Casi di studio

Il software libero si fa strada tra le Pa locali

La Regione Umbria, la Provincia di Macerata, la Provincia di Bolzano e quella di Cremona: si moltiplicano anche in Italia i casi di amministrazioni che adottano alternative a quelle proprietarie. Con successo e senza traumi

Pubblicato il 20 Nov 2013

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La Regione Umbria, la Provincia di Macerata. La Provincia di Bolzano e quella di Cremona. Sono alcuni esempi di un movimento che sta attecchendo anche in Italia, dopo essersi distinto in Francia, Spagna e altri Paese europei: pubbliche amministrazioni locali che adottano con successo il software libero.

Giova ricordarlo: l’Articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale – approvato nella forma attuale nel 2012 – ha introdotto una norma particolarmente favorevole al software libero, in quanto richiede alle Pubbliche Amministrazioni di effettuare – prima di procedere all’acquisto di qualsiasi programma – una valutazione comparativa delle diverse soluzioni disponibili sulla base del costo complessivo, dell’uso di formati standard e aperti, e delle garanzie di sicurezza e servizio offerte dal fornitore, e di procedere all’acquisto di software proprietario solo di fronte all’impossibilità di utilizzare software libero o riutilizzare soluzioni già acquisite.

Ovviamente, una norma come questa ha scatenato nelle aziende della pubblica amministrazione reazioni diverse ma sempre favorevoli, a seconda che all’interno della struttura ci fossero o meno delle persone competenti nell’area del software open source oppure no, o che la situazione delle licenze del software proprietario fosse più o meno in linea con gli aggiornamenti. Infatti, la presenza di tecnici abituati a interfacciare le comunità del software libero ha fatto da acceleratore, in quanto il dettato della legge è stato trasformato in opportunità per una migrazione attesa da tempo, così come la necessità di aggiornare le licenze del software proprietario in scadenza, perché le esigenze di budget hanno fatto pendere l’ago della bilancia a favore delle applicazioni open source.

Naturalmente, l’esempio di tutte le esperienze internazionali legate a migrazioni di grande successo, come quelle del Governo Francese, della Regione di Valencia in Spagna o della città di Monaco di Baviera, che è passata da Windows a Linux – server Debian e desktop Ubuntu – senza traumi, con un vantaggio sia in termini di riduzione delle spese (misurate in milioni di euro all’anno) sia di indipendenza dai grandi vendor internazionali, sono state determinanti per una valutazione positiva della fattibilità dei progetti.

In particolare, l’indipendenza dai vendor IT è un fattore che fino a oggi è stato trascurato troppo spesso, ma che ha un’importanza fondamentale quando si parla di denaro pubblico: infatti, il software libero svincola gli enti pubblici dagli effetti del lock in (vincolo) rispetto alle scelte strategiche delle aziende multinazionali. Pensiamo, per esempio, alle nuove versioni di Microsoft Windows e Office, che spesso costringono a sostituire la piattaforma hardware, con un costo aggiuntivo rispetto a quello del software. Una situazione che non si verifica quasi mai con il software libero, che è molto più attento alla protezione degli investimenti e quindi ha quasi sempre esigenze inferiori (oltre alla disponibilità di versioni “leggere” dei sistemi operativi, pensate in modo specifico per i vecchi PC).

All’interno di questo scenario si è inserita la presenza della Document Foundation, la fondazione no profit – completamente indipendente – che coordina lo sviluppo e promuove LibreOffice, la suite di produttività individuale erede di OpenOffice. La presenza di un organismo che non promuove gli interessi di nessuna azienda, ma solo quelli degli utenti, è stata determinante per convincere gli enti pubblici – che non sono abituati a un approccio completamente privo di secondi fini commerciali – ad affrontare il percorso della migrazione sapendo di poter contare su un partner che promuoveva i loro interessi e non i propri (se si esclude, ovviamente, l’uso di LibreOffice).

La prima a muoversi è stata la Regione Umbria, che ha iniziato un progetto molto complesso di migrazione che è partito dai dipendenti della Provincia di Perugia e coinvolgerà nel corso di un triennio l’Azienda Sanitaria Locale e la stessa regione, passando anche per le scuole. Il progetto – battezzato LibreUmbria – è cominciato nella primavera del 2012, e dopo una serie di riunioni durante l’estate è passato a una fase operativa nel mese di novembre con il corso di formazione per il gruppo dei formatori e dei tecnici per il supporto degli utenti. La mossa decisiva, in ogni caso, è stata quella della creazione di un sito – http://www.libreumbria.it – che è diventato il fulcro della comunicazione, ed è stato alimentato con tutti i documenti relativi al progetto stesso. In questo modo, la resistenza al cambiamento, che si è rivelato lo scoglio più difficile da superare nel caso delle migrazioni – i problemi, infatti, sono di carattere psicologico e non tecnico – è stato affrontato prima ancora che nascesse. Oggi, i dipendenti della Provincia di Perugia chiedono di passare a LibreOffice sulla scorta dell’esperienza dei loro colleghi, che danno un giudizio molto positivo della suite di produttività, con la quale riescono a fare più cose e in modo più rapido ed efficiente rispetto al passato.

Sotto il profilo dei costi, la migrazione a LibreOffice della Provincia di Perugia si è tradotta in un risparmio di circa 228.000 euro, ovvero la differenza tra la cifra di 284.000 euro, necessari per l’aggiornamento delle licenze di Microsoft Office alla versione 2013, e quella di 56.000 euro investiti nelle attività di formazione e nella preparazione dei tecnici per il supporto.

Il secondo esempio importante di migrazione a LibreOffice, che si è tradotto in un successo sia sotto il profilo dei risultati sia sotto quello della riduzione delle spese, è stato quello della Provincia di Macerata. Qui, il processo è partito dall’assessore provinciale all’innovazione, che ha analizzato a fondo le esigenze della struttura e ha disegnato un percorso di migrazione con un paio di opzioni, che ha portato al risparmio di 100.000 euro per circa 500 PC, e a un investimento di 100.000 euro nell’infrastruttura. In questo caso, la migrazione a LibreOffice ha “liberato” delle risorse che sono state investite a livello locale, con un vantaggio significativo nei confronti dell’aggiornamento delle licenze del software proprietario.

La possibilità di trasformare la spesa per l’acquisto delle licenze in investimenti a livello locale per i servizi di formazione e supporto, e per altre attività legate alla gestione e al potenziamento dell’infrastruttura IT, è un altro dei punti di forza delle migrazioni al software libero. Spesso, infatti, queste vengono viste come un mero abbattimento dei costi, quando invece si traducono quasi sempre nell’opportunità di investire una parte del risparmio in attività locali.

Regione Umbria e Provincia di Macerata rappresentano gli esempi più virtuosi di un movimento che coinvolge la Provincia di Bolzano e quella di Cremona, e molti altri enti pubblici di ogni dimensione. Un modo positivo per fare un altro passo in avanti verso l’Agenda Digitale.

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