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Euro digitale, farlo bene e presto è necessario: perché sarebbe la moneta più sicura

L’euro digitale appare sempre meno come un’opzione e sempre più come una necessità. La questione non sembra essere se, ma come la nuova moneta debba essere creata. Prospettive, benefici e rischi

Pubblicato il 30 Nov 2022

Luca Fantacci

Università degli Studi di Milano e MINTS, Carefin Bocconi

euro digitale2

L’euro digitale è un progetto tecnico, ma con una forte valenza politica. Lo ha rimarcato la presidente della BCE, Christine Lagarde, lo scorso 7 novembre, a Bruxelles, nel suo discorso di apertura alla conferenza di alto livello con i membri della Commissione e del Parlamento Europeo: “l’euro digitale non è un progetto a sé stante, limitato al settore dei pagamenti. Si tratta piuttosto di un’iniziativa veramente europea che tocca varie politiche e investe la società nel suo complesso”.

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La BCE non è stata certo la prima delle banche centrali a contemplare l’emissione di una moneta digitale. Solo un anno fa, a ottobre 2021, il Consiglio Direttivo ha lanciato una fase investigativa, volta a esplorare l’opportunità di emettere un euro digitale. A quella data, secondo quanto emerge da un sondaggio della Banca per i Regolamenti Internazionali, oltre il 90% delle banche centrali era già al lavoro su progetti di moneta digitale (o CBDC, central bank digital currency) e il 60% aveva avviato qualche forma di sperimentazione. Nella sua tabella di marcia, la BCE si è data ancora un anno, fino all’autunno del 2023, per decidere se passare alla fase realizzativa.

Non si tratta di un ritardo negligente, ma di una doverosa cautela nell’avviare un progetto, il cui obiettivo si è delineato con crescente chiarezza nel corso dei primi mesi di intenso lavoro da parte della task force, guidata da Fabio Panetta. La posta in gioco è scolpita nelle parole lapidarie che campeggiano sul sito della BCE: “assicurare che nell’era digitale i cittadini e le imprese continuino ad avere accesso alla forma più sicura di moneta, la moneta della banca centrale”.

La forma più sicura di moneta

In che senso la moneta di banca centrale è la più sicura? Siamo abituati a usare una molteplicità di forme monetarie, considerandole tutte ugualmente affidabili: banconote, monete metalliche, depositi bancari… Nessuno oggi pensa che i soldi in contanti sotto il materasso siano più al sicuro che sul conto in banca. Occorre, dunque, precisare in che senso la moneta di banca centrale possa e debba essere considerata “la forma più sicura di moneta”.

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Di per sé, l’espressione potrebbe far pensare che la moneta detenuta nelle banche commerciali private sotto forma di depositi non sia altrettanto sicura. Chiaramente, però, non è da intendersi così – né, di fatto, è stata interpretata in questo modo. Altrimenti l’affermazione avrebbe rischiato di provocare una corsa agli sportelli, ossia, per l’appunto, una richiesta frenetica e generalizzata di convertire i depositi bancari in moneta di banca centrale. Invece ciò non è avvenuto, né può avvenire in sistemi bancari moderni, come quelli esistenti oggi in Europa, in cui un fondo di garanzia assicura la restituzione integrale dei depositi, anche in caso di fallimento della banca (fino a 100.000 euro).

Allora perché la BCE può affermare che la moneta di banca centrale è “la forma più sicura di moneta” se nell’uso corrente, per l’ordinario cittadino, è del tutto indifferente tenere i soldi in banca o in contanti? La risposta poggia su un argomento apparentemente sottile, ma in realtà fondamentale: la sicurezza dei depositi consiste interamente nella loro convertibilità in moneta di banca centrale. I depositi sono sicuri perché, e nella misura in cui, sono convertibili con assoluta certezza e prontezza in moneta di banca centrale.

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La creazione monetaria: una partnership pubblico-privato

La moneta utilizzata come mezzo di scambio e riserva di valore nel sistema economico ha due componenti: una pubblica, costituita dalle monete metalliche e dalle banconote emesse dalla banca centrale, e una privata, detenuta sotto forma di depositi presso le banche commerciali. Quest’ultima è la forma preponderante e costituisce in Europa circa l’85% del denaro circolante.

