Per gran parte della storia industriale un prodotto ha smesso di “parlare” nel momento in cui è uscito dalla fabbrica. Restavano una targhetta, un manuale, una fattura e, con un po’ di fortuna, un tagliando di garanzia. Ciò che accadeva dopo (come veniva usato, chi lo riparava, con quali ricambi, come e quando veniva smaltito) restava in larga parte invisibile a chi lo aveva progettato e a chi avrebbe dovuto recuperarlo. Il Digital Product Passport (DPP), previsto dal diritto europeo, nasce per colmare questa lacuna informativa.
Leggerlo soltanto come un nuovo adempimento di trasparenza sarebbe però riduttivo. Un identificativo univoco, dati strutturati e leggibili dalle macchine e regole di accesso condivise sono anche i mattoni di un’infrastruttura più ampia, su cui in futuro potrebbero appoggiarsi servizi avanzati, fino al gemello digitale (Digital Twin) del prodotto. Questo articolo prova a ricostruire il percorso con equilibrio, distinguendo ciò che è già scritto nelle norme da ciò che è, per ora, una traiettoria plausibile.
Indice degli argomenti
Che cos’è il DPP e da dove nasce
La base giuridica generale è il Regolamento (UE) 2024/1781 sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), in vigore dal luglio 2024. Il regolamento fissa una cornice per quasi tutte le categorie di beni fisici immessi sul mercato europeo (con esclusioni, tra cui alimenti, mangimi e medicinali) e introduce il passaporto digitale come strumento per rendere disponibili informazioni su durabilità, riparabilità, contenuto riciclato, sostanze preoccupanti e impronta ambientale.
Il DPP non è un documento unico e uguale per tutti. Il suo contenuto sarà definito categoria per categoria con atti delegati. Il piano di lavoro della Commissione per il periodo 2025-2030 indica come priorità, tra le altre, tessile, mobili e materassi, pneumatici, acciaio e alluminio. Alcuni settori hanno una disciplina già scritta: il Regolamento (UE) 2023/1542 sulle batterie prevede un passaporto obbligatorio, a partire dal 18 febbraio 2027, per le batterie dei veicoli elettrici, per quelle industriali oltre 2 kWh e per quelle dei mezzi di trasporto leggeri. Anche il nuovo regolamento sui prodotti da costruzione (UE) 2024/3110 prevede un passaporto digitale.
Il ciclo di vita come flusso di dati
Oggi le informazioni su un prodotto sono distribuite in sistemi che raramente dialogano tra loro: la progettazione vive nei sistemi PLM, la produzione in ERP e MES, la vendita nei CRM, l’assistenza in strumenti dedicati, il fine vita nei gestionali di chi raccoglie e tratta i rifiuti. Ogni passaggio di mano è anche un punto in cui l’informazione si perde o si impoverisce.
L’identificativo univoco è il filo che può ricucire questi frammenti. Se ogni fase scrive e legge sullo stesso “fascicolo” digitale, il prodotto smette di essere un’entità che scompare dai radar dopo la vendita e diventa un oggetto con una storia consultabile.

Dal passaporto al gemello: che cosa cambia
Passaporto e gemello digitale sono concetti vicini ma diversi, e confonderli genera aspettative sbagliate. Per gemello digitale si intende una rappresentazione digitale di un’entità fisica, collegata a essa da un flusso di dati, che consente di monitorarne lo stato, simularne il comportamento e prevederne l’evoluzione (nel contesto manifatturiero esiste anche una norma di riferimento, la ISO 23247). Il DPP, invece, è innanzitutto un insieme di informazioni con regole di accesso, non un modello di comportamento.
