Non più simulatori isolati, piattaforme che faticano a parlarsi e informazioni disperse tra sistemi diversi. Dal NATO Computer Assisted Exercise Forum, chiuso a Roma il primo ottobre dopo tre giorni di lavori, esce un’indicazione netta: la prontezza operativa dell’Alleanza si costruisce sempre più dentro un’infrastruttura digitale condivisa, in cui dati, digital twin, persone, intelligenza artificiale e mezzi reali interagiscono in modo continuo.
Giunto alla ventunesima edizione, il Forum è promosso dall’Allied Command Transformation, il comando strategico della NATO che guida l’innovazione capacitiva, e organizzato dal NATO Modelling & Simulation Centre of Excellence, il centro di eccellenza con sede proprio a Roma di cui l’Italia è nazione quadro. Il titolo scelto per quest’anno non lasciava spazio a equivoci: generare prontezza per le operazioni multidominio attraverso un ecosistema di simulazione alleato.
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Dal Forum di Roma nasce la simulazione militare NATO
I numeri raccontano la dimensione dell’appuntamento. Oltre 400 partecipanti da 28 Paesi, 71 sessioni tra panel e presentazioni tecniche, 31 realtà industriali internazionali e cinque tra istituzioni accademiche e rappresentanze diplomatiche. Militari, ingegneri, ricercatori e analisti si sono confrontati su un tema che, letto con gli occhi di chi segue la trasformazione digitale, va ben oltre il perimetro della difesa.
Interoperabilità e lezioni per il digitale civile
Chi ha seguito in questi anni la digitalizzazione della pubblica amministrazione riconoscerà molte delle questioni discusse a Roma. Interoperabilità tra piattaforme eterogenee, fiducia nei dati, governance dell’intelligenza artificiale, modelli di servizio condivisi, sicurezza by design, gemelli digitali delle infrastrutture. Sono gli stessi nodi che affrontano ministeri, enti locali e operatori di servizi essenziali, con una differenza: in ambito militare l’errore ha costi immediati e visibili, e questo costringe a soluzioni più rigorose.
La giornata d’apertura ha fissato il perimetro. Collegare strumenti, dati e competenze per preparare le forze a scenari in cui le componenti terrestre, aerea, navale, spaziale e cyber si intrecciano con gli effetti informativi. Dai primi interventi sono emerse tre esigenze complementari: integrare persone e tecnologie, connettere gli strumenti dei diversi Paesi, fondare le scelte su valutazioni verificabili.
Il giorno successivo il confronto si è fatto più concreto. Le priorità indicate sono state tre: ridurre il tempo necessario per costruire una simulazione, condividere risorse e modelli tra alleati, collegare gli ambienti sintetici ai sistemi che i comandi usano davvero. È il passaggio da una logica di progetto a una logica di infrastruttura.
La sintesi più efficace è arrivata in chiusura, con il principio del “provare prima di fare”. La simulazione non serve più soltanto ad addestrarsi su uno scenario predefinito, ma diventa un ambiente dinamico dove sperimentare nuove capacità, analizzare contesti complessi, mettere alla prova decisioni e prepararsi a condizioni difficili da riprodurre nella realtà. Un approccio che, è stato sottolineato, vale per la difesa come per il mondo civile.
L’intelligenza artificiale negli ambienti di simulazione alleati
L’intelligenza artificiale è stata il filo rosso delle tre giornate, ma con un’impostazione molto diversa da quella che domina il dibattito pubblico. A Roma nessuno ha descritto l’AI come un sostituto del comandante o dei modelli di simulazione consolidati. L’immagine prevalente è stata quella di un livello aggiuntivo di regia: uno strato che orchestra, sintetizza e accelera, lasciando alle persone la responsabilità delle scelte.
Il contributo più rilevante sul piano architetturale è arrivato proprio dall’Allied Command Transformation. Il modello presentato prevede agenti software specializzati, ciascuno incaricato di costruire una parte dell’ambiente simulato: i dati, i modelli, gli scenari. Accanto a loro operano meccanismi di verifica indipendenti. L’AI lavora sopra standard, strutture dati e motori di simulazione basati sulla fisica, senza rimpiazzarli.
