Con il Congresso Usa a maggioranza Dem dopo le elezioni midterm certo ci saranno cambiamenti, ma non è realistico aspettarsi, almeno nell’immediato, un’europeizzazione dell’approccio all’innovazione. Il cambiamento più probabile sarà una correzione a più velocità. A Washington potrebbero aumentare audizioni, indagini, condizioni poste agli stanziamenti e tentativi di circoscrivere le scelte della Casa Bianca. Negli Stati e nelle amministrazioni locali, dove si decidono una parte rilevante delle autorizzazioni, degli incentivi e dei costi energetici, la frenata sui data center è già cominciata. Ma non è prevedibile un avvicinamento all’AI Act europeo e un drastico cambiamento nel rapporto con le big tech.
L’UE però, in questo scenario, non deve perdere di vista il tema della sovranità digitale. Come spiega Andrea Renda, direttore della ricerca del CEPS, il nuovo Congresso può favorire la distensione oltreoceano ma Donald Trump rimane comunque presidente: “Sui rapporti transatlantici ci sarà senz’altro un tentativo di ravvicinamento da parte del Congresso. Non sufficiente, fin quando Trump continuerà ad essere Presidente. L’Europa farebbe meglio a continuare il percorso intrapreso negli ultimi mesi, verso una tech stack più indipendente da singoli produttori o Paesi”.
Indice degli argomenti
Dopo le midterm, l’UE deve proseguire sull’autonomia tecnologica
L’UE ha infatti già avviato questo percorso. Il pacchetto sulla sovranità tecnologica, presentato dalla Commissione il 3 giugno 2026, comprende proposte legislative su chip, cloud e AI, una strategia open source e una tabella di marcia per energia e digitale. L’obiettivo è sviluppare capacità europee.
Gli strumenti europei per ridurre le dipendenze
| Strumento | Obiettivo indicato dalla Commissione |
|---|---|
| Proposta Chips Act 2.0 | Rafforzare capacità produttiva e investimenti nei semiconduttori |
| Proposta Cloud and AI Development Act | Favorire infrastrutture e ricerca; valutare la sovranità di cloud e AI |
| Strategia open source | Sostenere alternative aperte e il loro impiego nelle amministrazioni |
Fonte: Commissione europea, pacchetto sulla sovranità tecnologica, 3 giugno 2026. Gli obiettivi delle proposte non equivalgono a risultati già conseguiti.
Per Renda, tuttavia, con le big tech “cambia poco in Europa, forse cambierà negli USA, dove si è respirata un’aria da Far West regolatorio negli ultimi due anni. Non vedo, comunque, avvicinamenti verso l’AI Act europeo, anche l’Europa sta cercando di semplificare e bilanciare la regolazione con gli investimenti”.
Accesso ai dati e Cloud Act negli Usa
Uno dei nodi digitali riguarda le garanzie sull’accesso ai dati da parte delle autorità americane. Renda vede nel Congresso un interlocutore, ma considera insufficiente il solo segnale elettorale: “Sulla sovranità digitale, in teoria il Congresso potrebbe alleviare la tensione creata dai dazi commerciali imposti da Trump, e non di sua competenza; e potrebbe potenzialmente modificare il Cloud Act per evitare che i dati in possesso delle big tech possano essere, ad ogni pie’ sospinto, richiesti dalle autorità statunitensi per (spesso non meglio specificati) motivi di sicurezza nazionale. Poco altro, secondo me, visto che sono gli altri Paesi del mondo, non gli USA, ad occuparsi di sovranità digitale. E il segnale delle midterm non sarà sufficiente a rassicurarli”.
Il nodo riguarda anche i dati custoditi fuori dagli Stati Uniti. Nel documento sul Cloud Act del 2019, il Dipartimento della Giustizia richiama la giurisdizione sul fornitore e il suo controllo dei dati. La legge disciplina l’acquisizione di prove nelle indagini penali, con requisiti legali, distinta dalla sorveglianza per sicurezza nazionale. Per l’UE, la valutazione deve quindi comprendere giurisdizione e controllo effettivo, oltre alla posizione dei server.
AI e data center: perché l’Europa deve contare sui propri investimenti
Su AI e data center aspettare un brusco cambio di marcia statunitense sarebbe una scommessa, perché gli interessi economici limitano una revisione della politica sull’AI: “Ci potrebbe essere una politica più cauta rispetto agli investimenti in data center, da parte del Congresso. Ma non mi aspetto enormi cambiamenti, l’approccio statunitense alla IA è difficile da cambiare in corsa, con centinaia di miliardi di dollari già messi a bilancio dalle big tech, due imprese in fase di IPO (OpenAI e Anthropic) e un’altra (Nvidia) che continua a macinare profitti in USA e nel mondo“.
Infatti, “le magnificent seven hanno fatto la differenza per la crescita del PIL americano negli ultimi anni, invertire la rotta verso una politica più accorta sulla infrastruttura AI potrebbe essere controproducente nel breve periodo, e rovinare i piani dei Dem per le presidenziali. Per cui, qualche risposta a livello locale ci sarà senz’altro, ma non una inversione totale di rotta. Oltretutto, molte di queste politiche dipendono dalle agenzie federali, non dal Congresso, anche se nel medio periodo il Congresso potrà influenzare il budget delle agenzie stesse”.
Regole e capacità di calcolo devono avanzare insieme
Come conseguenza, per Bruxelles rimane dunque indispensabile investire nella possibilità di sviluppare e usare AI in Europa. L’agenda europea sulla sovranità tecnologica include le AI Factories, pensate per dare a ricercatori, startup e piccole e medie imprese accesso a supercalcolo e dati. Rendere accessibili queste risorse permette di affiancare alle regole strumenti concreti per innovare, anziché affidare la competitività europea all’eventuale cautela statunitense.
Ricerca pubblica: l’UE può diventare protagonista
L’accesso al calcolo conduce all’ultima priorità: chi decide quali ricerche finanziare e nell’interesse di chi. L’Europa può assumere un ruolo più forte nella collaborazione scientifica internazionale, ricostruendo spazi pubblici di ricerca anche mentre i laboratori privati concentrano risorse e conoscenza: “Sul fronte della ricerca, gli USA dovranno farsi perdonare – spiega Renda -. Miliardi di dollari sottratti a università, il clima di sfiducia nei confronti della scienza, i fondi sottratti a organizzazioni internazionali come l’OMS e l’UNESCO”.
Anche in questo caso non è realistico pensare a complete rivoluzioni: “Non mi aspetto che gli USA, anche con il nuovo Congresso, si occupino troppo di ricostituire la loro leadership nel campo della collaborazione scientifica. In un mondo sempre più dominato dalla Cina, spetta all’Europa, non agli USA, tessere questa tela, e garantire che la ricerca esca dalle strette maglie dei laboratori privati, per tornare nel campo, e nell’interesse, pubblico”.
































Partecipa alla community