| Aspetto | Digital Product Passport | Digital Twin del prodotto |
| Natura | Insieme strutturato di dati sul prodotto, in gran parte dichiarativi e verificabili | Modello digitale collegato al bene fisico, che integra dati e comportamento |
| Origine | Obbligo normativo europeo (ESPR e regolamenti settoriali) | Scelta industriale, guidata da un business case |
| Aggiornamento | Da statico a periodicamente aggiornato | Continuo o quasi in tempo reale, se il bene è sensorizzato |
| Funzione principale | Trasparenza, conformità, tracciabilità, circolarità | Monitoraggio, simulazione, previsione, ottimizzazione |
| Accesso | Differenziato per profilo (cittadini, autorità, riparatori, riciclatori) | Di norma riservato a chi sviluppa e gestisce il servizio |
| Diffusione attesa | Ampia, per le categorie di prodotto coperte | Selettiva: beni ad alto valore o ad alta criticità |
La relazione tra i due è di abilitazione, non di equivalenza. Il DPP non contiene un gemello digitale, ma mette a disposizione tre prerequisiti che oggi spesso mancano: un identificativo affidabile, un lessico condiviso per descrivere i dati e regole per stabilire chi può accedervi. Sono condizioni necessarie, non sufficienti.

Va detto con chiarezza che il percorso non è lineare né universale. Per una maglietta, un gemello digitale costerebbe più di quanto potrebbe restituire; per una macchina utensile, un impianto di accumulo o un serramento di pregio potrebbe invece avere senso. Si può quindi immaginare una diffusione a geometria variabile: passaporto per molti, passaporto dinamico per una parte, gemello per i beni in cui la disponibilità di dati d’uso genera un valore economico o di sicurezza misurabile.
4. Chi vede cosa: la regia dell’accesso
Una delle caratteristiche più rilevanti del DPP è che non offre a tutti la stessa vista. Un consumatore può essere interessato alla riparabilità e alla provenienza; un’autorità di vigilanza a prove e certificazioni; un riciclatore alla composizione e alle istruzioni di smontaggio; un produttore ai dati di campo per migliorare il progetto. La stessa infrastruttura serve interessi diversi, e talvolta in tensione tra loro.

È qui che passaporto e gemello si toccano: più un profilo di dati diventa ricco e continuo, più diventa importante stabilire chi ne è titolare, chi può leggerlo e a quali condizioni. Sul tema dei dati generati dai prodotti connessi interviene anche il Regolamento (UE) 2023/2854 (Data Act), che disciplina l’accesso e la condivisione di tali dati.
Quattro esempi pratici
Gli scenari che seguono sono illustrativi: mostrano come le stesse basi informative possano produrre valore in contesti diversi e con livelli di maturità diversi, senza descrivere implementazioni specifiche di singole aziende.
Batteria di un veicolo elettrico
È il caso più avanzato sul piano normativo. Il passaporto della batteria raccoglierà informazioni su composizione, contenuto di materiali riciclati, impronta di carbonio, prestazioni e durabilità. Sul passaporto si può innestare un gemello: un modello alimentato dai dati del sistema di gestione della batteria stima la vita residua e l’evoluzione dello stato di salute. Alla fine del primo utilizzo, questa informazione aiuta a decidere in modo più fondato tra un secondo impiego (per esempio come accumulo stazionario) e l’avvio al riciclo. La possibilità di farlo dipende però da chi ha accesso ai dati del veicolo e alle condizioni contrattuali applicabili.
Un capo di abbigliamento
Nel tessile, uno dei colli di bottiglia del riciclo è la selezione: sapere con esattezza da quali fibre è composto un capo e con quali trattamenti è molto difficile a valle. Un passaporto con composizione, origine e indicazioni di cura può aiutare i selezionatori e i riciclatori. Un gemello del singolo capo è invece poco realistico; lo è di più a livello di lotto o di collezione, per simulare durabilità e cicli di lavaggio. La sfida, nei distretti a forte frammentazione come quelli italiani del tessile, è la raccolta dei dati lungo filiere lunghe composte da molte piccole imprese.