Il requisito che distingue questa impostazione è la tracciabilità. Fonti, ipotesi, esiti dei test e stato dell’approvazione umana devono restare documentati lungo l’intero processo. Per gli addetti ai lavori la ragione è evidente: un’AI agentica capace di generare scenari in poche ore è utile solo se si può ricostruire come li ha generati e su quali dati. Altrimenti si accelera la produzione di risultati che nessuno è in grado di validare.
La fiducia come requisito dei sistemi di AI
Sullo stesso tema è intervenuta MathWorks, che ha spostato l’attenzione dalla potenza dei sistemi alla loro affidabilità. Un’intelligenza artificiale impiegata in contesti complessi, è stato spiegato, va inserita in un quadro ingegneristico che consenta di tracciare, verificare e validare ciò che produce. Più cresce l’autonomia degli agenti, più diventa indispensabile poter ricostruire il percorso che ha portato a un risultato.
Nella difesa, in altre parole, la fiducia non può essere una sensazione dell’operatore. Deve poggiare su requisiti definiti, dati adeguati e procedure formali di verifica e validazione. È lo stesso principio che l’AI Act europeo applica ai sistemi ad alto rischio in ambito civile, pur lasciando fuori dal proprio campo di applicazione gli usi militari. Il risultato è una convergenza di fatto tra due mondi che la normativa tiene separati.
Decisioni umane e supporto algoritmico
Il secondo filone ha riguardato il supporto alle decisioni. Un alto ufficiale britannico in congedo, intervenuto per conto della canadese Calian, ha ricordato che il valore di un’esercitazione non si misura dal numero di attività completate o dalla corretta applicazione delle procedure. Conta il miglioramento del giudizio, della qualità delle decisioni, della capacità di adattarsi. Una simulazione graficamente perfetta, se non incide su questo, produce un beneficio limitato.
Nella stessa sessione l’AI è stata descritta come un moltiplicatore delle capacità dello stato maggiore: uno strumento per comprendere meglio la situazione, senza trasferire alla macchina l’autorità del comandante. Sulla stessa linea la norvegese LEVATO ha presentato la piattaforma VANTAGE, che unisce wargaming digitale guidato dall’uomo, simulazione ad alta velocità e analisi assistite dall’AI. Ogni raccomandazione del sistema è legata a simulazioni coerenti con la fisica, a ipotesi dichiarate e a decisioni umane registrate. L’italiana Teoresi Group ha invece lavorato sulla modellazione degli stili decisionali.
La sessione conclusiva si è aperta con l’analisi del sistema Maven, architettura di intelligenza artificiale orientata alla fusione dei dati e al supporto decisionale. Un riferimento tutt’altro che casuale: è il segnale che l’AI per l’integrazione delle informazioni è già passata, in ambito alleato, dalla fase sperimentale a quella operativa.
La guerra delle percezioni nelle esercitazioni
Tra le proposte più originali c’è quella arrivata dall’Esercito finlandese: usare modelli generativi eseguiti in locale per produrre, durante le esercitazioni, notizie simulate, comunicati delle autorità e reazioni sui social network. L’obiettivo è che i partecipanti non si confrontino soltanto con movimenti di unità e dati dei sensori, ma anche con la pressione dell’opinione pubblica e con la circolazione, spesso distorta, delle informazioni.
La scelta di modelli locali non è un dettaglio tecnico. Evita di esporre scenari riservati a servizi esterni e garantisce il pieno controllo dei dati. Il progetto è stato presentato come una sperimentazione applicata, non come un prodotto finito, ma il suo interesse va oltre il perimetro militare. Per chi studia la minaccia ibrida e la disinformazione, è un laboratorio di grande valore: una crisi contemporanea, dopotutto, si combatte anche sul terreno della percezione.
La simulazione NATO come servizio federato
Se l’intelligenza artificiale è stata il tema più visibile, l’interoperabilità è quello decisivo. Interoperabilità tra nazioni, tra simulatori, tra dati e modelli, tra ambienti sintetici e sistemi di comando e controllo. È il passaggio che separa una tecnologia promettente da una capacità che i reparti possono davvero usare.
