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Open Government Partnership: la sfida da cogliere

Il piano nazionale OGP in corso di consolidamento è un’occasione importante per porre sul tavolo iniziative che danno un nuovo slancio alle politiche di Open Government. Ma la strategia della nuova PA non si manifesta con chiarezza e la consultazione pubblica langue

Pubblicato il 20 Nov 2014

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Open Government Partnership: la sfida da cogliere

L’occasione è di quelle da non perdere: in questi giorni si consolida il secondo Piano Nazionale sull’Open Government, nell’ambito dell’Open Government Partnership, una coalizione internazionale a cui l’Italia aderisce dal 2011. Il piano, valido per il biennio 2015-2016, sarà il risultato di un processo partecipativo che ha coinvolto in focus group istituzioni (innanzitutto Dipartimento della funzione pubblica, dell’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) e dell’Autorità nazionale anticorruzione (A.N.AC)) ed organizzazioni della società civile e che ha previsto una consultazione pubblica, purtroppo breve, che si conclude il 21 novembre.

Il Piano di fatto disegna le principali linee di azione italiane sul tema dell’Open Government, cercando di mettere a frutto l’esperienza del primo piano nazionale realizzato nel 2012 e rispetto alle quali il rapporto indipendente di monitoraggio aveva identificato alcune criticità di metodo (molte azioni, ad esempio, erano definite in modo non chiaro per cui era difficile valutare l’effettivo stato di avanzamento e il loro completamento), di percorso (il piano era stato sostanzialmente realizzato internamente alle istituzioni, con un confronto non sistematico con la società civile) e di risultati (quasi tutte le azioni valutabili non potevano essere considerate ultimate).

E in effetti l’impostazione seguita segna un cambio di marcia, dall’utilizzo della metodologia SMART per la definizione degli obiettivi alla realizzazione del piano all’interno di un percorso partecipativo, e quindi predispone le condizioni perché il piano non sia considerato solo un documento di dichiarazioni su iniziative già intraprese (questo di fatto era il Piano precedente) ma anche un quadro di impegni misurabili e in parte ancora da realizzare.

La versione in consultazione si articola in tre aree e sei azioni:

  • partecipazione, che si declina in azioni orientate ad ampliare e potenziare l’utilizzo del portale delle consultazioni Partecipa! e a creare le condizioni organizzative nella PA (Organizza la PA per la partecipazione), con la costituzione di un centro di competenza nelle amministrazioni per la diffusione e una migliore attuazione delle pratiche di partecipazione;
  • trasparenza, integrità e accountability, che si declina in azioni volte a promuovere e favorire la partecipazione attiva dei cittadini nell’azione di vigilanza condotta dall’A.N.AC. sull’applicazione delle norme sulla Trasparenza (trasPArenti +1), a potenziare il portale Open data e in qualche modo la politica attuale sul tema, a realizzare una piattaforma web per la condivisione dei dati aperti dei bilanci delle amministrazioni (Follow the money);
  • innovazione tecnologica, focalizzata su azioni in tema di abilitazione della cittadinanza digitale (area molto vasta).

Come è stato fatto notare da più parti, la maggior parte delle azioni ha un carattere di potenziamento e completamento di iniziative già intraprese e solo in parte sono presenti azioni innovative, si respira poco un’aria di reale “trasformazione”, prevale l’impostazione prudente, e questa percezione probabilmente si specchia nella difficoltà di coinvolgimento che ha avuto la consultazione pubblica. Un trend che ci si auspica cambi negli ultimi giorni, ma che è certamente spia di un problema che nell’ottica delle politiche di Open Government diventa un fattore chiave, direi decisivo per il successo delle iniziative.

Credo che questo sia la conseguenza di alcuni fatti:

  • le azioni del piano precedente sono state in gran parte disattese, e si è rilevata poca attenzione politica sugli impegni dichiarati nel piano, così come anche sull’esistenza stessa del piano;
  • la riforma della PA attualmente in discussione al parlamento non pone un quadro strategico che abbia l’open government come cardine, per cui sembra mancare un segnale forte che faccia percepire la volontà del cambio di committment politico su questo tema;
  • manca un impianto metodologico e sistemico che prepari e accompagni un coinvolgimento significativo della società civile. In qualche modo la realizzazione del piano poteva già essere laboratorio concreto per la sperimentazione di un metodo da diffondere (e non lo è stato per i tempi stretti), certamente potrà e dovrà esserlo il suo monitoraggio.

Nel merito, però, si può fare di più? Su quali fronti sarebbe necessario intervenire?

Alcune risposte vengono immediatamente navigando sui piani di azione 2015-2016 di altri Paesi e analizzando le proposte lì presenti che possono adattarsi anche al contesto italiano. Tra le tante, due mi sembrano più interessanti:

  • l’area di azioni del piano olandese sulla collaborazione PA-cittadini per il miglioramento dei servizi dell’amministrazione verso la società (“Collaborative, facilitating government seeking partners in society to address social issues”) che include anche azioni dirette a trasformare la cultura dei dipendenti pubblici (vedi i progetti “Smarter working” e “Public servant 2.0”). Nell’ottica di una PA aperta;
  • l’area di azioni del piano estone sul miglioramento della qualità dei servizi pubblici (“To increase the quality of development and provision of public services”), che include lo sviluppo di linee guida e metodologie per il coinvolgimento sistematico dei cittadini nella progettazione dei servizi.

Entrambe puntano ad ampliare la sfera della collaborazione tra amministrazione e cittadini, realizzando quella “partnership sistematica” tra amministrazione, imprese e organizzazioni non governative che è alla base della terza componente (essenziale ed evoluta) del modello di Open Government come anche lanciato dal presidente Obama un po’ di anni fa. Questa è probabilmente la spinta principale che occorre produrre in questo momento, l’integrazione più significativa da apportare nel piano. Una spinta che deve e può avvenire dal basso ma che deve naturalmente conciliarsi con una strategia che concretizzi la “trasformazione esistenziale della PA” dichiarata da Renzi.

La nuova PA deve per questo inserirsi in un’idea complessiva dello scenario di società che si vuole costruire, e del ruolo che in questo deve avere lo Stato, portando ad un quadro organico le spinte che vengono dal territorio, dalle smart city alle esperienze di amministrazione condivisa, dalle iniziative di infrastrutturazione pubblica alle reti di coworking e makers. In più declinando nei diversi settori, nelle imprese, nelle amministrazioni, nei meccanismi economici, le parole chiave che si stanno imponendo a livello internazionale: collaborazione, condivisione, apertura, consapevoli dell’importanza fondamentale rappresentata dalla definizione e dalla condivisione dei nuovi diritti digitali. È questo passaggio ad una visione strategica, alla visione del futuro, che può consentire di accogliere in modo integrato le diverse iniziative di riforma, dalla PA al lavoro, alla scuola e che disegna, per l’Italia, “the future of government”, il futuro dell’amministrazione dello Stato.

È una sfida da cogliere, rispetto alle competenze e alle possibilità di ciascuno, anche iniziando dalla partecipazione e dal monitoraggio del piano nazionale OGP.

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