Bufale digitali? Ma il vero problema è lo stato di salute delle democrazie

Le bufale non sono la questione principale. Il lavoro fondamentale da farsi è sulle persone e sugli spazi relazionali e comunicativi che abitano; con la consapevolezza che non sono, e non possono essere, la tecnologia e il digitale a garantirci fino in fondo “protezione” e “sicurezza”

Pubblicato il 27 Gen 2017

Piero Dominici

(PhD), Univ. degli Studi di Perugia, Scientific Director del Complexity Education Project e Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre

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Bufale digitali? Ma il vero problema è lo stato di salute delle democrazie

Mi sono fatto un’idea. Che con le parole “bufale” e “post verità” continuiamo a ragionare in una logica e in un quadro di riferimento teorico-pratico-applicativo che restano quelli dell’emergenza e del controllo totale (con riferimento all’informazione, infatti, si parla anche di censura…), con il conseguente coinvolgimento esclusivo dei soliti saperi e competenze.

Intendiamoci, si tratta di dimensioni strategiche importanti che vanno affrontate e approfondite che, tuttavia, mettendo comunque e sempre al centro dell’analisi, della gestione dei processi e dell’individuazione di possibili soluzioni (?) gli “strumenti”, i media e la loro “natura” tecnologica, le dimensioni giuridiche ed economiche, non tengono mai nella dovuta considerazione i “fattori sociali e culturali”, ambientali e di ecosistema, le caratteristiche e le dinamiche tipiche delle reti sociali, pre-esistenti alle reti digitali, al web ed agli stessi social. Variabili tipiche della complessità sociale, relazionale e comunicativa che vanno integrate in un approccio critico e sistemico a tale ipercomplessità. Variabili, processi e dinamiche che sono quelli, per esempio, dell’eterodirezione*, della ricerca di “prossimità culturale”, della socialità e del conformismo (non da oggi, dilagante), dell’appartenenza e del gruppo di riferimento.

Il problema “vero” non sono le bufale o la post verità, ma le persone, i cittadini, il loro essere facilmente condizionabili…la loro eterodirezione e “predisposizione” – socialmente e culturalmente “costruita” attraverso l’educazione e i processi di socializzazione – al conformismo e/o alla “sudditanza per abitudine culturale”, come avrebbe detto Étienne de La Boétie.

Il problema è e continua ad essere lo stesso: si discute tanto, con sempre maggiore frequenza e insistenza e si pongono tutte le questioni, inerenti la rivoluzione digitale e la società della condivisione (1996), l’informazione e la condivisione/distribuzione delle informazioni e delle conoscenze, in termini di gestione dell’emergenza attraverso “strumenti” e “applicazioni” più o meno sofisticati e complessi (algoritmi, piattaforme etc.) – oltre che di leggi e codici deontologici, linee guida, manifesti – che devono orientare, guidare, indirizzare il lettore, l’ascoltatore, il telespettatore, l’internauta, il cittadino ma anche il giornalista e/o il comunicatore. Con un approccio che è a metà tra il determinismo tecnologico e il positivismo giuridico. Ebbene, al contrario di quanto discusso, attuato e praticato (tutte condizioni necessarie ma non sufficienti), bisognerebbe ripartire proprio da quei fattori considerati, al di là dei proclami e degli slogan, meno importanti e decisivi: dall’educazione e formazione critica della Persona anche nel suo ruolo di lettore, ascoltatore, telespettatore, navigatore, ma soprattutto di “cittadino” che non è soltanto “consumatore” (logica e strategia di lungo periodo).

Sono trascorsi molti anni da quando ne abbiamo discusso la prima volta: ma, nel quadro di un ripensamento complessivo e radicale dell’educazione e dei processi educativi, l’urgenza più evidente continua ad essere quella di ribaltare la prospettiva dominante che vede, nei destinatari/referenti dei flussi informativi (conoscitivi), esclusivamente delle pedine da manovrare, quasi dei “burattini” da guidare, accompagnare, istruire (naturalmente “dall’alto”), persuadere, manipolare (sicuramente…a fin di bene!) verso una “buona e corretta informazione”. Si tratta di un approccio estremamente rischioso, perfino pericoloso, per tanti motivi che hanno a che vedere anche, e soprattutto, con alcuni diritti e libertà fondamentali e, di conseguenza, con la qualità della cittadinanza e della democrazia. Si tratta di un “approccio” che, con tutte le possibili sfumature e peculiarità delle relative discipline di riferimento, continua ad essere dall’alto verso il basso: più impegnativo lavorare sulla responsabilità e la formazione di chi informa e comunica, più impegnativo, e senz’altro meno visibile (soprattutto nel breve periodo, che è il tempo della politica e di una certa idea/visione del potere), lavorare sull’educazione e formazione delle “teste” dei destinatari e delle Persone: un’educazione al dubbio, all’incertezza, alla responsabilità, al pensiero critico, alla complessità, ad una nuova “cultura dell’errore”; un’educazione sviluppata praticando e diffondendo il “metodo scientifico” e un atteggiamento di critica e curiosità verso tutto, un atteggiamento che non può che essere investigativo, di confronto con gli Altri, di decodifica di segnali, più o meno complessi, e di reperimento delle “prove” a supporto anche delle nostre e delle altrui argomentazioni. Un’educazione che possa abilitare finalmente le Persone e i cittadini sia a saper verificare/falsificare tesi, argomenti e informazioni di qualsiasi genere, che a confrontarsi soprattutto con chi non ha le stesse idee/opinioni o che, magari, è stato etichettato/riconosciuto come “diverso da Noi”. Un’educazione ed una formazione che, evidentemente, avrebbero ricadute significative anche nella gestione del cambiamento e nell’individuazione di soluzioni (?) realmente innovative.