Il panel che ha aperto la seconda giornata, dedicato alla costruzione di un ecosistema alleato di modellazione e simulazione, ha rilanciato un paradigma su cui la NATO lavora da anni: il Modelling and Simulation as a Service, in sigla MSaaS. L’idea è semplice da enunciare e complessa da realizzare. Costruire un ambiente di simulazione richiede tempo, personale e investimenti rilevanti; replicarlo ogni volta, Paese per Paese ed esercitazione per esercitazione, è uno spreco. Meglio trasformare modelli e simulatori in servizi condivisi, individuabili in un catalogo e combinabili secondo le necessità.
Il giudizio emerso dal panel è che il modello sia ormai pronto a passare dalla prova di concetto a fattore abilitante per l’addestramento distribuito e per i laboratori di sperimentazione federati, sia a livello nazionale sia alleato. Con due condizioni: verificarne il valore su casi d’uso concreti e coinvolgere fin da subito la comunità operativa.
Il parallelo con il percorso del cloud nella pubblica amministrazione è immediato. Anche qui la sfida non è soltanto tecnologica, ma di governance: chi gestisce il catalogo dei servizi, con quali regole di accesso, chi risponde della qualità dei dati, come si sostiene economicamente un’infrastruttura condivisa.
Federates e l’ecosistema europeo di simulazione
Il caso più maturo presentato a Roma è Federates, illustrato da Leonardo. Il progetto, finanziato dal Fondo europeo per la difesa, costruisce un ecosistema federato di risorse europee di simulazione per l’addestramento e il supporto alle decisioni, applicando proprio il modello MSaaS e coinvolgendo un ampio consorzio internazionale.
Federates è arrivato alla fase di dimostrazione finale, con attività svolte anche in Italia presso il Comando Valutazione e Integrazione dell’Esercito. Le prove hanno riguardato l’integrazione di sistemi e ambienti di simulazione diversi all’interno di uno scenario operativo condiviso e distribuito. Il progetto prevede l’uso di intelligenza artificiale, realtà estesa e cloud computing, con un’impostazione secure by design pensata anche per far dialogare domini con livelli di classificazione differenti.
Quest’ultimo aspetto merita attenzione. Far comunicare in sicurezza reti a diverso livello di riservatezza è da sempre uno dei colli di bottiglia della simulazione multinazionale, e tocca direttamente le politiche di sicurezza dei singoli Stati e i processi di accreditamento dei sistemi. Ogni passo avanti su questo fronte ha ricadute che vanno ben oltre l’addestramento.
Addestramento e sistemi di comando nello stesso ambiente
Dall’Allied Command Transformation è arrivato un richiamo esplicito a superare gli ambienti di simulazione isolati e a collegare direttamente gli spazi sintetici ai sistemi di comando e controllo. Il valore di una simulazione cresce quando ciò che genera può essere letto dagli stessi strumenti che gli operatori impiegano in missione.
Sul piano degli standard, BAE Systems ha presentato le novità della quarta versione del NETN FOM, il modello di riferimento della NATO per le federazioni di simulatori. L’obiettivo è consentire ai sistemi di comando e controllo di collegarsi direttamente a una federazione basata sullo standard HLA e di ricevere la situazione generata dai simulatori, riducendo i passaggi manuali o semiautomatici che oggi separano i due mondi.
La conseguenza pratica è rilevante. Se i comandi si esercitano sugli stessi sistemi che useranno in operazione, e questi ricevono i dati della simulazione senza mediazioni, il vecchio principio “addestrarsi come si combatte” si estende al dominio digitale. La simulazione smette di essere uno spazio parallelo e diventa parte dell’architettura decisionale.
Dati e gemelli digitali per gli ambienti sintetici NATO
Un ambiente sintetico vale quanto i dati che lo alimentano. È un concetto tornato più volte nelle sessioni romane: un gemello digitale utile deve essere aggiornabile, interoperabile e coerente con le informazioni disponibili. In caso contrario si ottiene una simulazione tecnicamente sofisticata ma lontana dalla realtà che dovrebbe rappresentare.