Un macchinario industriale
Per un costruttore di macchine (una pressa, un compressore, una macchina utensile) il gemello è già oggi uno strumento di lavoro: dati da sensori e modelli di usura alimentano la manutenzione predittiva, riducendo i fermi non pianificati. Il passaporto aggiunge una memoria certificata: ogni intervento, ogni ricambio sostituito, ogni modifica di configurazione. Questa base favorisce anche modelli di servizio a valore aggiunto (manutenzione in abbonamento, pagamento a consumo). Il nodo da sciogliere, in questo caso, è contrattuale: a chi appartengono i dati generati dalla macchina installata presso il cliente?
Il mercato dell’usato e del ricondizionato
Chi compra un elettrodomestico, un computer o un mobile usato si trova davanti a una forte asimmetria informativa: non sa come è stato trattato né che cosa è stato riparato. Un passaporto che riporti interventi, ricambi e stato di salute certificato può ridurre questa incertezza e sostenere il prezzo dei beni di seconda mano ben mantenuti. Il beneficio dipende però da un fattore decisivo: l’affidabilità di chi inserisce i dati. Un registro non verificato può creare una falsa sicurezza.
Gli impatti attesi
Gli impatti attesi riguardano diversi aspetti del ciclo di vita dei prodotti. Nei modelli produttivi, l’accesso ai dati generati durante l’utilizzo consente di creare un collegamento diretto tra esperienza sul campo e fase di progettazione: informazioni relative a guasti ricorrenti, componenti più soggetti a usura e condizioni operative reali possono essere utilizzate per migliorare affidabilità, durata e manutenibilità dei beni.
In combinazione con gli obblighi di riparabilità e circolarità, questo favorisce approcci come il design for repair e il design for recycling, orientando alcune imprese verso modelli di “servitizzazione”, basati non solo sulla vendita del prodotto ma anche sulla fornitura di servizi e prestazioni lungo il suo ciclo di vita. Sul fronte della manutenzione, il passaggio più rilevante è quello dalla manutenzione programmata a una logica predittiva, in cui gli interventi vengono effettuati sulla base delle condizioni effettive del bene e non esclusivamente secondo scadenze prestabilite.
Tuttavia, i benefici più significativi si manifestano soprattutto nei prodotti dotati di sensori e nei contesti in cui il costo dei guasti rende conveniente l’investimento tecnologico; negli altri casi, il passaporto digitale rappresenta comunque un miglioramento grazie alla disponibilità della cronologia degli interventi, delle informazioni tecniche e delle indicazioni per la riparazione. Nel mercato dell’usato, una documentazione verificabile della storia del prodotto può aumentare trasparenza e fiducia, rendendo più semplice la valutazione del valore residuo, la gestione delle garanzie e lo scambio tra operatori e consumatori.
Questa maggiore affidabilità potrebbe modificare gli equilibri tra mercato del nuovo e mercato secondario, creando nuove opportunità ma anche nuove dinamiche competitive per i produttori. Infine, nell’ambito dell’economia circolare, la disponibilità di informazioni dettagliate sui materiali, sui componenti e sulle modalità di smontaggio può migliorare la qualità dei processi di recupero e riciclo, oltre a rendere più verificabili le dichiarazioni relative all’impiego di materiali riciclati.
Resta però un limite fondamentale: il passaporto digitale fornisce conoscenza e tracciabilità, ma non sostituisce le infrastrutture necessarie per la raccolta, il trattamento e il riciclo dei prodotti; senza sistemi fisici adeguati, anche un patrimonio informativo completo non è sufficiente a garantire la chiusura effettiva del ciclo dei materiali. L’accesso ai dati di campo chiude il cerchio tra uso e progettazione: le cause ricorrenti di guasto, le parti più sostituite, le condizioni d’uso reali possono tornare ai progettisti.
Insieme agli obblighi di riparabilità e circolarità, ciò spinge verso il design for repair e design for recycling, e per alcuni produttori verso la “servitizzazione”, cioè la vendita di prestazioni e non solo di beni.
