l'analisi delle deleghe

Ministero Innovazione, Mochi: “Ecco le vere novità. E gli errori da non ripetere”

Il ministro per l’innovazione tecnologica Paola Pisano ha deleghe molto ampie e un ambizioso compito di sistema. Cosa manca? Qualche indicazione per cercare di aiutarla, guardando al Governo Berlusconi II e all’esperienza del ministro Stanca

29 Ott 2019

La Gazzetta ufficiale del 18 ottobre scorso riporta il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri con cui si assegnano le deleghe al ministro Paola Pisano. Erano tredici anni che non c’era un ministro per l’Innovazione tecnologica e quindi è particolarmente interessante leggerle per sapere quali sono le responsabilità di questa nuova figura.

Stanca-Pisano: similitudini e differenze nelle deleghe

Ad una prima lettura le deleghe sembrano una fotocopia di quelle che nel 2001 ebbe Lucio Stanca. C’è, è vero, qualche cambiamento lessicale, più di moda che di sostanza: scompare ad esempio la “società dell’informazione”, che tanto avevamo cara a fine secolo scorso, ed entra in gioco la “trasformazione digitale”, ma il cuore della delega verso le amministrazioni pubbliche è la stessa.

In entrambi i documenti, a 18 anni di distanza, si parla quasi con le stesse parole di deleghe “ad esercitare le funzioni spettanti al Presidente del Consiglio dei ministri nelle materie dell’innovazione tecnologica”, e deleghe per le “funzioni di indirizzo, coordinamento e impulso nella definizione ed attuazione dei programmi, dei progetti e dei piani di azione nonché le funzioni di valutazione (…) e di controllo sull’attuazione e sull’impiego delle relative risorse con riferimento all’uso delle tecnologie digitali, al fine di ulteriormente assicurare l’efficacia, l’efficienza, l’economicità e la produttività delle amministrazioni, la trasparenza dell’azione amministrativa, la qualità dei servizi ai cittadini e alle imprese anche avvalendosi degli strumenti e delle risorse finanziarie definiti allo scopo.”

Solo ad una lettura più attenta e completa dei due documenti, messi in controluce, appare qualche significativa differenza, ed è tutta a vantaggio del Ministro Pisano che si trova ad avere deleghe ancor più ampie di quelle del suo lontano predecessore. Vediamo questi punti caldi:

  • Parlando di amministrazioni pubbliche il Ministro Pisano può contare su una delega anche per la “definizione degli indirizzi strategici in materia di open government e di valorizzazione del patrimonio informativo pubblico”. Una delega che non c’era per Stanca e che la proietta anche verso i temi della partecipazione, della collaborazione e della trasparenza.
  • Ma è soprattutto quando si parla di “settori diversi da quelli delle pubbliche amministrazioni” che vengono fuori significativi ampliamenti delle deleghe. In entrambi i documenti è presente infatti la delega alle funzioni di definizione degli indirizzi strategici del Governo, di coordinamento, impulso e promozione di quella che la “delega Pisano” chiama la “trasformazione tecnologica, sociale e culturale del Paese” e la delega Stanca 18 anni prima chiamava “l’impiego delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nei diversi settori economici, sociali e culturali del Paese”, ma il Ministro Stanca doveva passare per le forche caudine del “raccordo con i vari Ministeri interessati alle singole iniziative” mentre il ministro Pisano non ha quest’obbligo e può quindi agire il suo potere di indirizzo con molta maggiore autonomia.
  • E una maggiore autonomia il ministro Pisano la ha anche per la trasformazione digitale della PA. Non è presente infatti nella sua delega quell’obbligo al costante raccordo con il Ministro per la Funzione Pubblica che tanto fece penare Stanca (nel periodo del suo Ministero si avvicendarono ben tre Ministri a palazzo Vidoni: Frattini, Mazzella e Baccini) né l’attribuzione a quello della gestione delle risorse finanziarie. Visto che è evidente che gli estensori della delega Pisano si sono ispirati a quella di Stanca quasi copiandola oltre che nelle frasi anche nell’articolazione dei singoli commi, l’assenza di questo punto, che nella delega Stanca era il comma 3, non può essere casuale. E ci dice molto sulla divisione dei ruoli tra le due “piemontesi” Paola Pisano e Fabiana Dadone e sull’accentramento sulla prima di tutte le responsabilità inerenti al difficile passaggio della PA al digitale, formazione compresa.

I principali limiti dell’esperienza Stanca

Bene quindi: il Ministro Pisano ha deleghe molto ampie e un ambizioso compito di sistema. Cosa manca allora? Per cercare di aiutare il neoministro con qualche warning sarà utile tornare proprio al Governo Berlusconi II e all’esperienza del Ministro Stanca.

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In quei lontani anni 2001-2006 molte cose furono portate a termine, tra tutte la prima versione del CAD, Codice dell’Amministrazione Digitale, che vide un lavoro bipartisan e un deciso cambio di paradigma mettendo al centro i diritti dei cittadini e delle imprese. Molte cose però rimasero da fare e alla fine il bilancio contava forse più ombre che luci. Senza avere l’ambizione di fare un’analisi compiuta di quell’esperienza vediamo di metterne in luce i principali limiti perché suonino come campanelli d’allarme per Paola Pisano.