Un contributo italiano di rilievo è arrivato dall’Italian School of Advanced Defense Studies, con un’architettura che tratta il territorio come una serie di strati informativi. Aree costiere, infrastrutture, traffico navale ed elementi rilevanti per i sensori diventano livelli di dati che si possono aggiornare o sostituire senza ricostruire da capo l’intero scenario tridimensionale. Separare il modello dell’ambiente dalla sua visualizzazione favorisce il confronto tra scenari e la ripetibilità degli esperimenti.
È la stessa logica che governa le infrastrutture geospaziali civili più moderne, e apre la strada a scenari alimentati da fonti aggiornate in continuo: dall’osservazione della Terra ai dati sul traffico marittimo, fino ai censimenti delle infrastrutture critiche.
Verso un ecosistema di simulazione persistente
Tra i temi annunciati alla vigilia figurava anche il programma DBE dell’Esercito Italiano, descritto come un ecosistema digitale persistente e multilivello che integra addestramento dal vivo, virtuale e costruttivo. La parola chiave è persistenza: non un ambiente allestito per la singola esercitazione e poi smontato, ma un’infrastruttura continua che accumula dati ed esperienza nel tempo.
Nello stesso filone, il programma prevedeva la presentazione di un centro di addestramento europeo inserito nell’ecosistema NATO, con l’integrazione del carro Leopard 2A8 in un simulatore tattico, insieme a progetti per l’impiego di software di simulazione commerciali nelle esercitazioni e all’uso di sistemi di AI neuro-simbolica per la pianificazione.
Simulazione sanitaria e minacce ibride
La giornata conclusiva ha mostrato quanto il campo di applicazione si stia allargando. Uno dei modelli presentati simula l’intera catena di evacuazione sanitaria: collega trasporti aerei, ferroviari, stradali e marittimi con l’assegnazione dei pazienti agli ospedali e misura tempi di trasporto e di attesa, occupazione dei posti letto e uso delle risorse. Lo scopo è individuare in anticipo i colli di bottiglia e pianificare le capacità necessarie.
È un esempio da manuale di tecnologia a duplice uso. Lo stesso approccio si presta alla gestione di maxi-emergenze civili e alla resilienza dei sistemi sanitari, ambiti che la NATO considera ormai parte integrante della preparazione nazionale. Nel pomeriggio il confronto si è spostato su minacce ibride, qualità dei dati, standard comuni e integrazione della simulazione nei processi dei comandi, mentre un progetto guidato dall’Allied Command Transformation ha affrontato la raccolta sistematica delle lezioni apprese come leva di miglioramento continuo.
I limiti della simulazione militare NATO
Il Forum non ha nascosto i propri limiti, e questo è forse il segnale più maturo emerso a Roma. Più di un intervento ha richiamato il problema della validazione: il legame tra un buon risultato ottenuto in simulazione e l’efficacia sul campo resta un terreno che richiede verifiche ulteriori. Un prototipo presentato da un ufficiale della riserva dell’Aeronautica Militare, dedicato alle interdipendenze tra domini operativi, è stato descritto esplicitamente come non predittivo: serve a esplorare ipotesi e conseguenze, non a prevedere l’esito di un’operazione.
Sul versante analitico, gruppi di lavoro legati all’Esercito statunitense, all’Allied Command Transformation e al comando operativo SHAPE hanno insistito sulla necessità di rendere gli strumenti di simulazione accessibili anche ad analisti che non siano programmatori. Un tema meno appariscente dell’AI generativa, ma strategico: se ogni analisi richiede competenze rarissime, la capacità resta confinata a pochi specialisti e non entra nei processi ordinari di pianificazione.
L’Italia nell’ecosistema di simulazione dell’Alleanza
Roma non è stata soltanto la cornice del Forum. L’Italia ospita il centro di eccellenza NATO per la modellazione e simulazione e ha portato un contributo riconoscibile su più fronti: la grande industria con Leonardo e il progetto FEDERATES, l’Esercito come utente e banco di prova, la ricerca con le scuole di studi avanzati per la difesa, le aziende tecnologiche specializzate in analisi decisionale e ingegneria dei sistemi di AI.
