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Direttore responsabile Alessandro Longo

Il Piano Crescita Digitale e la Sanità: verso la convergenza

di Paolo Colli Franzone, Osservatorio Netics

10 Dic 2014

10 dicembre 2014

La consultazione pubblica sul Piano Crescita Digitale è una notevole occasione per accelerare un processo di convergenza delle decine di iniziative avviate e in fase di attivazione in tema di Sanità Digitale. Pubblichiamo qualche anticipazione del documento di osservazioni e raccomandazioni che un gruppo di vendor IT invierà alla Presidenza del Consiglio dei Ministri entro i termini di chiusura della consultazione

La pubblicazione del Piano Crescita Digitale e l’apertura della consultazione pubblica sono due momenti centrali a coronamento di un 2014 che sicuramente ricorderemo come l’anno della discontinuità: un nuovo Governo decisamente “digital comfortable”, la rinascita dell’AgID dopo qualche anno di oblio e di tentativi più o meno riusciti di assalto alla diligenza, l’arrivo in zona Palazzo Chigi di un gruppo di veri innovatori, la costituzione della rete dei Digital Champions, e così via.
Abbiamo, finalmente, un piano che chiunque è in grado di leggere e di comprendere. Dopo anni e tonnellate di carta scritta da tecnici e burocrati per essere letta da tecnici e burocrati, finalmente un documento che persino il mio barbiere è riuscito a leggere dall’inizio alla fine trovandolo persino interessante.
Il sancta santorum dell’XML e del comma 3 articolo 2 cede il passo alla comunicazione nazional-popolare: vedi mai che questa volta ce la si possa fare, a portare il tema del digitale all’attenzione del grande pubblico.
Un grande risultato, come ammesso da tutte le parti sociali e le rappresentanze invitate a partecipare all’incontro di Largo Chigi del 4 dicembre: parole chiare, obiettivi concreti, tempi definiti. E, soprattutto, metriche attraverso le quali misurare “per davvero” il risultato ottenuto.

Nello specifico, per quanto riguarda la Sanità Digitale, il Piano mette in fila una serie di azioni (Fascicolo Sanitario Elettronico, Ricetta elettronica, Referti e ticket online) che rappresentano il completamento di un quadro probabilmente un po’ datato e forse un po’ disallineato rispetto alle direttrici di evoluzione del Servizio Sanitario Nazionale.
Ottimo quindi il voler portare a compimento una lunga serie di incompiute, agendo soprattutto in termini di ottimizzazione progettuale evitando la proliferazione di piattaforme di fascicolo (diciamo che 4-5 bastano, non è il caso di averne una diversa per ciascuna regione italiana) e la reinvenzione costante dell’acqua calda.


Forse, però, si può fare di più.
Magari traendo spunto dagli stimoli introdotti col Patto di Sanità Digitale e dai reali bisogni del sistema sanitario: partendo dalla necessità di completare (partendo da “quasi zero”) la digitalizzazione della sanità territoriale.
E’ chiaro a chiunque si occupi di Sanità che il futuro del SSN passa attraverso la continuità assistenziale e l’integrazione ospedale-territorio: solo così si può garantire l’universalità e la sostenibilità del sistema. E questa è una delle tipiche partite in cui il digitale è in grado di rappresentare l’elemento centrale a prescindere dal quale nulla può essere neppure solamente immaginato.


Poi c’è il ripensamento complessivo dell’emergenza sanitaria (118) e del sistema di Pronto Soccorso.
Poi c’è l’enorme tema della riprogettazione del sistema di cura primaria, dove i risvolti non impattano solamente la componente pubblica del SSN (le ASL e gli ospedali) ma vanno a incidere sulla quotidianità operativa dei medici di famiglia e dei farmacisti, per non parlare del sistema socio-assistenziale.
Parliamo di iniziative che impattano su centinaia di migliaia di operatori e sulla totalità degli assistiti.
Parliamo anche di politiche industriali e di ricerca, perchè andiamo a incidere su ambiti dove c’è praticamente tutto da costruire.

E’ forse giunto il momento che di Sanità Digitale ne comincino a parlare gli operatori del SSN, prima ancora di SOGEI e del MEF.
Nessuna delle grandi operazioni di sanità digitale in giro per il mondo è mai riuscita a “sfondare” in assenza di un fortissimo coinvolgimento di tutti gli addetti ai lavori.
Persino i tanto (forse troppo) vituperati medici di medicina generale, se soltanto la si smettesse di considerarli come terminali della SOGEI, non vedrebbero l’ora di tornare a fare i medici.
Così come anche i farmacisti, se soltanto la si smettesse di riempirli di burocrazia digitale, potrebbero tornare a fare le cose per le quali hanno studiato.

Un gruppo di vendor IT specializzati in sanità elettronica (e parliamo di aziende i cui fatturati rappresentano più del 50% del mercato IT Sanità) stanno predisponendo un documento di osservazioni e raccomandazioni che verrà sottoposto alla consultazione pubblica avviata da Palazzo Chigi e AgID.
E dopo questo documento, arriverà un Position Paper il cui obiettivo è quello di contribuire alla definizione di un modello di sanità del futuro in modalità coprogettazione col pubblico.
Avendo chiaro in mente che soltanto una governance partecipativa e inclusiva, con una regia centrale da affidare al Ministero della Salute e al confronto con le Regioni, può fare la differenza rispetto al passato.
Il gap da recuperare non è poco. Ma ce la si può fare.

  • Chiara Farinelli

    Condivido completamente quanto scritto nell’articolo, in particolare sulla necessità fondamentale di coinvolgere direttamente gli operatori sanitari in modo da proporre modelli e strumenti utilizzabili da chi lavora negli ambulatori e corsie, ovvero nel cuore della “fabbrica” sanità.
    Il motivo per cui fino ad ora i progetti nazionali e regionali sono restati al palo è principalmente perchè progettati e realizzati senza considerare le esigenze degli operatori. Naturalmente anche gli operatori devono accettare un modo di lavorare diverso, ma sicuramente più produttivo ed utile per tutti, sia pazienti che medici e per il SSN. Chiara Farinelli Ospedale Cuneo

  • Piergiorgio Annicchiarico

    Sono d’accordo, occorre allargare lo spettro, e avere una governance dei processi di innovazione che tenga veramente conto della complessità, con una modalità bottom-up, a partire dai territori su cui insistono le strutture delle AS (a contatto con i problemi quotidiani dell’erogazione dei LEA e dell’equità dell’accesso) e dagli operatori della medicina preventiva e delle cure primarie. Non biosgna dimenticare che sulle AS grava il “pesante fardello” di essere sia una pubbblica amministrazione tout-court (nonostante le spinte aziendaliste) e quindi sottoposta ai processi di innovazione e trasparenza della Agenda Digitale, sia di dover trasformare e innovare, più di altre pubbliche amministrazioni, i processi di produzione, mediante la cosidetta Sanità Digitale.
    Il problema sono le risorse. Si devono praticare, mediante opportune linee guida, forme innovative di finanziamento (perché non ricorrere anche al crowdfunding?), fare massa critica, abituarsi a misurare ex-ante ed ex-post i benefici, convincere i manager della sanità (ma con i numeri in mano) che l’innovazione è una risorsa di efficientamento e non un puro costo, convincerli ad accantonare nei bilanci i risparmi prodotti come ulteriori fonti di investimento, come previsto dal CAD. Senza questa azione, dove troveremo i fondi per fare sia la Sanità Digitale e garantire l’aderenza all’Agenda Digitale per la trasparenza e l’innovazione della Pubblica Amministrazione?

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