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Direttore responsabile Alessandro Longo

Il punto

Le società ICT “in-house” al bivio

di Paolo Colli Franzone, Netics

04 Set 2014

4 settembre 2014

Tra spending review e piani per la dismissione delle partecipate pubbliche, che fine faranno le società ICT in-house regionali?
Avremo una grande software house di Stato, o siamo in grado di affrontare questo discorso aprendo un confronto serio coi privati? E’ il momento delle decisioni

Il tema delle società di informatica “in-house” è tornato di stretta attualità, ricompreso nel calderone complessivo delle società partecipate di regioni ed enti locali. E, inevitabilmente, torna a galla la madre di tutte le domande: “che fare?”.

Ci si interroga rispetto al loro futuro: ha senso, nel 2014, continuare a immaginare un futuro per quelle che qualche anno fa venivano più o meno scherzosamente chiamate “le piccole IRI dell’informatica regionale”?

Vale la pena di approfondire il ragionamento, partendo da una rappresentazione del contesto generale all’interno del quale si muove una galassia fatta di almeno una cinquantina di società regionali, provinciali e comunali che, tutte quante insieme, governano una spesa ICT annuale vicina agli 800 milioni di Euro, 700 dei quali fatturati dalle prime 12 società a dimensione regionale.

Partiamo dalle origini: fine degli anni ’70. Nascono le Regioni, e si apre contemporanamente un mercato: si sviluppa una forte domanda di software (prevalentemente, almeno nei primissimi anni, di tipo amministrativo-contabile) che non trova un’offerta capace di soddisfarla. Le multinazionali dell’IT di quei tempi (IBM, Bull, Digital, la vecchia Univac) non hanno “nulla di pronto”, e soprattutto non hanno le competenze di business specifiche per una domanda decisamente “di nicchia”.

Nascono così le prime società di informatica pubblica a livello regionale: CRUED in Umbria, il CSI (come Consorzio) in Piemonte.

Negli anni successivi tutto (salvo il CSI Piemonte) viene ricondotto a una logica di “partecipazioni statali”, con IRI e Bankitalia azionisti di maggioranza e un disegno ambizioso: diventare l’industria del software di Stato, mettendo insieme l’informatica della PA centrale (Sogei, TSF, Agrisiel) e regionale/comunale (le varie in-house territoriali).

Il resto è storia quasi recente: la cessione di Sogei al Ministero dell’Economia, la cessione di Finsiel a  Telecom, l’acquisto delle quote private delle società regionali del gruppo (Insiel, Datasiel, Informatica Trentina, Webred) da parte delle rispettive amministrazioni regionali, il subentro di AlmavivA.

Ma cosa è cambiato, nel frattempo?

E’ cambiato tutto, ovviamente. Laddove non c’era – originariamente – un sistema d’offerta capace di rispondere ai bisogni della domanda (a livello regionale), adesso c’è addirittura un’abbondanza di offerta. E la domanda, nel suo complesso, sta fortemente ridimensionando i suoi budget.

Risultato finale: le in-house regionali cominciano a manifestare segnali di difficoltà. Ricavi (quasi sempre) in calo, margini ridotti all’osso (come è giusto che sia, trattandosi di società strumentali il cui ultimo dei problemi dovrebbe essere quello di “remunerare l’azionista”), prospettive sempre più fosche.

Non a caso, alcune regioni si stanno interrogando sul futuro delle loro in-house informatiche: tenerle, venderle in blocco, “spezzettarle”.

E non è un problema di poco conto: stiamo parlando di oltre 5.000 dipendenti e di un ecosistema di fornitori e subfornitori (prevalentemente di “body rental”) che dà lavoro ad altre 2.500-3.000 persone circa.

Stiamo parlando però anche di un sistema che produce decine di sistemi informativi praticamente identici fra loro: dieci software per la gestione della tassa automobilistica, dozzine di fascicoli sanitari elettronici, dozzine di sistemi informativi del lavoro, eccetera.

