Governo

La neutralità della rete resta fuori dal Consiglio europeo.

Si è svolto oggi il Consiglio Europeo dedicato alle TLC, presieduto dal sottosegretario Antonello Giacomelli. Il Governo Italiano rassicura i cittadini sulle sue intenzioni, ma non mostra i documenti da cui risulterebbe un cambio di rotta sulle norme in tema di Net Neutrality.

27 Nov 2014
Fulvio Sarzana di S.Ippolito

avvocato, Studio legale Sarzana e Associati, Roma

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Il discorso di Antonello Giacomelli nell’ambito della Presidenza del Consiglio Europeo dedicato alle TLC, si segnala per un alto richiamo ai principi declinati dal prediente Obama e dallo stesso Stefano Rodotà nel corso dell’internet governance forum, e di questo non potevano aversi dubbi, visto il pedigree democratico del sottosegretario alle Comunicazioni.

Solo che le parole, come già ho sostenuto, hanno un peso, se sono precedute da documenti inviati agli altri Paesi (che infatti hanno discusso su quei documenti) e se sono accompagnate da fatti concreti, soprattutto da definizioni normative che, come ha detto fino a ieri sera lo Zar digitale della UE Andrus Ansip, necessitano di essere specifiche (e specificate).

Da dove nasceva il problema e le polemiche di questi giorni?

Dai documenti fatti circolare dalla Presidenza Italiana ed indirizzati ai delegati degli Altri Paesi del Consiglio, rispettivamente, il 14 ed il 21 novembre scorsi.

I documenti non risultano essere stati smentiti né modificati prima della riunione odierna dalla Presidenza Italiana, ed infatti formano tutt’ora la base della discussione da parte degli Stati Membri del Consiglio, pur essendo state definiti, con noncuranza, come semplice “state of play”.

Lo “state of play” peraltro non è una “roba tecnica” non riconducibile a nessuno o frutto del mero lavoro tecnico, come era sembrato o lasciato trapelare , bensì la proposta del Governo che è di turno alla Presidenza, e sulla quale si registrano le convergenze (o le divergenze) degli altri Paesi.

Ciò è vero soprattutto quando il Paese sta per lasciare la Presidenza ( come sta accadendo per l’Italia) e deve esprimere la propria posizione definitiva agli altri partecipanti.

Il primo fra i documenti citati in particolare contiene le modifiche all’art 23 del testo normativo sul digital single market. Secondo la proposta italiana le definizioni di net neutrality e di servizi specializzati vengono rimosse.

Si tratta di un’invenzione Italiana che intende realizzare il classico colpo al cerchio e uno alla botte.

Al cerchio, perché eliminando la net neutrality si è cercato di parare i dubbi dei Paesi che hanno forti interessi economici legati alle grandi compagnie di telecomunicazioni, e alla botte perché eliminando il termine servizi specializzati (quelli che potrebbero condurre alla discriminazione per scopi commerciali) si speravano di ammorbidire le posizioni di paesi quali l’Olanda ad esempio, più vicine alle istanze dei cittadini digitali.

Ricordiamo però, che il Governo Italiano, nel secondo dei documenti citati chiarisce, ambiguamente che i servizi specializzati, non vengono proibiti né regolamentati.

Orbene, se il Governo Italiano vuole dare seguito a quanto affermato oggi dal sottosegretario Giacomelli (cosa non avvenuta sinora perché la discussione oggi è stata su quei due documenti), deve necessariamente reinserire le definizioni di net neutrality e rimetterle nell’articolato normativo, nonché chiarire che rispetto ad esempio ad alcuni timidi approcci in tal senso di Findlandia, Svezia e Gran Bretagna, non intende attribuire il potere di deroga (ovvero la possibilità di interrompere il traffico) per motivi pubblici anche alle NRA (ovvero alle Authority sulle TLC).

Altrimenti l’annacquamento del testo, di cui hanno parlato in molti in questi giorni, rimane (e, con esso, il timore che il connected continent sia privato della net neutrality).

Se questo non accade insomma (e, finora non è accaduto) le parole di Giacomelli lasciano il tempo che trovano.

In altre parole, posso sostenere di essere democratico per ore, rifarmi ad Obama e a Kennedy, ma se non scrivo un testo che garantisce parità di accesso alla rete, quel testo diventerà noma dell’Unione, con tutte le ambiguità citate, come frutto dell’estremo tentativo di porsi come “onesto sensale” degli altri Stati Membri, e senza la chiara definizione di cosa è, e cosa non è, la net neutrality.

Immaginiamo se oggi fosse stato posto in votazione il testo sul quale la Presidenza Italiana aveva una fretta indiavolata di chiudere, prima della scadenza del 31 dicembre.

Se cioè si fosse trovato un accordo anche sul vero e proprio testo normativo proposto dall’Italia con valore nei confronti di tutti i 28 paesi.

In proposito la parola più usata durate il Consiglio è stata “compromesso” ma non si è riusciti a cogliere la natura e il testo del compromesso, viste le differenti posizioni espresse dai Paesi in seno al Consiglio, e dove possa giungere un negoziato cd trilogo richiesto da un Paese al termine del proprio mandato che dovrebbe concludersi in un mese, quando, tra l’altro ancora non è giunto il Parere del BEREC (ovvero dall’organismo che riunisce i regolatori nazionali dell’Unione).

La mia sensazione peraltro, ascoltando oggi lo streaming della riunione, è stata che non vi fosse accordo tra i 28 né sul metodo né sul merito della questione, e, che al di là dei convenevoli diplomatici, ogni Paese cercasse in realtà di “scavallare” la scadenza del 31 dicembre.

Ma poiché siamo Italiani, e i cittadini hanno il diritto di sapere cosa pensano i propri Governanti del Governo della Rete, una domanda necessita di una risposta chiara ed univoca da parte del Governo Italiano: nel testo proposto dal Belpaese c’è o non c’è la net neutrality come definizione, e la net neutrality è presente come limite esplicito negli articoli 23 e 24 della Proposta Italiana?

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