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il bilancio

Italia digitale, Mucci: “Cinque anni tra luci e ombre e ora è caos”

di Mara Mucci, Vicepresidente Commissione parlamentare di inchiesta sulla digitalizzazione della PA

11 Gen 2018

11 gennaio 2018

Molte cose sono state fatte in questa legislatura, soprattutto piani e nomine straordinarie. Ma non abbiamo risolto il grande problema di un’assenza di visione strategica complessiva. Come dimostrano anche le ultime vicende in Legge di Bilancio. La politica si è dimenticata del digitale

Un anno e mezzo fa fu nominato Piacentini – ex manager di Amazon- come commissario straordinario per il digitale. All’epoca partivamo da progetti con diversi anni di vita, ma ancora incompiuti (l’anagrafe nazionale della popolazione residente – ANPR- progetto datato 2001 con una manciata di comuni aderenti, o SPID, progetto con un paio di anni di vita, non decollato). Con un’agenzia (agid) che aveva subito e sofferto numerosi cambiamenti, di nome ed organizzazione, e che mancava di brillantezza.

Un paese scollegato, scoordinato e non efficiente dal punto di vista della spesa pubblica sul digitale. Enti locali e ministeri in mano alle partecipate. Scarse competenze digitali interne alle PA, scarsa consapevolezza della cittadinanza sull’utilità del fattore digitale, scarsa attenzione politica al tema.

Cos’è cambiato?

In un anno e mezzo, con il lavoro del commissario Piacentini, del suo team, e del comitato di indirizzo dell’Agid, presieduto da Stefano Quintarelli, è stato prodotto il Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica amministrazione. Su ANPR pare ci sia stata una maggiore attenzione, e siamo saliti a quota 22 come comuni aderenti (entro metà 2018 Piacentini promette metà dei comuni italiani collegati ad ANPR). Il CAD è stato ulteriormente rivisto (ormai non si contano più le volte). Spid è diventato un obiettivo strategico. La copertura banda ultra larga è decollata (ma ancora non abbastanza il numero di abbonati). Abbiamo un piano Industry (Impresa) 4.0.

Al di là di questi passi avanti, ricordo cosa dissi a Piacentini ormai un anno e mezzo fa.

Gli suggerii di avere un approccio sovversivo. Gli suggerii di girare l’italia, a partire dagli enti locali, dai comuni più piccoli, dalle partecipate. Ecco oggi, quel giro, credo servirebbe ancora. Perché al di là dell’impostazione sul digitale che è stata data, un tassello importante manca nel puzzle. L’attuazione della nostra strategia.

Come fare?

Intanto superare questa logica emergenziale con una soluzione più strutturale.

Perché il vero dato da cui partiamo è questo: siamo 25emisi su 28 paesi come livello di “maturazione digitale”. Indietro dal punto di vista del capitale umano e dei servizi pubblici digitali. Siamo 25 esimi su 28 per uso dei servizi e government. I primi solo nella lunghezza delle file per comprare il nuovo iphone.

E questo dovrebbe essere un sonoro campanello d’allarme.

Perché è inutile fare paragoni con l’Estonia, se poi balliamo sul pavimento.

L’e-government estone è nato 15 anni fa, e la prima cosa a cui ha pensato il governo, è stata organizzare corsi di informatica per l’intera popolazione: due giorni di teoria e pratica totalmente gratuiti per bambini, adulti e anziani. Questa cosa mi è rimasta impressa.

Perché la maggioranza parlamentare che sostiene il governo italiano, nell’ultima legge di stabilità, invece di pensare come formare al meglio dipendenti pubblici e cittadinanza, ha ben pensato di finanziare Isiamed, 3 ml di euro l’anno, “al fine di affermare un modello digitale italiano come strumento di tutela e valorizzazione economica e sociale del Made in Italy e della cultura sociale e produttiva della tipicità territoriale”. Così, come un fulmine a ciel sereno. In modo del tutto slegato dalla strategia che il governo ha avviato in questi anni, senza obiettivi specifici temporali, e soprattutto senza che il ministro competente – Calenda – ne fosse a conoscenza.

In compenso, sempre la stessa maggioranza parlamentare, ha pensato di bocciare l’emendamento della commissione di inchiesta digitale, che proponeva un registro trasparente di dirigenti con competenze digitali e manageriali, nonché fondi per l’assunzione di tali figure, responsabili per la transizione al digitale delle nostre PA (poi ci domandiamo il perché dei nostri latenti risultati).

In una parola, il caos di obiettivi e strategia.