E’ chiaro che il sistema non può reggere, soprattutto in momenti di spending review: si fa fatica a pensare che ciascuna Regione possa permettersi il lusso di sviluppare e manutenere negli anni soluzioni sostanzialmente identiche fra loro. L’Osservatorio Netics stima che il sovracosto generato da questa tendenza allo sviluppo di soluzioni “custom” si aggiri intorno ai 150 milioni di Euro l’anno, su un totale di spesa IT delle Regioni italiane (nel 2013) attestata sui 700 milioni di Euro/anno circa.

Come se ne esce?

Lo scenario meno probabile è che si arrivi a una ricentralizzazione dell’informatica pubblica, con una sorta di “super in-house” che metta insieme SOGEI e le in-house regionali: fatturato intorno agli 1,2 miliardi di Euro l’anno, quasi 8.000 dipendenti, un sostanziale monopolio nel public sector “di fascia alta”.

Più probabile che qualche società in-house sia messa sul mercato, anche se non mancano precedenti finiti non proprio benissimo (la tentata vendita di Insiel di qualche anno fa, andata deserta) in presenza di vincoli stringenti che ovviamente le Regioni tenterebbero di imporre, a partire da quelli relativi alla non trasferibilità della sede e alla salvaguardia dei posti di lavoro.

Ciascuna singola in-house ha un’attrattività limitata nei confronti di potenziali acquirenti, per una serie piuttosto lunga di motivi.

Diverso il discorso se proviamo a immaginare un disegno complessivo: un sostanzioso numero di in-house (a tendere, anche tutte) messe sul mercato contemporaneamente. Ovviamente, prima dell’avvio delle operazioni di cessione ciascuna Regione “si tiene” un nucleo piccolo a piacere di persone da destinare alla governance dei sistemi informativi e al demand management.

In questo caso potrebbe non essere impossibile immaginare una cordata di imprenditori dell’IT disposta a ragionare intorno a un piano industriale capace di salvare “capra e cavoli”, lavorando sulla specializzazione (ciascuna delle attuali in-house diventa una sorta di “business unit” specializzata su un ambito specifico) e sulla messa a fattor comune degli asset.

Potremmo così evitare di alimentare scenari di “informatica bulgara” (con tutto il rispetto per la Bulgaria) e di carrozzoni di Stato dei quali si sente una nostalgia decisamente limitata.

La “software house di Stato”, peraltro, probabilmente collide con quello che sembra essere l’approccio dominante da parte di questo Governo, ossia la volontà di dismettere tutto il dismettibile.

Varrebbe la pena che Stato e Regioni (per inciso: pensare di ragionare sul futuro delle società partecipate dalle Regioni senza confrontarsi preventivamente con le medesime rischia di finire con un flop) si mettano seriamente a ragionare rispetto alla percorribilità di una strada come quella poc’anzi delineata, provando a “sondare il terreno” interpellando i grandi player privati dell’IT nazionale.

Magari non se ne fa nulla: ma, almeno, potremo dire di averci provato prima di ridar vita al Super Carrozzone di Stato.

 

 

 

  • Carlo

    Va anche aggiunto che la nuova direttiva UE permette gli affidamenti IN-HOUSE solo quando la proprietà della Società è del 100% dell’Ente affidante… PRATICAMENTE UN DISASTRO PER LE IN-HOUSE ITALIANE.