Il quadro è quello di una filiera completa, che va dalla ricerca all’impiego operativo. Il punto debole, comune a molti Paesi europei, resta la scala. Progetti dimostrativi solidi faticano a trasformarsi in capacità permanenti senza finanziamenti pluriennali e senza un’infrastruttura nazionale di simulazione condivisa tra Forze Armate, industria e università.
Più risorse e rischio di frammentazione
Il Forum cade in una fase in cui la spesa alleata per la difesa è destinata a crescere in modo strutturale. Al vertice dell’Aia del giugno 2025 gli Alleati si sono impegnati a raggiungere il 5% del PIL entro il 2035: almeno il 3,5% per i requisiti di difesa in senso stretto e fino all’1,5% per protezione delle infrastrutture critiche, difesa cyber, preparazione civile, resilienza, innovazione e rafforzamento della base industriale.
È proprio quella quota dell’1,5% a interessare più da vicino la comunità digitale. Ambienti sintetici, gemelli digitali di infrastrutture, piattaforme di analisi dei dati e strumenti per la resilienza civile vi rientrano in modo naturale. Il rischio, però, è che l’aumento delle risorse si traduca in acquisizioni frammentate di piattaforme che non si parlano: esattamente il problema che il Forum ha messo al centro.
Standard e sicurezza per l’industria
Dalle sessioni romane emergono tre indicazioni con un impatto diretto sugli appalti. La prima riguarda gli standard: un simulatore che non aderisce ai protocolli alleati di federazione rischia di restare un’isola, per quanto avanzato. La seconda riguarda la sicurezza: architetture progettate fin dall’origine per proteggere i dati e far dialogare domini a diversa classificazione diventano un requisito, non un’opzione. La terza riguarda l’intelligenza artificiale: i sistemi proposti alla difesa dovranno documentare dati, ipotesi e approvazioni umane, con conseguenze anche sui modelli di business basati su soluzioni chiuse.
Per le piccole e medie imprese del digitale il messaggio è ambivalente. Da un lato il modello a servizi e la logica federata abbassano le barriere d’ingresso, perché una competenza specialistica può inserirsi in un ecosistema più ampio senza dover fornire una soluzione completa. Dall’altro alzano l’asticella su conformità agli standard, sicurezza e capacità di operare in ambienti riservati.
Le lezioni di Roma sulla simulazione militare NATO
Il bilancio del Forum si può riassumere in cinque indicazioni, utili tanto ai decisori della difesa quanto a chi governa la trasformazione digitale del Paese.
La prima è che l’interoperabilità è una scelta politica prima che tecnica: l’adesione a standard aperti e condivisi dovrebbe diventare un requisito esplicito dei bandi, per evitare che più spesa significhi più isole tecnologiche. La seconda è che la governance dell’intelligenza artificiale va costruita dentro l’architettura dei sistemi, con tracciabilità e verifica come condizioni di partenza e non come aggiunte successive.
La terza è che il modello a servizi funziona solo con regole comuni: cataloghi condivisi, responsabilità chiare sui dati, soluzioni di sicurezza accreditate. La quarta è che la dimensione cognitiva, cioè la battaglia per l’informazione e la percezione, entra a pieno titolo nella preparazione, con strumenti che possono servire anche a contrastare la disinformazione in tempo di pace. La quinta è che il duplice uso non è uno slogan: logistica sanitaria, gemelli digitali e dati geospaziali sono capacità trasferibili alla protezione civile e alla resilienza delle infrastrutture.
Restano due questioni aperte, sulle quali il Forum stesso ha invitato alla prudenza. Un buon risultato in un ambiente sintetico non garantisce un buon risultato nel mondo reale. E la tecnologia serve solo se chi la usa è preparato a interpretare ciò che mostra.
Per l’Italia la sfida dei prossimi anni è trasformare una competenza riconosciuta in capacità permanente: un’infrastruttura nazionale di simulazione federata, risorse certe su più anni, un dialogo stabile tra Difesa, industria e università. Le basi tecniche, come Roma ha dimostrato, ci sono già. Quello che serve ora è la volontà di metterle a sistema.




























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