Nodi critici e punti di attenzione
Chi sostiene il DPP ne sottolinea il potenziale di trasparenza, di concorrenza basata su dati verificabili e di riduzione degli sprechi. Chi ne è più scettico teme costi sproporzionati per le imprese, in particolare le PMI, e un rischio di adempimento formale privo di effetti concreti. Entrambe le posizioni colgono elementi reali; i nodi principali sono i seguenti.
- Costi e proporzionalità. In un tessuto produttivo come quello italiano, ricco di PMI e subfornitori, l’onere della raccolta dati può essere rilevante. Servizi condivisi, strumenti standard e supporto pubblico possono attenuarlo, ma non sono garantiti.
- Interoperabilità e standard. Sono in corso lavori di normazione a livello europeo (tra cui quelli del comitato tecnico CEN-CENELEC JTC 24), insieme a soluzioni come gli standard GS1 per l’identificazione, l’Asset Administration Shell e gli spazi di dati di settore. Il rischio è una frammentazione tecnica che renda i passaporti poco comparabili.
- Riservatezza e segreto industriale. Rendere disponibili dati di composizione o di processo senza svelare informazioni competitive richiede livelli di accesso ben progettati.
- Protezione dei dati personali. Quando i dati d’uso di un bene sono riconducibili a una persona, si applicano il GDPR e le regole del Data Act; il gemello non può ignorarle.
- Sicurezza informatica. Un’identità digitale permanente amplia la superficie d’attacco e crea incentivi alla falsificazione dei dati. Contano l’autenticità e l’integrità delle informazioni, oltre alla loro disponibilità; a ciò si affianca il Regolamento (UE) 2024/2847 (Cyber Resilience Act) per i prodotti con elementi digitali.
- Qualità e verifica dei dati. Un passaporto è utile quanto sono affidabili i dati che contiene. Dichiarazioni non verificate rischiano di alimentare il greenwashing invece di contrastarlo.
- Permanenza nel tempo. Garantire l’accesso ai dati per decenni implica gestire l’obsolescenza dei formati, il degrado dei supporti fisici e l’eventuale cessazione del produttore.
- Impronta del digitale. Sensori, archiviazione e calcolo consumano risorse; il bilancio complessivo va valutato caso per caso, in nome della proporzionalità.
Un’ultima avvertenza di metodo: molti benefici attribuiti al passaporto e al gemello sono oggi attesi e non ancora misurati su larga scala. Il valore effettivo emergerà dall’uso reale, dalla qualità dell’implementazione e dalla capacità del mercato di generare servizi sopra i dati.
Conclusioni
L’idea di fondo che emerge dal DPP è quasi culturale: un oggetto non è più soltanto ciò che si vede e si tocca, ma un bene fisico accompagnato da un’identità informativa che ne racconta origine, uso e destino. In questa prospettiva il passaporto è il primo tassello e il gemello digitale una possibile evoluzione, non un esito scontato.
Il risultato dipenderà da fattori molto concreti: standard che funzionino davvero, obblighi proporzionati alla dimensione delle imprese, regole chiare su proprietà e accesso ai dati, dati verificabili e sicuri. Dove questi elementi ci saranno, l’identità digitale permanente potrà diventare un’infrastruttura utile per la manutenzione, per il mercato dell’usato e per l’economia circolare. Dove mancheranno, rischia di ridursi a un ulteriore adempimento. La differenza si giocherà, ancora una volta, meno sulla tecnologia che sull’organizzazione e sulla governance.
Bibliografia
Regolamento (UE) 2024/1781, progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR).
Regolamento (UE) 2023/1542, batterie e rifiuti di batterie (passaporto della batteria).
Regolamento (UE) 2024/3110, prodotti da costruzione.
Regolamento (UE) 2023/2854, norme armonizzate sull’accesso equo ai dati e sul loro utilizzo (Data Act).
Regolamento (UE) 2024/2847, requisiti di cibersicurezza per i prodotti con elementi digitali (Cyber Resilience Act).
Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR); ISO 23247 (gemelli digitali nella manifattura).
































Partecipa alla community