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Direttore responsabile Alessandro Longo

il commento

L’Agid serve, ma facciamo un Dipartimento in Presidenza del Consiglio

di Paolo Colli Franzone, Osservatorio Netics

20 Feb 2015

20 febbraio 2015

E ci risiamo col gossip. Magari verremo smentiti dai fatti, ma questa notizia su una più o meno imminente chiusura dell’AgID lascia perplessi. Soprattutto, non è questo il modo di risolvere il problema: ci vuole un Dipartimento a Palazzo Chigi, e anche il più in fretta possibile

Francamente confesso di non essermi appassionato più di tanto di fronte al “notizione” pubblicato da “Italia Oggi” e “MF”.
Il Presidente del Consiglio vuole chiudere l’AgID, dando retta ai suggerimenti del suo Consigliere Guerra.
Sarà. Lo vedremo.
Quello che è certo, è che mai come questa volta – anche se non piacerà al Premier – vale lla pena di dire che “il problema è un altro”.
E si chiama governance.
Niente che non sia già stato scritto più volte praticamente da tutti: manca un Dipartimento in Presidenza del Consiglio dei Ministri. Punto.
Tutto il resto è un mix fra noia, gossip, cattiva digestione di qualche rosicone al quale non pare vero di poter sparare l’ennesima pallottola di inchiostro sulla DG dell’AgID. La quale – vale la pena di ricordarlo – è insediata al sesto piano di Via Liszt da neppure sei mesi.
Anche volendolo, è difficile fare danni in così poco tempo.

Torniamo al punto: manca il Dipartimento.
Manca “uno”, il Capo.
Abbiamo il Digital Champion, il consulenti del Presidente, il consulente del Ministro della PA, i saggi e gli indirizzatori.
Sicuramente tutte persone assolutamente allineate fra loro, in una spettacolare unità di intenti. Non lo mettiamo in dubbio.
Ma anche in questo caso, non è dato sapere “chi detiene il boccino”.
E così succede che nascono siti come il mitico “verybello”. E poco importa, ai giornalisti e ai blogger, che l’AgID non possa fare assolutamente nulla per evitare che nascano. Molto più semplice puntare il dito e dire “tutta colpa sua!”.

E allora facciamolo, ‘sto benedetto Dipartimento!
Prendiamo uno bravo, qualcuno (qualcuna?) con una bella esperienza di mercato, magari maturata fuori dall’Italia.
Gli affianchiamo un altro bravo, qualcuno capace a destreggiarsi fra commi e regolamenti e a muoversi nelle segrete stanze di Palazzo, giusto per evitare che “il nostro” caschi nel trappolone di turno che inevitabilmente gli sarà teso dai non pochi burontosauri in servizio permanente effettivo.
E poi popoliamo il Dipartimento mettendoci dentro uno o più esperti per ciascuno dei macro ambiti istituzionali: interno, difesa, esteri, salute, trasporti, agricoltura, turismo, eccetera eccetera.
Scopo del gioco: mettere in pista uno straccio di Piano. La vision; gli obiettivi; le strategie; i tempi e i modi per l’execution. Le modalità di ingaggio dei player privati. Le metriche per arrivare a un certo punto a capire se quanto si è fatto ha funzionato o no.

Poi, ma solo poi, decidiamo se l’AgID serve o non serve.
Detto che probabilmente ci si accorgerà che serve.
Magari con qualche rimpiazzo, magari con qualche ritocco all’impianto organizzativo.
Ma serve.
Serve a scrivere regole tecniche, serve a mettere in piedi modelli e circuiti virtuosi quali ad esempio “PagoPA”.
Serve ad abilitare lo sviluppo di un modello unitario (non “unico”: pregasi cogliere la sfumatura) di Italia Digitale.

Se c’è un Presidente del Consiglio dal quale ci aspettiamo una sensibilità particolare rispetto al tema, è proprio Matteo Renzi.
Allora, Presidente: lo vogliamo fare, questo benedetto Dipartimento?
Ma soprattutto: lo vogliamo davvero digitale, questo benedetto Paese?
 

 

  • giospoto

    Egregio Dott. Colli Franzone,
    E’ mio parere che i Suoi articoli siano sempre interessanti, anche questa volta mi trovo pienamente d’accordo con quanto Lei ha scritto. Qualsiasi progetto di innovazione (non solo tecnologica) richiede una governance molto forte e, soprattutto, alta.

