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strategie di governance

Innovazione nella PA, così l’Emilia-Romagna mette “in rete” le competenze

Il modello delle “Comunità di pratiche partecipative” consente di superare il lavoro per silos abbattendo steccati e rimotivando personale e cittadini. E’ quanto sta ottenendo la Regione con un progetto che punta a spingere politiche integrate e creare valore pubblico

07 Ago 2019
Sabrina Franceschini

Responsabile Area Comunicazione di cittadinanza – Regione Emilia-Romagna


Lo sviluppo della cittadinanza digitale passa attraverso la trasformazione dei processi interni alla PA. Succede in Emilia-Romagna dove la Regione sta sperimentando con successo un modello “corale” di sviluppo che fa perno sulla creazione di una Comunità di Pratiche partecipative.

Sono i due binomi “Lavorare assieme, lavorare meglio” e “Con più soddisfazione, con più risultati” che possono identificare le ragioni e i risultati del progetto promosso dalla Regione. Il progetto è nato sulla base di un’intuizione figlia della lettura di un contesto: quello nel quale i diversi settori della Regione, pur condividendo bisogni e interessi a una materia, avevano poche occasioni di lavoro comune. Come è possibile realizzare politiche partecipate integrate se non vi è collaborazione tra i diversi soggetti attuatori? Ma ancor di più, può una policy trasversale, come la partecipazione (ma in altri casi lo è, per esempio, la trasformazione digitale) diventare il “cavallo di Troia” per superare gli steccati e il lavoro per silos?

E’ questa la scommessa posta sul tavolo all’inizio di un percorso di co-progettazione, supportato per le attività di creazione, attivazione, mentoring e accompagnamento da facilitatori professionisti che fanno parte dell’Associazione Internazionale dei Facilitatori IAF, che ha coinvolto inizialmente un primo nucleo ristretto di funzionari, per poi allargarsi nei mesi, fino a produrre i primi risultati da presentare, prima all’ente in modo più ampio, e poi a tutta la comunità regionale.

Innovazione e partecipazione, la nascita del progetto

Ma andiamo per gradi. E’ il febbraio del 2018 quando alcuni “carbonari” cominciano a sognare, tracciando su fogli con pennarelli colorati, la loro visione di un modo nuovo e diverso di lavorare, insieme.

Il primo gruppo verifica il bisogno intuito, poi comincia a ricostruire la storia della partecipazione in regione, e la ripercorre attraverso i racconti dei suoi protagonisti: le persone. Profili diversi, competenze diverse, oggetti diversi sui quali si lavora, ma un interesse comune, la partecipazione e la voglia su questo di confrontarsi e, fin da subito, aiutarsi.

Tutte le caratteristiche già individuate 30 anni fa da Étienne Wenger quando con una definizione che ha fatto scuola identificò “un gruppo di persone che condividono un interesse o una passione per qualcosa che fanno e imparano come farlo meglio grazie a una regolare attività di interazione reciproca” come una “Comunità di pratica”.

Il gruppo individua alcuni obiettivi generali quali innovare e rafforzare l’impatto delle politiche pubbliche, creare un sistema di collaborazione e apprendimento intersettoriale, fare emergere le opportunità di mettersi insieme e collaborare per fare partecipazione.

Poi attraverso un processo iterativo e incrementale il gruppo si allarga, le proposte e le progettualità prendono forma. Viene progettata e realizzata un’indagine rivolta a tutte le strutture della Regione per avere una mappatura completa delle iniziative e delle persone che vi contribuiscono. A novembre si allarga la platea, il progetto viene presentato con un Open Space Technology. Progettato e facilitato dal nucleo di progetto, si raccolgono i bisogni e le idee e ci si riconosce come parte di un gruppo.

Comunità di pratiche, le prime applicazioni

La comunità può dirsi compiuta, si esce dalla fase progettuale e si comincia a lavorare, concretamente, assieme, ai progetti. Un primo evento partecipativo era già stato gestito dalla comunità in estate, con facilitatori di settori diversi, formati e impegnati in quanto “componenti della comunità”. E’ la prima iniziativa co-progettata e co-gestita, ed è un successo. Non solo per il gradimento del servizio committente, ma per la buona riuscita riconosciuta dai partecipanti e per la soddisfazione dei “facilitatori della comunità di pratiche” che per la prima volta si mettono in gioco su un ruolo nuovo e cominciano ad applicare, in una situazione reale, le conoscenze acquisite.

Si progetta poi un’iniziativa formativa rivolta a tutto il territorio, l’Autoscuola della partecipazione, che, anche su impulso della nuova legge regionale sulla partecipazione (l.r. 15/2018), che assegna alla Regione il compito di sviluppare competenze interne alla pubblica amministrazione sulla partecipazione, raccoglie 180 adesioni, mettendo insieme funzionari della Regione e operatori pubblici di tutto il territorio regionale.

L’Autoscuola è un percorso di formazione ma è anche e soprattutto un modo per accompagnare e supportare lo sviluppo della Comunità di pratiche. Nascono le prime progettualità condivise, non solo tra i settori della Regione, ma tra Regione ed enti locali. Si comincia a sviluppare un linguaggio comune, si apprende gli uni dagli altri, non è quasi mai una formazione frontale da uno a molti, il metodo è quello che viene definito action learning, si impara facendo, ancora una volta facendo assieme.

La sfida del lavoro collaborativo

La comunità usa fin dal principio piattaforme per il lavoro collaborativo ma con l’apertura di uno spazio, una piazza, su ioPartecipo+, il canale che la Regione usa per supportare i processi partecipativi, i contenuti prodotti: le possibilità di interazione sono disponibili per tutti.

Una vera comunità di pratiche, ci insegnano in letteratura, vive e si nutre della sua flessibilità e della mancanza di regole e obblighi tra i partecipanti. Il principio di totale volontarietà non si sposa però appieno con le regole, quelle invece sì piuttosto rigide, delle pubbliche amministrazioni. La sfida dunque è trovare il giusto punto di equilibrio tra il mantenere la libertà, in qualche modo l’informalità, che è motore dell’entusiasmo delle persone che aderiscono, bilanciato però dalla necessità di quelle stesse persone di giustificare l’uso del proprio tempo in un’attività poco codificata.

Saranno i risultati perciò, insieme alla soddisfazione non solo nell’averli raggiunti, ma nel processo che li ha determinati, la chiave di volta per giustificare un modo di lavorare che, come per altri versi lo smart working, non pone l’accento su aspetti formali del lavoro (l’orario, il mansionario, ecc…) ma sugli impatti e il contributo reale che ognuno porta alla creazione di valore pubblico.

Qui il racconto completo del progetto (pdf).

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