  • Luca Gioppo

    Caro Paolo, non concordo su alcuni punti del tuo ragionamento.
    Ormai le “in house” sviluppano pochissime cose nuove, complice la riduzione dei fondi della PA e di certo non si sviluppano più gli “applicativi doppioni” cui tu fai riferimento, quelli sono già sviluppati e fanno parte del patrimonio degli enti. Per cui un’accorpamento delle “in house” significherebbe una sicura spesa per la pubblica amministrazione, per disfarsi dei sistemi che ora ha, che funzionano “benino” dopo anni di lavoro congiunto, per soluzioni promosse non tanto per la bontà tecnica, ma per probabili logiche di equilibri di potere tra le accorpate.
    La spesa che tu citi sarebbe comunque presente, perchè l’informatica che la pubblica amministrazione usa va pagata e non so tu, ma tutte le varie privatizzazioni di servizi pubblici a me il portafoglio me l’hanno svuotato. Per cui stiamo sicuri che la citata spesa salirebbe di molto, a me risulta che il privato voglia guadagnare, al contrario delle “in house” che spesso lavorano in regime di iva agevolata (lasciamo stare le inefficienze che ci sono da tutte le parti).
    Quando si parla di spese e di risparmi a me piace vedere un business plan e dei numeri chiari, altrimenti il rischio è di cadere dalla padella nella brace e come cittadino sono un po’ stanco di un paese che si svende i beni pubblici solo perchè amministrarli costa e chi c’è non è capace di farlo.
    Il problema non sta certo nelle “in house”, ma nella mancata integrazione tra i vari sistemi informativi degli enti, che generano ineffienza nella PA e per il cittadino (con costi che nessuno fino ad oggi ha calcolato perchè emergerebbero realtà che non fa piacere raccontare).
    Lì si dovrebbe investire: nel “forzare” i vari stakeholders a lavorare attivamente definendo modalità di scambio che sfruttino magari i dati aperti, dove possibile, o dei meccanismi di servizi appena un po’ più snelli di quelli visti fino ad ora (tipo “non ci inventiamo protocolli o formati tutti fatti in casa, ma adottiamo gli standard”).
    Costringiamo le pubbliche amministrazioni a rilasciare quello che hanno commnissionato (dove abbiano avuto l’accortezza di fare valere i propri diritti) con licenza aperta su un repository pubblico, così diventa possibile fare questo tanto ricercato riuso, senza doversi perdere in accordi farraginosi tra enti.
    Ci sono sicuramente molti passi facilmente fattibili e molto più produttivi.
    Non vedo cordate di “allegri investitori” pronti a seguire il miraggio di acquisire tutte queste realtà sparse, piene di applicativi “doppioni legacy”, di debiti di enti “cattivi pagatori”, di dipendenti demoralizzati da anni di incertezze e lotte politiche, e di scelte tecnologiche dalle più varie e stratificate negli anni (dagli anni ’70 ad oggi ne abbiamo scritti di strati di codice ed è quello che consente agli enti di funzionare): l’inevitabile fine sarebbero 3 anni di stentata sopravvivenza per entrare nel mercato e poi piazza pulita.
    Dopo anni di investimento pubblico nel costruire un sistema informativo, ancora incompleto, siamo pronti a passare la palla al privato (a quegli attori che al tempo non avevano nulla di pronto che tu citi) che come al solito arriva dopo che la “res pubblica” gli ha spianato la strada?
    Perchè, invece, non vedere questo settore come un settore dove investire per fare crescere l’occupazione?
    Per creare un vero sistema informatico nazionale che funzioni e che magari aiuti e diventi strumento per supportare un cambiamento della pubblica amministrazione (questo è un miraggio anche maggiore degli “allegri investitori”, ma almeno è un sogno e non un incubo)?
    Marginalmente sarebbe utile avere nelle sale di governo attori che conoscano, del mondo dell’informatica, qualcosa di più di una lettura estiva di una rivista di settore perchè gli hanno regalato lo “smart phone” nuovo.
    Cordialmente

