RECOVERY PLAN

Next Generation Plan europeo, perché adesso occorre un cambio di modello

Il Recovery Plan europeo è uno stimolo non solo per una stagione di riforme, ma per ripensare il modello di sviluppo. Una scelta di modello, che è molto di più che porre rimedio a carenze e inerzie sul fronte ambientale e su quello della trasformazione digitale. Ecco qualche suggerimento

09 Giu 2020
Nello Iacono

Dipartimento Trasformazione Digitale, Presidenza del Consiglio

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L’istituzione del recovery fund da parte della Commissione Europea, auspicando che non ci siano variazioni nei passaggi successivi di ratifica, non è solo un segnale forte di presenza comunitaria in questo delicatissimo passaggio delle società e delle economie europee, ma è anche uno stimolo, per i Paesi che dovranno presentare i piani da finanziare, a pensare con una prospettiva di medio-lungo termine.

Ancora di più, ed è questa la vera scommessa, con un piano strategico che non soltanto superi le principali carenze con una logica di riforma e non di semplice aggiustamento, ma anche che realizzi concretamente il passaggio a società ed economie sostenibili. Con un auspicabile cambio di modello.

Il momento del cambiamento è adesso

In questo senso, Paesi come l’Italia, che più duramente sono stati colpiti dall’emergenza sanitaria e quindi avranno maggiori sostegni dal Recovery Plan (l’Italia si stima nella misura di 170 miliardi tra contributi a fondo perduto e prestiti), sono oggi alla soglia di una scelta che indirizzerà il prossimo decennio, e probabilmente oltre, in modo forse irreversibile. Una scelta di modello, che è molto di più che porre rimedio a carenze e inerzie sul fronte ambientale e su quello della trasformazione digitale, i due fronti che descrivono le direttrici del piano europeo “Next Generation EU” .

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Un’auspicabile scelta di modello, che comporta radicali e profondi mutamenti di indirizzo, di priorità, per switch-off non sempre indolori ma necessari. Per non “tornare come prima” e invece agire con una proiezione futura di reale cambiamento. Come si legge nella proposta elaborata da Asvis “Per un pacchetto di investimenti a favore dello sviluppo sostenibile delle città e dei territori” “Una crisi così devastante deve portare a un ripensamento profondo del modello di sviluppo e a un cambiamento di molte politiche lungo la strada dello sviluppo sostenibile che, anche in precedenza, di fronte alle minacce dei cambiamenti climatici e delle crescenti disuguaglianze, si stava affermando come l’unica scelta possibile”.

Ripensare il modello di sviluppo (e la trasformazione digitale)

Nel campo del cosiddetto “Green new deal” ripensare il modello significa, per l’Italia, indirizzare ad esempio il futuro non solo verso una manutenzione proattiva del sistema idrogeologico del territorio nazionale, inclusa la (ri)costruzione di una rete di organi e competenze, una governance che possa farsene carico in modo sistematico, ma anche verso un sistema radicalmente diverso di sviluppo territoriale e di smartness. Smartness che, ad esempio, può essere concepita come miglioramento delle condizioni di vita dei territori, favorendo il ripopolamento dei paesi, delle campagne e delle montagne e un diverso approccio al consumo di suolo. Come ho scritto su questa testata,  questo può significare spingere verso lo sviluppo di tecnologie e piattaforme che sostengano proprio le attività economiche non in città (e quindi per piccole unità di produzione/coltivazione, con la banda ultralarga mobile, per e-commerce di piccole realtà), anche a livello normativo, favorendo e incentivando le reti di piccoli comuni. Decentrando e riducendo il flusso verso le città.

L’Italia è anche, non a caso, uno dei paesi europei con più bassa percentuale di popolazione che vive in città (70% contro l’80% di Francia e Spagna) e il decentramento produttivo è, d’altra parte, una delle opportunità più interessanti e rivoluzionarie come risultato dell’innovazione tecnologica, decentramento che organizzativamente può meglio garantire flessibilità e allo stesso tempo massa critica indispensabile per la competizione internazionale. Ripensare il modello di sviluppo significa, in questo senso, anche scegliere un modello di sviluppo territoriale, costruendo una nuova direttrice di marcia. Ed esempi di scelta come questi, altrettanto necessari, coniugando innovazione e sostenibilità, richiedono similmente approcci organici e radicali, con switch-off che consentano di concentrare sforzi e risorse, e allo stesso tempo conducano a comportamenti conseguenti anche gli attori privati.