La creazione monetaria è, dunque, affidata a una partnership pubblico-privato, nella quale, tuttavia, il “senior partner” è la banca centrale. Infatti, fra i diversi tipi di moneta esiste una gerarchia. La moneta di banca centrale è chiamata anche “base monetaria”, proprio perché costituisce il fondamento del sistema: è l’unica moneta in senso proprio, dotata di potere liberatorio per il pagamento di tutti debiti. I depositi bancari possono essere considerati alla stregua di moneta solo in quanto sono convertibili in contanti. Perciò, la moneta di banca centrale può essere definita, come recita la versione inglese del sito della BCE, “l’àncora della stabilità del sistema monetario”.

Minacce alla sicurezza monetaria

Ora, come sottolineano Lagarde e Panetta in tutti i più recenti interventi (si veda questo post, oltre al discorso citato in apertura), l’avvento dell’era digitale può mettere a repentaglio la sicurezza del sistema monetario. Tre sono le minacce che, come le fiere a Dante nella selva oscura, possono causare alla moneta una deviazione dal suo corso, nell’intrico dell’innovazione tecnologica:

  1. la preferenza per i pagamenti elettronici che lascia prefigurare una graduale sparizione del contante e quindi una surrettizia privatizzazione del sistema monetario;
  2. la creazione di forme di contante digitale privato nella forma di criptovalute, il cui utilizzo esprime un’istanza di decentramento, ma si traduce spesso in forme imprudenti e destabilizzanti di speculazione;
  3. il controllo del sistema dei pagamenti da parte di potenze straniere, a causa dell’utilizzo di intermediari con sede extraeuropea (e, in prospettiva, la possibile diffusione di CBDC emesse da altri stati).

Ma vediamo più nel dettaglio in che cosa consista ciascuno di questi pericoli a cui l’innovazione tecnologica espone il sistema monetario.

Privatizzazione della moneta

La prima sfida è posta dalla crescente digitalizzazione del sistema dei pagamenti. In tutta Europa, come altrove nel mondo, assistiamo a un progressivo abbandono del contante a favore della moneta elettronica. Anche nel commercio al dettaglio si paga sempre più con carta, bancomat, telefono o altri dispositivi elettronici. Prima lo sviluppo dell’e-commerce e poi la pandemia hanno dato un forte impulso in questa direzione. Nel 2021 il valore dei pagamenti effettuati con strumenti diversi dal contante è aumentato del 18,6%, come riferisce l’ultimo rapporto della BCE. Si comincia a delineare la possibilità di un’economia “cashless”, in cui il denaro è completamente dematerializzato e il contante è sostituito in toto dai depositi.

Sul piano strettamente tecnico, la prospettiva della sparizione del contante non sembra presentare problemi, ma solo vantaggi. A una più attenta considerazione, tuttavia, qualche problema ci sarebbe. Innanzi tutto, vistosamente, per la tutela della riservatezza: assieme al contante, sparirebbe pure la possibilità di effettuare pagamenti anonimi anche per piccoli importi. Ma le implicazioni sarebbero forse ancor più gravi per la stabilità finanziaria: se, come ho ricordato, la moneta elettronica è quella creata dalle banche commerciali, la transizione da contante a moneta elettronica implicherebbe una totale privatizzazione del denaro. La moneta cesserebbe di essere un bene pubblico. E con ciò si perderebbe anche la sua sicurezza.

Infatti, l’emissione monetaria è tradizionalmente affidata a un’istituzione pubblica, la banca centrale, affinché la creazione di moneta risponda all’interesse pubblico di preservarne il potere d’acquisto e non all’interesse privato di massimizzare i profitti dell’emittente. Se esistesse soltanto la moneta privata, verrebbero meno tutti gli strumenti che oggi consentono alla banca centrale di controllare, sia pure indirettamente, la quantità di moneta e la stabilità dei prezzi.

Speculazione in criptovalute

La seconda sfida proviene dalle criptovalute che, a partire da bitcoin, si sono presentate come un contante digitale alternativo a quello emesso dalla banca centrale. Il proposito era quella di sottrarre la creazione di moneta non solo al monopolio della banca centrale, ma anche all’oligopolio del sistema bancario privato, in nome della democratizzazione del sistema monetario. Il limite imposto per costruzione alla quantità di bitcoin emessi avrebbe dovuto metterlo al riparo dall’inflazione a cui sono soggette le monete tradizionali. Invece, dopo aver toccato la quotazione massima un anno fa, superando 60.000, bitcoin, assieme a gran parte delle altre criptovalute, ha subito una svalutazione dieci volte superiore al tasso d’inflazione, perdendo il 75% del suo valore. L’emissione di un euro digitale consentirebbe di avere i vantaggi del contante in termini di riservatezza, senza rinunciare alla stabilità della moneta di banca centrale.

