempimento normativo, ma anche uno strumento di trasparenza nei confronti dei cittadini e un indicatore della maturità digitale del servizio pubblico in Italia.
Questo perché, in un Paese che investe risorse significative nella modernizzazione della PA, l’accessibilità deve essere riconosciuta come una condizione essenziale per garantire a tutti i cittadini la possibilità di usufruire, in modo equo e inclusivo, delle opportunità offerte dalla tecnologia.
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Non solo Pubbliche Amministrazioni
La Legge Stanca non riguarda esclusivamente le Pubbliche Amministrazioni. La norma individua, infatti, una platea più ampia di soggetti tenuti agli obblighi di accessibilità, tra cui enti pubblici economici, organismi di diritto pubblico, aziende private concessionarie di servizi pubblici e aziende appaltatrici di servizi informatici.
La disciplina si applica inoltre ai soggetti che usufruiscono di contributi pubblici o agevolazioni per l’erogazione di servizi tramite sistemi informativi o Internet.
Dalla conformità alla piena accessibilità: una strada ancora lunga
Le statistiche pubblicate dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) offrono un’immagine in chiaroscuro.
Da un lato, nel corso degli anni è aumentato il numero delle amministrazioni che compilano regolarmente le dichiarazioni, segnale di una crescente attenzione verso il tema. Dall’altro, i dati mostrano però che una quota rilevante dei servizi digitali resta classificata come non pienamente conforme agli standard: nel 2025, il 62,2% dei siti era “parzialmente conforme”, mentre solo il 36,5% raggiungeva la piena conformità.
Dietro questi numeri ci sono barriere concrete, che rendono difficile o addirittura impossibile per molti cittadini utilizzare i servizi digitali. E a più di vent’anni dalla Legge Stanca, il cantiere della piena accessibilità nella pubblica amministrazione è ancora aperto.
PDF, navigazione e contrasti cromatici restano le criticità più diffuse
Molte delle barriere all’inclusione sono ben note e ricorrenti. Tra le criticità più frequenti figurano i PDF non accessibili, che non possono cioè essere interpretati correttamente dalle tecnologie assistive.
A questi si aggiungono contrasti cromatici insufficienti, che rendono difficoltosa la lettura dei contenuti, navigazioni non utilizzabili tramite tastiera o errori nella gestione di pulsanti e moduli interattivi.
Ma la lista delle barriere digitali è lunga: siti e applicazioni possono presentare immagini prive di testi alternativi, contenuti non compatibili con i lettori di schermo o percorsi di navigazione troppo complessi per alcuni utenti.
Il punto è che le questioni di accessibilità sono troppo spesso affrontate come un controllo finale anziché come un requisito progettuale da integrare fin dall’inizio. Eppure, intervenire a posteriori è quasi sempre più costoso, più lento e meno efficace che pianificare l’accessibilità fin dalle prime fasi di progettazione di un servizio digitale.
L’accessibilità come metro di maturità della cittadinanza digitale
Se consideriamo che sempre più procedure amministrative vengono svolte esclusivamente online, la presenza di barriere tecnologiche può tradursi in una limitazione concreta dell’accesso ai diritti: prenotare una visita sanitaria, richiedere un certificato anagrafico, iscrivere un figlio a scuola o accedere a un benefit sono operazioni che oggi passano spesso attraverso piattaforme digitali.
Quando queste piattaforme non sono realmente accessibili, il rischio è quello di creare nuove forme di esclusione, proprio mentre si cerca di costruire una pubblica amministrazione più efficiente e vicina ai cittadini.
Va anche considerato che, quando si discute di accessibilità digitale, uno degli equivoci più diffusi consiste nel considerarla un tema che interessa soltanto una parte limitata della popolazione. In realtà, i benefici si estendono a una platea molto ampia, composta da anziani, cittadini con competenze digitali ridotte, utenti che utilizzano dispositivi meno recenti o persone che affrontano disabilità temporanee.
L’accessibilità digitale, quindi, favorisce l’inclusione sociale e la cittadinanza digitale, oltre a essere un indicatore della qualità dei servizi. Inoltre, il fatto che le interfacce accessibili siano generalmente più semplici, intuitive e usabili per tutti gli utenti, contribuisce anche a semplificare i processi, ridurre le richieste di assistenza e, in sostanza, a migliorare l’efficienza complessiva del servizio.
Un tassello importante per l’accountability della PA
Negli ultimi anni l’AgID ha molto rafforzato le attività di monitoraggio e vigilanza sul rispetto degli obblighi di accessibilità, affiancando alle attività di sensibilizzazione strumenti di controllo sempre più strutturati e contribuendo a trasformare l’accessibilità da semplice buona pratica a requisito normativo soggetto a controlli, verifiche e sanzioni.
Ma per le amministrazioni il rischio non è soltanto quello di eventuali conseguenze derivanti dalla mancata conformità o di un danno reputazionale. La violazione degli obblighi di accessibilità può infatti rilevare anche sotto il profilo della responsabilità dirigenziale e disciplinare e, nei casi in cui la mancata accessibilità si traduca in una discriminazione, può esporre l’amministrazione a possibili contenziosi ai sensi della Legge 67/2006.
C’è inoltre un falso mito da sfatare sul fronte delle sanzioni: la sanzione fino al 5% del fatturato non si applica alle Pubbliche Amministrazioni, ma a una specifica categoria di soggetti privati di grandi dimensioni che erogano servizi pubblici attraverso siti web o applicazioni mobili e che hanno registrato, nel triennio antecedente, un fatturato medio superiore a 500 milioni di euro.
Non è quindi una sanzione generalizzata per tutti i soggetti tenuti agli obblighi di accessibilità ai sensi della Legge Stanca. In un contesto in cui i servizi pubblici vengono erogati prevalentemente online, un servizio non accessibile comunica ai cittadini un messaggio preciso: non tutti sono stati considerati nella sua progettazione.
In questo senso, la dichiarazione dovrebbe diventare un elemento centrale delle politiche di accountability della PA, capace di rendere trasparente il percorso intrapreso dall’amministrazione, di evidenziare le criticità esistenti, di individuare le priorità di intervento e monitorare i progressi nel tempo, rafforzando al contempo il legame di fiducia con il cittadino.
La sfida dell’innovazione inclusiva
Negli ultimi anni sono state sviluppate piattaforme, servizi e infrastrutture digitali che stanno cambiando il rapporto tra cittadini e amministrazioni. Lo stesso PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) ha previsto 11,45 miliardi di euro per la digitalizzazione e l’innovazione della Pubblica Amministrazione.
Il passo successivo è garantire che l’utilizzo di queste risorse vada nella direzione di un’innovazione che sia davvero inclusiva. Perché il successo della trasformazione digitale della PA non si misura dal numero di servizi disponibili online, ma dalla capacità di renderli fruibili da tutti i cittadini.
In questo senso, l’accessibilità rimane uno degli indicatori più concreti della qualità e dell’efficacia della trasformazione digitale nel settore pubblico.























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