  • Nonostante le deleghe ampie l’allora Ministro per l’innovazione e tecnologie, non riuscì a mettere a sistema le varie amministrazioni che si occupavano dell’informatizzazione della PA a cominciare da quelle che afferivano al MEF dove era Ministro Giulio Tremonti.
  • Nonostante fosse previsto dalle deleghe, anche se come abbiamo visto in forma più sfumata che ora, non si riuscì a coordinare davvero l’uso delle risorse finanziarie, a parte la gestione di un fondo che fu quasi interamente speso per i progetti di e-government sul territorio con una debole valutazione d’impatto.
  • Mancò un vero raccordo con il mondo dell’Università e della ricerca.
  • Mancò altresì un metodo di lavoro multi-stakeholder che mettesse al tavolo tutte le componenti della società verso l’obiettivo di quella che allora chiamavamo la “società dell’informazione”.
  • Infine, la politica di trasformazione digitale della PA non entrò nel cuore del problema, ripensando da capo i processi, ma attraverso l’escamotage degli “eventi della vita” lavorò sul delivery dei servizi e non sul backoffice che la doveva rendere possibile.

Qualche consiglio al ministro Pisano

Specularmente sarà importante che la professoressa Pisano, che ha ben altra provenienza: non super manager di una multinazionale come l’IBM, ma docente universitaria specializzata nell’economia dell’innovazione ed ex assessore all’innovazione di una città come Torino, faccia tesoro di queste esperienze e quindi mi permetto qualche consiglio:

  • eserciti veramente il coordinamento di tutte le amministrazioni ed enti che si occupano della transizione al digitale, cominciando dalle società in house del Governo (vedi Consip e Sogei) e delle Regioni;
  • orienti effettivamente ed efficacemente l’uso dei fondi disponibili, a cominciare dal circa un miliardo e cento milioni (dati di monitoraggio al primo agosto 2019) che restano da impegnare nei PON e nei POR che attengono agli obiettivi tematici OT2 (Agenda Digitale) e OT11 (ammodernamento e rafforzamento della PA). È necessario un vero coordinamento di tutte le agenzie che se ne occupano a cominciare dall’Agenzia della Coesione Territoriale, l’AgID, la Conferenza delle Regioni, il Ministro della coesione;
  • utilizzi a fondo la delega “alla costituzione di commissioni di studio e consulenza e gruppi di lavoro nelle materie oggetto del presente decreto” e apra un confronto continuo e fattivo con il mercato, con la cittadinanza organizzata, con il terzo settore, con l’Università e la ricerca;
  • tenga sempre presente che il vero ostacolo alla trasformazione digitale sia della PA sia più in generale del paese non è un problema (solo) tecnologico, ma introduce temi di organizzazione (pensiamo all’annoso tema della razionalizzazione dei data center), di scelta e sviluppo delle risorse umane e delle loro competenze, di costruzione delle condizioni per “costruire fiducia”;
  • consideri, ma Paola Pisano lo sa benissimo, che il digitale non è un settore dell’economia o uno degli aspetti di una “nuova PA”, ma è l’ecosistema di qualsiasi sviluppo sostenibile del Paese e di qualsiasi buona amministrazione che non deve sforzarsi di essere digitale, deve sforzarsi di risolvere i problemi delle persone e di garantire i diritti per tutti a cominciare dai più deboli. Per farlo e farlo bene dovrà essere necessariamente digitale.
  • sia infine molto, ma molto attenta all’architettura istituzionale, ora che dipende da lei sia un Dipartimento della Presidenza del Consiglio sia l’AgID, sia, in forma indiretta, tutti gli enti che si occupano di economia digitale. Va perseguita una chiarezza adamantina nei riporti e nella definizione dei ruoli, degli obiettivi, delle risorse e degli indicatori di risultato. Sino ad ora c’è stato un groviglio fatto di misure straordinarie (i tre commissari Caio, Piacentini e Attias) e di leggi che aumentavano invece i compiti delle strutture ordinarie (il nuovo CAD rispetto ad AgID per esempio). Così non si va lontano.

Insomma, le deleghe aprono significative opportunità e danno il segno di un nuovo e più forte impulso verso la trasformazione digitale del Paese. Ma i decreti sono norme scritte e nessun cambiamento si fa (solo) con le norme. Serve accompagnamento costante, coerente e durevole nel tempo, manuali e cassette degli attrezzi. Serve una costante capacità di valutazione e autovalutazione di quanto si sta facendo, serve un’alleanza stabile con le migliori e più innovative componenti della società verso una governance condivisa dell’innovazione.

Noi di FPA siamo pronti a dare una mano, a cominciare dal prossimo FORUM PA di giugno 2020 che sarà centrato, a 360 gradi, proprio sulla politica per l’innovazione del Paese.

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