  • Attilio A. Romita

    Il Burusaurus Rex ringrazia per la creazione di una nuova casa di riposo per far finta di governare innovazione e cambiamento intasandolo di commi, leggine, leggette e bolli tondi.
    Forse sarebbe più opportuno rivedere i compiti di AGID, dargli più potere e se proprio si vuole cambiamo il valore dell’ultima lettera dell’acronimo in DIPARTIMENTO.
    Non basta creare un nuovo ministero per fare, occorre volere e saper fare e, nel nostro caso, cominciare a sfoltire i Ministeri ed affini dei mille Burusauri Reges …forse i nuovi entranti potranno fare qualche errore di gioventù ed inesperienza, ma sicuramente non resteranno fermi ed immobili “aspettando Godot” nella Fortezza Bastiani!
    Sono vecchio e ne ho viste tante, ma non mi par di vedere la necessità di un’altro Ministero “con o senza portafoglio”!

  • Onepoint

    Spett.le Dott. Colli Franzone,
    le organizzazioni sono fatte di PERSONE, che rappresentano (nel bene o nel male) il principale asset aziendale, nel pubblico come nel privato. E la qualità media delle persone, in particolare dell’attuale classe dirigente, non è esattamente il “pezzo forte” della PA italiana…
    Per questo motivo, purtroppo, dubito che il semplice cambiar nome o natura giuridica all’AgID porterebbe i benefici da lei auspicati. Come ha già scritto un altro lettore, per fare bene occorre “voler fare” e “saper fare”: due cose tutt’altro che scontate in questo paese.
    E non credo neppure che, per rimpiazzare qualche testa, sia necessario guardare troppo lontano… Persone in gamba, con una bella esperienza di mercato, maturata anche fuori dall’Italia, sono già entrate numerose in diverse Pubbliche Amministrazioni negli ultimi 4-5 anni, e lo hanno fatto partecipando ad una difficile e rigorosa procedura concorsuale pubblica, vinta esclusivamente grazie alle proprie conoscenze tecniche, capacità e competenze specifiche, non certo grazie a favoritismi o alla chiamata diretta dal mercato.
    Basta dare un’occhiata ai CV degli ultimi Funzionari assunti in Banca D’Italia, Agenzia delle Entrate, Comune di Roma… tanto per citare qualche esempio.

    Dunque le competenze ci sarebbero pure: il problema è che questi Funzionari non hanno voce in capitolo (non ancora, perlomeno), non sono coinvolti nelle decisioni strategiche, insomma non “governano” i processi di digitalizzazione dei rispettivi Enti di appartenenza.

    Come direbbe l’Ing. Attias, dobbiamo dunque ripartire dalle persone: quelle che già ci sono, però!
    Anche perchè, in tutta franchezza, in un paese come l’Italia – dove la corruzione dilaga anche nel mondo privato – mi riesce difficile pensare che chi è stato imprenditore di successo per tanti anni, per quanto onesto, non sia dovuto scendere a compromessi ed abbia potuto mantenere vivi, in cima alle proprie priorità, due valori come l’onestà e la trasparenza di cui il nostro paese ha un disperato bisogno. Anche in questo, l’Italia non è l’America… perciò attenzione ad abusare di uno strumento come l’assunzione diretta dal mercato, specialmente se nella definizione di “mercato” rientrano aziende di stato come Enel, Finmeccanica, Poste, Sogei.

    Per il resto, le mie conclusioni sono identiche alle sue.
    E l’interrogativo principale rimane il seguente: esiste DAVVERO la volontà politica di cambiare lo status quo?
    Boh…

  • Tonino

    Condivido. L’Agid serve e deve essere potenziata. Il suo compito principale dovrebbe essere quello di far uscire la P.A. dal particolarismo informatico e dargionare su sistemi capaci di censire gli operatori ed i saperi e le risorse in genere. Con informazioni certe attinte in modo decentrato, il decisore politico avrà modo di fare scelte oculate in merito alla distribuzione sul territtorio. Potrà definire fabbisogni prospettici e indicare ai nostri ragazzi quali sono gli spazi occupazionali del futuro. Un progetto così ampio ha bisogno di un polo autorevole che lo porti avanti sulla base delle indicazioni del Governo ma con una certa autonomia strategica.

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