pagamenti elettronici

Lotta al contante, insufficienti le misure del Governo: ecco perché

Il provvedimento sul credito di imposta per gli esercenti rientra nel contesto più ampio di misure in materia di lotta al contante e all’evasione fiscale inserite dal Governo nel decreto approvato a dicembre 2019. È un importante passo avanti del nostro Paese verso una cashless society, ma serve una strategia più ampia

25 Mag 2020
Valeria Portale

direttore dell'osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano

Giorgia Sali

Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI

Photo by Blake Wisz on Unsplash

Nelle settimane di pandemia, si è registrato un deciso incremento dell’utilizzo dei pagamenti digitali (a fronte tuttavia di una forte riduzione di alcuni consumi), come confermato da Abi; spinti da un lato dagli acquisti a distanza e dall’altro dalla fobia che il contante possa essere portatore di virus e malattie.

Questa crescita dei pagamenti elettronici è caldeggiata anche dal Governo, che di recente ha approvato una serie di iniziative volte alla promozione dei pagamenti digitali. Tra queste, l’articolo 22 del decreto fiscale 2020 in materia di credito di imposta sulle commissioni sui pagamenti elettronici versate dagli esercizi commerciali prevede che gli esercenti di attività d’impresa, arte e professioni che abbiano ricavi non superiori a 400.000 euro potranno ottenere dal 1° luglio un credito di imposta pari al 30% delle commissioni bancarie pagate a fronte dell’accettazione di pagamenti elettronici tracciabili da parte dei consumatori.

Si tratta di un passo importante sia verso la cashless society sia in funzione della lotta all’evasione fiscale, ma non sarà sufficiente se non inserita in un progetto più organico, che coinvolga tutti gli attori.

Facciamo il punto.

La procedura per accedere al credito d’imposta

Saranno i prestatori di servizi di pagamento a trasmettere agli esercenti le informazioni relative alle commissioni pagate in corrispondenza alle transazioni elettroniche accettate. Per il riconoscimento del credito d’imposta infatti, gli operatori finanziari che mettono a disposizione degli esercenti i sistemi che consentono il pagamento elettronico sono tenuti a comunicare i dati necessari all’Agenzia delle entrate, come ad esempio il valore e il numero delle transazioni effettuate con strumenti elettronici e le corrispondenti commissioni versate dagli esercenti. Questa procedura è particolarmente interessante per almeno due motivi:

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  • Lotta all’evasione fiscale: una terza parte, ossia il prestatore di Servizi, diventa responsabile della dichiarazione verso l’Agenzia delle Entrate dell’incassato da parte dell’esercente che voglia accedere al credito d’imposta;
  • Maggiore trasparenza sulle commissioni applicate dalle banche: la misura rende trasparente la quota di commissioni realmente pagate dagli esercenti.

Relativamente al punto 1, non bisogna nascondere l’evidenza: questa iniziativa si inserisce in un piano più ampio di lotta all’evasione: così come la trasmissione telematica dei corrispettivi, gli esercenti di piccole dimensioni che vorranno accedere al credito d’imposta dovranno obbligatoriamente dichiarare la quota di fatturato incassato con le carte, senza possibilità di omissioni, e non lo faranno loro, ma direttamente gli acquirer, ossia le banche che gestiscono i POS. I pagamenti elettronici sono da sempre un deterrente al nero, in quanto tracciabili, tuttavia da un’analisi svolta dall’Osservatorio Innovative Payments nel 2016 è emerso che gli esercenti “fanno nero” anche sui pagamenti elettronici (il 12% del transato elettronico non viene dichiarato dagli esercenti), seppur in maniera inferiore rispetto al nero fatto sul contante (pari al 33%). Questa iniziativa garantisce all’Agenzia dello Stato che il 100% del transato con pagamenti elettronici sia dichiarato dagli esercenti per mezzo delle loro banche. In teoria quindi questa iniziativa potrebbe consentire all’Agenzia delle entrate di recuperare circa 5 miliardi di euro all’anno di mancato gettito. Tuttavia, temiamo che il nero “non fatto” sulle carte possa aumentare il “nero fatto” sui contanti portando ad un’incidenza maggiore del 33% precedentemente stimato, quindi con un effetto molto inferiore ai 5 miliardi di euro potenziali.

Relativamente al punto 2, le banche ora dovranno dichiarare in esplicito le commissioni applicate, che sono ritenute dagli esercenti, soprattutto quelli di piccole dimensioni, troppo elevate. I costi sostenuti dagli esercizi che accettano pagamenti con carta sono i seguenti:

  • Affitto del POS: in media un POS costa qualche decina di euro al mese (dai 10 ai 25 € al mese), per un totale annuo di 120-300 €/.
  • Commissioni bancarie: gli esercenti devono pagare una commissione sul valore del transato (in genere ha solo una componente % sul valore del transato, ma alcune banche applicano anche una quota fissa su ogni transazione). Tale commissione serve a remunerare l’intero ecosistema: l’issuer (la banca del cardholder), il circuito (nazionale o internazionale), il payment processor, il gestore del terminale e l’acquirer (la banca dell’esercente). La commissione viene pagata dall’esercente alla banca acquirer, che si occupa a sua volta di retrocedere le relative quote ai vari attori dell’ecosistema. Tale commissione dipende dalla tipologia di carta utilizzata (carta di debito, di credito o prepagata), dal circuito di appoggio (Visa, Mastercard, PagoBancomat, etc.) e dalla modalità di pagamento (online o in presenza o in modalità contactless). L’esercente si trova molto spesso davanti a prospetti molto complicati con commissioni solo percentuali a commissioni miste (% e fisse), con commissioni da 0,5% fino al 4%.

