RAPPORTO COLAO

Rapporto Colao, bene l’approccio ma occorre più ambizione

Il rapporto presentato dal Comitato di esperti coordinato da Colao, anche nella parte dedicata alla PA, appare molto significativo e importante per l’approccio, ma solo in parte per lo sviluppo, con un’ambizione forse da alzare e rendere omogenea, in una logica, necessaria, di ripensamento di modello

16 Giu 2020
Nello Iacono

Esperto processi di innovazione

Italia digitale

Il Rapporto “Iniziative per il rilancio 2020-22”  presentato dal Comitato di esperti coordinato da Vittorio Colao ha l’indubbio pregio di affrontare in modo ampio i problemi italiani relativi al rilancio e all’uscita dalla crisi socio-economica, aggravata in modo molto rilevante dall’emergenza sanitaria. Ha il pregio, anche, di partire da un’analisi serena, e allo stesso tempo abbastanza obiettiva, che inquadra la crisi, appunto, in un contesto di riforme spesso definite e non attuate nella loro completezza.

Punti di forza e limiti

Dall’altra parte, anche a causa del contesto in cui è stato realizzato, e nonostante il quadro generale che cerca di dare organicità all’insieme del documento, si avverte, soprattutto nelle schede di lavoro, una notevole disomogeneità negli approfondimenti e nello spirito con cui vengono affrontati i diversi temi, oltre che una frammentarietà settoriale degli interventi che alla fine fa perdere l’orizzonte d’insieme, e prima di tutto quello, molto positivo, dei tre “assi di rafforzamento” (Rivoluzione verde, Digitalizzazione e innovazione, Parità di genere e inclusione).

Una mancanza di trasversalità che, ad esempio, è molto evidente nel modo con cui viene affrontato il tema delle competenze, e ancor di più in relazione alle competenze digitali. Queste non sono viste come competenze necessarie per tutti i cittadini e sembrano, invece, trattate soltanto nel contesto lavorativo e rispetto al “settore” trattato. Competenze che tra l’altro sembrano viste, nel ciclo dell’istruzione, come requisiti per il lavoro in azienda (nelle attuali aziende), e non chiave per sviluppare un nuovo essere sociale, nuovi lavori e nuovi mercati.

Il rapporto DESI 2020, riservando all’Italia l’ultimo posto nell’area “Capitale Umano”,  conferma invece che questo tema è fondamentale e che è importante dare priorità ad una strategia complessiva, come si propone di fare l’iniziativa nazionale Repubblica Digitale.

La trasformazione digitale della PA

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L’area relativa alla trasformazione digitale della PA (inserita nella sezione “PA alleata di cittadini e imprese”) non si discosta dal quadro generale e si può avere l’impressione che non vengano affrontati, ad esempio, tutti i temi che emergono anche dal DESI 2020, dove il problema principale sembra essere quello dell’utilizzo dei servizi digitali pubblici (mentre l’offerta si colloca al livello della media UE, e in alcuni casi anche al di sopra).

Provo a sintetizzare alcune osservazioni, cercando di evidenziare gli elementi che sono certamente da includere nel piano di rilancio nazionale e quelli che invece nel rapporto appaiono deboli e per i quali sembra opportuna una rivisitazione e un ripensamento (il lavoro è molto vasto, non può naturalmente essere qui trattato se non per alcuni elementi):

  • ottima l’attenzione verso il superamento della “burocrazia difensiva” grazie anche a un diverso approccio alle responsabilità dei dirigenti, più rivolte ai risultati e quindi non penalizzante per il processo di cambiamento;
  • ben impostata la scheda sul lavoro agile, in cui trapela la prospettiva del lavoro agile “by default”, in ogni caso come componente strutturale e non eccezionale della modalità di lavoro, anche se le condizioni di attuazione (anche in termini di competenze e organizzazione) appaiono poco nel resto del documento;
  • l’approccio allo sviluppo delle competenze lascia perplessi, perché è affrontato tutto sul fronte della formazione, e della formazione basata sulle esigenze dei singoli, senza riconoscere un ruolo allo strumento del bilancio di competenze, ai percorsi di crescita personalizzati, all’organizzazione in quanto contesto sociale di sviluppo, di esperienza, di sperimentazione;
  • è interessante la proposta di un approccio organico al recruiting e all’inserimento del nuovo personale, ma poi sembra che l’identificazione di un’Agenzia ad hoc sia vista come la creazione di un nuovo corpo separato, che non supporta le amministrazioni nella definizione dei fabbisogni e poi nell’inserimento;
  • interessante l’attenzione per il middle-management, con la ripresa di sperimentazioni virtuose, di qualche anno fa, tese a massimizzare la formazione e lo scambio di esperienze peer-to-peer (con una scheda dedicata che scende a un livello di dettaglio molto operativo);
  • un po’ debole, a mio avviso, l’approccio sui dati, più trattati nell’interscambio tra amministrazioni che come tematica ampia su cui costruire anche la capacità dei cittadini di gestire i propri dati (non è un caso che il tema delle competenze dei cittadini e degli strumenti di partecipazione sia quasi assente);
  • ottima l’enfasi sulla necessità di spingere sull’utilizzo delle piattaforme abilitanti come SPID, ma mancano azioni radicali, come la prospettiva di uno Spid a gestione pubblica e la necessità di definire una scadenza per il passaggio all’accesso SPID-only dei servizi  ;
  • ottima (anche se può apparire datata) la conferma della necessità di procedere in modo rapido verso il PSN con la razionalizzazione dei data center e la spinta all’utilizzo del Cloud;
  • da condividere la spinta alla digitalizzazione della PA (che sembra sia però vista come un tutt’uno, o con una logica da PA centrale), ma il tema della governance è affrontato senza profondità, soltanto riprendendo alcune proposte del rapporto di fine mandato dell’allora Commissario all’attuazione dell’agenda digitale Diego Piacentini, senza poi affrontare il tema principale della governance territoriale  , ritenendo così (nonostante le esperienze) che l’attuale modello possa conseguire le accelerazioni e i risultati auspicati;
  • da condividere l’approfondimento sul procurement innovativo e sulle diverse regole (e competenze) che devono portare a un approccio positivo anche per le start-up e in generale per i progetti di innovazione, ma non sembra che si pensi di incidere sulla stortura di mercato prodotta dagli accordi quadro, in termini di tariffe non realistiche per figure professionali, di indirizzamento verso poche grandi aziende. Anche qui, ma forse perché il mandato era di questo tipo, spunti positivi ma non radicali.

È, quindi, anche nella parte dedicata alla PA, un rapporto molto significativo per l’approccio, ma solo in parte per lo sviluppo, ed insieme ambizioso e timido. Un piano da cui senz’altro partire per la strategia complessiva, ma rivedendone profondamente le direttrici di intervento, così da alzare il livello dell’ambizione in modo omogeneo e allo stesso tempo ritrovare negli interventi l’organicità dell’approccio. Per un progetto di recovery plan che sia nella prospettiva di un reale (e necessario) cambio di modello.

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