  • giuseppe knecht

    qualcuno crede veramente che per i suoi “alti e delicati compiti” la sogei non possa essere privatizzata, restituendo al mercato una quota di oltre 400 milioni di euro? innanzitutto il carrozzone sogei subappalta la quasi totalità del software, ergo le società private già hanno ampiamente accesso alle banche dati sensibili gestite dalla sogei. Poi bisognerebbe ricordare che, uscita dall’IRI negli anni 90 è stata di proprietà privata fino al 2002, senza che si determinassse alcun problema di inefficenze o di violazione della privacy. Abbiamo visto invece cosa è successo dopo il ritorno in mano pubblica, pilotato da tremonti nel 2002, assoluta instabilità manageriale, vertici rinnovati ad ogni cambio di governo, assunzioni clientelari, perdita di capacità innovativa e appalti irregolari (ricordate le vicende di marco milanese, si proprio il braccio armato di tremonti, che ora riposa al fresco, e l’appartamento di via campo marzio ristrutturato gratuitamente dal costruttore che riceveva ricchi appalti dalla sogei, proprio per tremonti, che per questi fatti ha patteggiato una pena a 4 mesi?). E senza spingersi in troppe analisi, se non fosse chiaro il perché nel 2014 non c’è alcun bisogno di società ICT in house delle dimensioni della sogei, se non per fare gli interessi del ceto politico che le controlla, qualcuno sa indicarmi in quali paesi all’estero esiste una realtà analoga?

  • Luca Gioppo

    Mi pare che il Italia ci sia la tendenza a propinare la cura sbagliata a problemi corretti e reali: è verissimo che la politica negli ultimi decenni ha gestito in maniera clientelare ed inefficiente la cosa pubblica (mi pare che non sia ormai più una notizia, ma un dato di fatto acclarato dai molti processi).
    Il fatto è che la politica è, come parimenti dimostrato, appaiata ad una altrettanto corrotta o concussa industria privata, che spolpa quanto si può, per arricchire i pochi amici e per consentire a quelli di avere i fondi per tenere l’amico politico corrotto al potere così che possa garantirgli altra carne da spolpare.
    Il sistema “produttivo” che prevale in Italia è più tipo “avvoltoio”, non produce nulla, ma ha bisogno di aziende fresche da consumare per fare campare i soliti pochi.
    La soluzione che si propone pertanto di solito è, invece che ripulirla, di togliere, inutilmente, alla politica da sotto le grinfie le cose.
    Provare a fare piazza pulita di tutta sta gente?
    In un qualsiasi altro paese estero, fatti come quelli descritti sarebbero stati puniti molto più severamente (senza sostenere che la corruzione non ci sia anche li).
    La decisione di come gestire un bene pubblico, se con un approccio privatistico o pubblico, deve partire da altre basi, da ragionamenti di quali modelli di società vogliamo.
    Io, personalmente, credo che certi temi di “interesse pubblico” possano essere correttamente gestiti da un attore che fa parte di un meccanismo pubblico e che pertanto fornisce la garanzia di trasparenza, di terzialità e di dedizione all’interesse pubblico, che lo deve portare a fare delle scelte che possono non essere “privatisticamente” convenienti perchè devono rappresentare anche gli interessi delle minoranze che il privato potrebbe non considerare “commercialmente interessanti”.
    Questa è la differenza tra pubblico e privato, non la forma di management.
    Proprio per il fatto che il pubblico deve gestire un bene pubblico e soddisfare le esigenze della cittadinanza tutta deve essere amministrata da personaggi di calibro MOLTO maggiore delle aziende private perchè è oggettivamente molto più complesso gestire un ambito che a perimetro economico più ristretto cerchi di soddisfare interessi più ampi.
    Parliamo di mercato, di quote, ma mai di “cosa fanno o devono fare certe strutture”. Il modello che vedo attuarsi spesso in moltre realtà è una spasmodica attenzione alle cifre economiche e meno ai prodotti dell’attività, come se bastasse aver rispettato le cifre per poter dire che va bene. Una società gestita da soggetti che guardano solo il libro mastro e non si interessano di cose è stato realizzato.
    Non entro sull’esempio specifico di SOGEI, ma lo utilizzo solo al fine del ragionamento, chi ci dice che “restituire al mercato una quota” sia la strada giusta?
    A me piacerebbe più un ragionamento del tipo: questa struttura fa queste attività, che è opportuno che rimangano sotto la “res publica” o che possono essere adeguatamente gestite da un soggetto privato perchè non ci sono interessi comuni particolari da tutelare.
    Pertanto, se devo decidere se la gestione di una rete di trasporti nazionale la devo tenere pubblica o privata faccio il ragionamento che anche i cittadini delle zone periferiche hanno il diritto ad un trasporto e pertanto so che un privato, a quei soggetti, taglierebbe le tratte e scelgo di tenerla pubblica (con tutti i vari metodi di “controllo e delega” possibili), mentre se il problema è la riservatezza dei dati di una banca dati un privato va benissimo perchè non c’è il rischio che mi discrimini una parte della popolazione, basta che mi dia le opportune garanzie.
    Cordialmente