Per tutelare la trasparenza in materia di costi delle commissioni bancarie, la Banca d’Italia obbliga gli operatori bancari a trasmettere, mensilmente e per via telematica, agli esercizi commerciali, l’elenco e le informazioni relativi alle transazioni effettuate nel periodo di riferimento. Questo comporterà che gli esercenti diventeranno più consapevoli dei costi che dovranno sostenere e che le banche dovranno essere più trasparenti.

Quali pro e contro ci aspettiamo da questa misura?

Secondo le stime effettuate dall’Osservatorio Innovative Payments, se ipotizziamo un fatturato di 150-200.000 euro, di cui il 10-20% fatto con carta con una commissione media del 1,5%, secondo quanto previsto dal decreto si avrebbe un credito di imposta medio per esercente tra i 70 e i 115 euro. Ci sarebbero circa 1,5 milioni di esercenti potenzialmente beneficiari, a fronte di una spesa per lo Stato tra i 100 ed i 165 milioni di euro. Tuttavia, questa iniziativa da sola non è sufficiente per spingere i pagamenti elettronici: il nero fatto con il contante sarà per l’esercente sempre più conveniente di qualsiasi incentivo. È necessario quindi lavorare sul consumatore per spingere l’esercente a spostare una fetta rilevante di transato dal contante alla carta.

Un piano più ampio di lotta al contante

Il provvedimento relativo al credito di imposta per gli esercenti si inserisce in un contesto più ampio di misure in materia di lotta al contante e all’evasione fiscale inserite dal Governo nel decreto fiscale approvato a dicembre 2019. Nel pacchetto erano presenti altre misure, quali la lotteria degli scontrini, fondi per i consumatori meritevoli e limite al contante, alcune delle quali però già rimandate (ad esempio, la lotteria entrerà in vigore a gennaio 2021).

Lotta al contante, la soglia di luglio 2020 e gennaio 2021

Ad esempio da luglio la soglia per i pagamenti in contanti si abbassa da 3mila euro a 2mila euro e da gennaio scenderà ancora, a mille euro.

Cashback ai consumatori

Il governo ha stanziato anche 3 miliardi di euro per premiare con un meccanismo di cashback da gennaio 2021 per chi fa uso regolare di strumenti di pagamento tracciabili, ma si attende il decreto attuativo per questa misura.

Lotteria degli scontrini

Dal primo gennaio 2021 – data più volta rinviata rispetto al precedente avvio stabilito per gennaio 2020 – i clienti che acquisteranno prodotti al dettaglio del valore superiore a un euro potranno partecipare all’estrazione di un montepremi mensile, se comunicheranno il proprio codice fiscale: è la lotteria degli scontrini, una particolare mossa per ridurre il fenomeno dell’evasione fiscale.

Il livello di pagamenti elettronici in Italia

Tale pacchetto normativo si pone l’obiettivo di colmare, almeno parzialmente, il forte ritardo dell’Italia sul tema pagamenti elettronici. Certo, sono in parte confortanti i nuovi dati che vengono da Banca d’Italia sul 2019: sono saliti del 126,6% i Pos italiani in un anno (a quota 3,6 milioni), bene anche la crescita di carte di debito (25,1%) e carte di credito (17,3%).

La strada però è ancora molto lunga. Guardando ai dati BCE 2018 il nostro Paese, infatti, seppur con una crescita dei pagamenti con carta pro-capite del 16% rispetto al 2017, risulta ancora uno dei fanalini di coda tra i 27 paesi dell’Unione Europea, occupando il 23esimo posto (su 27) nella classifica delle transazioni con carta pro-capite con soli 65 pagamenti all’anno a testa (la media EU è ben superiore alle 100 transazioni a testa e i best performer superano le 350 transazioni a testa).

Guardando poi all’evasione fiscale, secondo le stime dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano nel 2016 il transato degli italiani evaso da parte degli esercenti (sul quale quindi non è stata versata l’IVA e tutte le altre tasse) valeva tra i 120 e i 150 miliardi di euro, per un mancato gettito per le casse dello Stato italiano di circa 27 miliardi di euro. L’incidenza del nero è nettamente più alta sui pagamenti effettuati in contanti (30% del transato) rispetto a quelli effettuati con strumenti di pagamento elettronici (12% del transato).

In conclusione

La volontà del Governo di incentivare i pagamenti elettronici congiuntamente alla spinta derivante dall’emergenza sanitaria Coronavirus, rappresentano quindi un importante avanzamento del nostro Paese verso una cashless society. Rimane fondamentale tuttavia che la misura verso gli esercenti si inserisca in un piano strategico più ampio, nel quale siano inclusi tutti gli altri attori. La lotteria degli scontrini, se non ulteriormente posticipata e se progettata correttamente, potrebbe rappresentare il primo passo di un percorso che dovrà coinvolgere dai consumatori ed esercenti, alle Pubbliche Amministrazioni, Agenzia delle Entrate e banche. Solo un’azione congiunta può consentire di ottenere risultati positivi e persistenti nel tempo.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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