Mentre l’approccio e l’impostazione dominanti su tali questioni (e non solo), anche nelle successive fasi di individuazione e definizione di azioni e strategie (un discorso che chiama in causa le solite narrazioni egemoni e certo storytelling), pur con tutte le buone intenzioni e gli obiettivi assolutamente condivisibili, continuano ad essere centrati – come detto – oltre che specificamente sugli strumenti e le tecnologie, su una visione del Soggetto (degli attori, individuali e collettivi) come completamente passivo e facilmente manipolabile (le criticità, in tal senso, sono molte). Logiche, strumenti e obiettivi anche “positivi”, talvolta condivisibili nella prospettiva di contrasto dell’emergenza – che, vorrei ricordarlo ancora una volta, è educativa e culturale – che, tuttavia, possono incidere ben poco, per non dire nulla, sulle dinamiche più profonde e radicate che caratterizzano i gruppi (inclusione vs. esclusione, identità vs. riconoscimento, etichettamento, potere, conflitti etc.), l’eterodirezione, il conformismo, i bisogni di socialità e appartenenza, di stima e riconoscimento (da parte degli altri); ma anche la formazione di stereotipi, pregiudizi e luoghi comuni che sono, di fatto, il terreno su cui germogliano e crescono le bufale, la disinformazione, le narrazioni, la/le post verità, le strategie di persuasione e marketing più aggressive.

Detto in altri termini, proseguiamo a ragionare e lavorare soltanto sugli strumenti e sulle soluzioni di breve periodo (possibilmente, semplici), continuando a mettere un po’ in secondo piano le persone e le soggettività che devono/dovranno interagire con questi stessi strumenti e con gli ecosistemi comunicativi. Ciò che dobbiamo continuamente domandarci è sempre: su chi deve essere posta l’attenzione? Da che cosa dobbiamo ripartire per correggere errori, questioni e problematiche che sono strutturali e che appartengono, evidentemente, alla dimensione educativa e culturale? Una dimensione – lo ribadiamo – strategica per la stessa sopravvivenza delle moderne democrazie, troppo spesso sottovalutata o, comunque, non adeguatamente considerata.

Il lavoro fondamentale da farsi – e che non viene fatto – è sulle persone e sugli spazi relazionali e comunicativi che abitano; con la consapevolezza che non sono, e non possono essere, la tecnologia e il digitale a garantirci fino in fondo “protezione” e “sicurezza”. Allo stesso modo, non sono, e non possono essere, la tecnologia e il digitale a garantirci in termini di cittadinanza e inclusione!

La tecnologia non può essere, altresì, la nostra difesa contro l’inganno, le truffe, i falsi, il conformismo, la/le post verità etc. I nostri principali “strumenti di difesa” sono, e saranno sempre, l’educazione, l’istruzione, la formazione, l’aggiornamento continuo e la ricerca.

Si tratta di un altro aspetto non secondario e su cui torneremo: nella cd. società della conoscenza e della trasformazione digitale, esiste infatti un sentimento estremamente diffuso, anche in ambito scientifico, legato all’illusione utopica, e utopistica, che soltanto le tecnologie potranno risolvere qualsiasi problema anche in termini di protezione e sicurezza, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della prassi organizzativa e sociale; saranno le stesse tecnologie a difenderci dalla propaganda (anche la più sofisticata), dalla pubblicità e dalle strategie di marketing (anche le più aggressive) e, più in generale dalle falsità, dalla disinformazione casuale e pianificata, dalle bufale e dalle truffe, da qualsiasi rischio e pericolo. Le tecnologie ci saranno sempre utili e indispensabili ma – lo ripeto – certe questioni vanno risolte ponendo l’attenzione, anche e soprattutto, su altre variabili e concause, allargando il ventaglio dei saperi e delle competenze coinvolti in una prospettiva che non può che essere interdisciplinare, multidisciplinare, transdisciplinare.