Alcune criptovalute di più recente creazione, le stablecoin, si propongono di ovviare a questo problema mantenendo il valore fisso in termini di una valuta o di un paniere di valute tradizionali. Tuttavia, poiché oltre il 99% delle stablecoin sono ancorate al dollaro mentre solo lo 0,2% è ancorato all’euro (come ha rilevato un recente rapporto della BCE), la loro diffusione in Europa contribuisce ad alimentare una terza minaccia alla stabilità monetaria.

Ingerenza straniera

L’ultimo potenziale pericolo, infatti, viene dall’estero. I principali intermediari nel sistema dei pagamenti hanno sede fuori dalla giurisdizione europea o sono comunque soggetti a influenza straniera. I circuiti di carte di credito che dominano il mercato hanno sede negli Stati Uniti. E il governo USA ha mostrato di poter esercitare un controllo indiretto anche sui pagamenti interbancari tramite la rete SWIFT, seppure essa abbia sede in Belgio.

Il rischio diventa ancor più grave, anche in questo caso, sull’onda delle più recenti innovazioni. Infatti, da un lato l’ingresso nell’ambito dei pagamenti di colossi tecnologici come Apple e Google contribuisce a erodere ulteriormente le quote di mercato degli operatori europei. Dall’altro, l’emissione di monete digitali di banca centrale da parte di altri paesi, e segnatamente della Cina, potrebbe favorire la diffusione di CBDC straniere in Europa, anche per i pagamenti al dettaglio.

La Commissione europea ha provato a promuovere la collaborazione fra le banche europee, in vista della possibilità di guadagnare il controllo su un’infrastruttura strategica come il sistema dei pagamenti, ma la European Payment Initiative non ha prodotto sinora risultati apprezzabili. L’emissione di un euro digitale potrebbe risolvere il problema alla radice – beninteso, nella misura in cui la sua implementazione fosse affidata ad aziende europee. Perciò ha fatto discutere la decisione della BCE di scegliere Amazon come partner per lo sviluppo di casi d’uso dell’euro digitale nell’ambito del commercio elettronico, anche se ciò di per sé non implica il coinvolgimento del colosso americano, né l’implementazione dei suoi prototipi, nella fase realizzativa.

La posta in gioco: la sovranità monetaria

In definitiva, l’euro digitale appare sempre meno come un’opzione e sempre più come una necessità. La questione non sembra essere se, ma come la nuova moneta debba essere creata: quali caratteristiche deve avere? Il compito è delicato, perché vi sono seri rischi anche nell’emettere una moneta digitale di banca centrale, sia per la riservatezza degli utenti, sia per la stabilità delle banche private che, qualora l’euro digitale risultasse troppo allettante rispetto ai depositi, vedrebbero assottigliarsi la loro principale fonte di finanziamento. Tuttavia, tali rischi possono essere attenuati se si riesce a iscrivere la CBDC in un’adeguata architettura informatica e istituzionale (come descritto più diffusamente in un rapporto che ho contribuito a elaborare per la Commissione Europea).

Viceversa, come ho cercato di mostrare, i rischi derivanti dalla mancata creazione di un euro digitale sono inaccettabili. La posta in gioco è la possibilità di preservare il carattere di bene pubblico della moneta, evitando che diventi oggetto di speculazione privata. L’adozione di una moneta digitale di banca centrale, a fianco di quella fisica, potrebbe consentire addirittura di rafforzare l’efficacia della politica monetaria, grazie alle possibilità offerte dalla tecnologia a registro distribuito (DLT, distributed ledger technology) di introdurre costi di detenzione, massimali, tassi d’interesse differenziali e altre forme di programmazione che portino il denaro dove serve e ne incentivino la circolazione.

Di fronte al proliferare di monete digitali pubbliche e private che valicano ogni frontiera, l’adozione di un CBDC consente, in ultima istanza, di preservare l’integrità del sistema dei pagamenti e la sovranità monetaria all’interno di un’area valutaria. Perciò si può dire a buon diritto che il progetto dell’euro digitale intercetta molteplici livelli politici e investe la società europea nel suo complesso.

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