  • brunob

    Non si potranno mai vendere im quanto vivono solo grazie alla beneficenza delle Regioni (esempio delegano loro a fare i Bandi e si tengono il 40% dell’importo). Chi le può comprare senza avere circa il 20/30% di bustarelle dalle Regioni?

  • Maurizio Sbogar

    Data center, banda larga e identità digitale sono alcuni temi affrontati e risolti anche da tempo da alcune in-house regionali, diciamo le TOP IT in Italia, 3 o 4 .

    Se non ci fossero, probabilmente nella PA i processi IT sarebbero pochissimi.
    Credo che l’articolo non consideri che l’attività di queste società è spesso determinato da leggi e norme dello Stato in un atteggiamento Top down, senza repliche.

    Allora potrebbe servire un approccio Bottom Up, in cui le TOP IT creino un progetto generale di governance, basato sulle proprie esperienze, e lo ‘offra’ allo Stato, ad AGID come modello di governance it generale, da riproporre sia a livello centrale che verso quelle realtà regionali meno digitalizzate.

    L’esperienza di questi decenni non devono essere perse ma valorizzate, anche perchè le in-house detengono un bene prezioso, il petrolio digitale, e cioè le banche dati del territorio di competenza, spesso anche dei dati sanitari che nessuno credo, vorrebbe fosse gestito da privati.

    Certo molte cose possono essere migliorate ma, dal mio punto di vista, le in-house sono bene prioritario e strategico del territorio e quindi dovrebbero essere considerata BENE PUBBLICO

    molto cordialmente

  • AleTop

    IL tanto vutuperato controllo dele Società in-house da parte delle Regioni, potrebbe invece essere l’asso nella manica per azzerare il digital divide, ridurre i costi e rilanciare l’economia nazionale. Se vogliamo parlare di costi, il costo dell’ICT per le ma maggior parte degli Enti italiani non supera il 10% annuo: nulla in confronto a strade, illuminazine, acquedotti. Il supporto tecnologico è ridotto all’osso, prorpio perchè in termini di economia, è lo stesso dipendente pubblico a minimizzare gli strumenti informatici da utilizzare per il proprio lavoro.
    Se poi vogliamo andare a parlare di esuberi delle società in-house dell’ICT, bisogna concretamente pensare a come riqualificare il personale. Il tema è: il personale è in grado di sostenere le regole del mercato? Dopo Finsiel, le società ICT regionali si sono riorientate sul mondo pubblico, recependone logiche e procedure, ma facendo venire meno la componente tecnologica presa dal mercato, per agevolarne la ripresa. Dunque privatizzare sulla base di quale logica? Per aumentere disoccupazione e depauperare le specificità di ogni regione che sono stimolo per la tecnologia.
    Aggiungo anche che l’ICT e la rete telematica, oggi sono l’unico strumento che può permettere il rilancio dell’economia nazionale (+1,21% di PIL stimato per i servizi in banda larga).
    Allora, vogliamo toglierci ancora ossigeno?

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