E non mi stancherò mai di ripeterlo: propaganda, manipolazione, persuasione (più o meno occulta), disinformazione, bufale (e lo stesso fact checking), narrazioni, storytelling, post verità etc. sono processi, dinamiche e strumenti, sempre esistiti così come la loro ideazione, progettazione e diffusione sistematica: ad essere cambiati sono l’ecosistema (globale) dell’informazione e della comunicazione e le relative architetture che rendono, senz’altro, più virale e invasiva la loro diffusione, anche e soprattutto in termini di tempo.

Il dito e la luna…

Tuttavia, dovremmo prestare attenzione a non far confusione: come già detto, il “vero” problema, a mio parere, non è tanto quello delle bufale o delle post verità, che vanno disvelate e contrastate, prima di tutto provando ad interrogarci se, molto banalmente, queste siano cause o effetti (non condivido tale linearità, la uso solo per semplificare) di complesse dinamiche. In altre parole, se costituiscano la “patologia” di un sistema – e mi riferisco non soltanto al sistema dell’informazione – o siano i sintomi di ben altre criticità che, per tante ragioni, non vengono esplicitate. E, oltre alla centralità strategica di istruzione, educazione, ricerca e formazione, una centralità più volte richiamata in questi anni, dobbiamo fare i conti con un’altra questione: quella riguardante una Politica e dei regimi democratici non più in grado, da tempo, di definire e realizzare le contromisure che davvero sarebbero necessarie per contrastare, a questi livelli, tali preoccupanti derive; derive che sono, in primo luogo, economiche e legate ai sistemi di potere ed ai cd. “cannibali digitali” che, di fatto, hanno in mano e governano il nuovo ecosistema. Ma la Politica – come scrivemmo anni fa – è da tempo “ancella” del potere economico e della tecnocrazia globale e non sembra più in grado di recitare il suo ruolo fondamentale di mediazione e negoziazione dei conflitti e delle pratiche di conflitto, che definiscono le nuove disuguaglianze e le nuove asimmetrie, a livello locale e globale.

Il rischio, estremamente concreto e correlato ad una serie di altri rischi (opportunità), è quello che se non proviamo a correggere da subito questo approccio/visione e questa impostazione generale, in atto in qualche caso anche a livello internazionale, tra qualche tempo, avremo molto probabilmente anche meno bufale e disinformazione in circolazione (sarebbe certamente un buon risultato, ma non basta!), ma continueremo ad avere a che fare e a confrontarci sempre più di frequente (basti pensare a dati e ricerche su analfabetismo, non soltanto funzionale, e povertà educativa, di cui finalmente si comincia a parlare un po’ di più) con una società civile e con opinioni pubbliche costituite da individui eterodiretti, iperconnessi e, talvolta, anche super informati, ma sostanzialmente isolati e facilmente condizionabili. Franco Ferrarotti (#CitaregliAutori) ha parlato addirittura, in tempi non sospetti, di “frenetici informatissimi idioti”! E, non a caso, parlai anni fa di una “nuova società di massa” iperconnessa e del rischio che si affermasse una “cittadinanza senza cittadini”.

E magari ci ritroveremo a dover fare i conti con un sistema, sempre più interconnesso e interdipendente, che, per esempio, potrebbe puntare ad eliminare certe informazioni perché non allineate, “non adeguate”, non conformi a certi dettami e linee guida, “non corrette” secondo certe visioni.

L’impressione è che continueremo, anche in futuro – in una sorta di eterno ritorno dell’identico a sé stesso – a contrastare tali criticità, sempre e comunque, ricorrendo alle solite logiche dell’emergenza arricchite, al livello delle narrazioni, dalle solite contrapposizioni – che tutti dichiarano (soltanto) di voler abbandonare – tra apocalittici e integrati, tra tecno-scettici e tecno-entusiasti, oltre che dalla consueta, e insopportabile, polarizzazione del dibattito, che porta sempre a vedere tutto con le lenti dell’ideologia, della faziosità, dell’appartenenza politica. Derive e traiettorie che impediscono qualsiasi (reale) approfondimento e rafforzano opinioni, luoghi comuni, stereotipi, visioni del mondo già abbondantemente consolidati. Cosa che, spero, non si verifichi almeno in questo caso.

Una considerazione: la correttezza e il fact checking vanno praticati, oltre che dichiarati, in ogni situazione. Al contrario, registro un numero sempre crescente di Autori/studiosi/giornalisti/blogger che, pur parlando sempre di credibilità, correttezza, responsabilità, fact checking, notizie false e/o inesatte, non citano mai le Fonti e gli Autori da cui riprendono idee, ipotesi, tesi e argomentazioni.

–

*Il concetto di eterodirezione è di David Riesman (1950), il quale la definisce come “atteggiamento attivo” in cerca della conformità di comportamento, attraverso una eccezionale sensibilità per le azioni e i desideri degli altri; tale atteggiamento riguarda attori sociali e soggettività che si rivelano poi incapaci di autonomia di giudizio e decisionale #CitaregliAutori

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