Bene. Io credo non si possa più andare avanti , se non si comprende che la digitalizzazione, il ripensamento dei processi, le nuove tecnologie, devono necessariamente comprendere un cambiamento culturale. La digitalizzazione, intesa in tutte le sue manifestazioni, strumenti, norme, indicazioni, è solo la punta dell’iceberg. Senza una formazione adeguata di dipendenti e dirigenti, senza la consapevolezza e la cultura dei diritti digitali della popolazione, senza un piglio convinto da parte della politica, resterà ancora e solo lettera morta. O meglio, norma inattuata. O meglio, piano triennale per il digitale, appeso al palo della nostra in conclusione.

Consapevolezza, competenza, partecipazione.

Stiamo investendo su questo?

Controlli sul rispetto della normativa, ed un braccio operativo che abbia gli strumenti per sostenere i precetti normativi: l’agenzia per l’Italia digitale, con pieni poteri. Anche di controllo. Anche sanzionatori.

Potrei dire molto altro. Perché le lacune sono riscontrabili in diversi settori (il digitale è assolutamente pervasivo). Ma il dato di fatto è che fatta la norma, fatto il commissario straordinario, non si è rinnovato un bel niente.

Serve crederci.

E vediamo se nei prossimi giorni, oltre a parlare di bustine biodegradabili, o mance elettorali, si parlerà anche di un argomento così importante.

Farebbe comodo anche a noi risparmiare un 2 o 3% di PIL. Non credete?

  • Pietro Di Iorio

    Ma se la politica è “distratta”, detto da un politico, come possiamo mai pensare di parlare noi di innovazione digitale se l’argomento non interessa a chi ci governa ??
    Cara On.le benvenuta tra noi adesso sa come ci si sente ad appartenere ad un insieme (io quello dei dipendenti pubblici, Lei quello dei politici) e sentirsi “diverso” solo perchè tentiamo di proporre innovazione che a noi appare “utile” per il resto della comunità, ma continuiamo a sentirci dire “… io non capisco un bel niente di informatica!!!”

    • elena

      O peggio, ci sentiamo dire “ma voi siete la causa dei problemi, siete voi che impedite l’innovazione”

    • Fili

      Caro Pietro, concordo pienamente su quanto hai scritto.
      Da tecnico informatico in pensione, mi permetto di aggiungere una aggravante.
      La Onorevole o i suoi colleghi dei vari partiti che: “Non capisco un bel niente di informatica!!”
      Sono quelli che scelgono chi mettere come: componeti dei CDA, i COMMISSARI,i FUNZIONARI delle varie società destinate a SANARE il DIGITAL DIVIDE in ITALIA.

      Auguri

  • Federico

    La sterilizzazione dell’emendamento che doveva finanziare le iniziative per la crescita delle competenze ICT nella PA (non solo tra gli “addetti ai lavori”) si allinea alla ormai consolidata visione/gestione burocratica del c.d. “piano delle performance” (collettiva ed individuale).
    Se la politica non riesce ad incidere su questi processi chiave, poche speranze restano ai cittadini che giustamente hanno una più alta aspettativa dei servizi della PA.
    Su questo si sente poco nella ormai avviata propaganda elettorale …

  • Marite Byrne

    Leggere questi articoli ha qualcosa di surreale: si parla di digitalizzazione nella P.A., ma sembra di essere in uno di quegli incubi in cui fai un passo e tre indietro. Le competenze minime digitali richieste nella P.A. sono semplicemente ridicole, l’età media dei dipendenti è di 55 anni e il patrimonio di conoscenze dei giovani non può essere utilizzato per il blocco delle assunzioni.

    Le procedure farraginose e i programmi che “non si parlano” non sono di aiuto; per esempio, non è infrequente creare i file in Excel (per quei pochi che sanno usarlo, ovviamente) poi rielaborare i dati in pdf e doverli riportarli manualmente su Word o Excel. E parliamo di digitalizzazione? Le uniche cose che effettivamente funzionano sono la fatturazione e la liquidazione elettronica, ma la realtà è molto diversa dai sogni che ci che ci vengono raccontati.

  • Roberto Salimbeni

    Lancio una proposta. Visto che il problema di fondo è l’ignoranza informatica di dirigenti e quadri della PA, si dovrebbe obbligatoriamente affiancare a questi signori per 6 mesi un giovane Max 25 anni, pagato decorosamente, per insegnare all’uso evoluto dell’informatica. Però, contemporaneamente, buttar via dalla scrivania tutto il cartaceo. A fine dei 6 mesi, cambiando tutor, si fa l’esame. Chi non lo passa torna indietro di un passo nella sua carriera impiegatizia o dirigenziale. Bisogna anche fare un po’ di terrorismo verso certe persone recalcitranti. Solo se si è messi contro un muro si reagisce.

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