Ripensare il sistema educativo, per una centralità delle competenze

Nella comunicazione della Commissione Europea relativa al Recovery PlanEurope’s moment: Repair and Prepare for the Next Generationil ripensamento del modello di sviluppo viene connesso in modo stretto con il tema delle competenze: “Mentre l’Europa inizia il suo percorso verso la ripresa verso un’economia e una società più verdi, digitali e più resilienti, la necessità di migliorare e adattare abilità, conoscenze e competenze diventa ancora più importante. La crisi ha anche mostrato l’importanza delle competenze digitali, per i bambini, gli studenti, gli insegnanti, i formatori e tutti noi per comunicare e lavorare. La Commissione presenterà un’agenda per le competenze per l’Europa e un piano d’azione aggiornato sull’educazione digitale.”

L’Italia presenta, come è noto, un forte divario sul fronte delle competenze e dei livelli di istruzione,  insieme a indubbie eccellenze. L’opportunità italiana è di coniugare competenze di eccellenza, grande attrattività dei territori e alcune caratteristiche chiave di flessibilità e innovazione, ingredienti tutti naturali per ecosistemi integrati, per reti di conoscenza e produzione.

Perché questa opportunità si sviluppi e non si correli a fenomeni di divaricazione e disuguaglianza, l’investimento prioritario è sulle competenze (soprattutto digitali, ma non solo, naturalmente) diffuse, per un sistema educativo che abbracci anche il mondo degli adulti in coerenza con quello scolastico ed universitario.

Il cambiamento di modello richiede uno spostamento radicale, in tutti i campi, verso una centralità della persona e dei fabbisogni sociali. Per la trasformazione digitale questo significa innanzitutto porre in priorità elevata il tema delle competenze della popolazione, in modo che sia adeguato non solo per la comprensione della transizione verde e digitale (non a caso riferite come “gemelle” nella comunicazione della Commissione UE) ma anche per una (necessaria) partecipazione attiva. Partecipazione che si ottiene con interventi di formazione lungo tutto l’arco della vita ma anche con un modello di apprendimento che nativamente abiliti la partecipazione. La partecipazione come pilastro essenziale della cittadinanza e della vita sociale significa che la partecipazione diventa il metodo di governo e quindi la sua abilitazione condizione primaria e diritto.

Centrale diventa, in questo senso, allora, la costruzione di un sistema educativo che assolva questo compito nella sua interezza:

  • in ampiezza, per tutte le fasce di età, naturalmente con ambienti, modalità, strumenti, tempi diversi, ma con un approccio organico e coerente;
  • in profondità, rispetto ai diversi fabbisogni di approfondimento e di specializzazione, e alle specifiche abilità degli individui, assicurando comunque la formazione sulle competenze di base per la cittadinanza (e con una considerazione specifica per le alfabetizzazioni trasversali, tra cui quelle digitale e ambientale, e con una forte attenzione per le competenze sui dati).

Questo passaggio non è scontato, e non è neutro, perché comporta la definizione di una governance e di una strategia di intervento con alcuni elementi che oggi positivamente iniziamo a riscontrare sull’area delle competenze digitali, nell’ambito dell’iniziativa Repubblica Digitale  (dove è in corso, con un approccio condiviso e multistakeholder, la definizione di una strategia organica nazionale):

  • la realizzazione di percorsi e strumenti che assicurino la centralità della persona rispetto ai diversi organismi e attori che fanno parte del sistema educativo, con una sua governance organica, nella stessa logica con cui la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione comporta un modello in cui la differenza tra le amministrazioni diventa del tutto trasparente al cittadino, ben concretizzato dall’app IO;
  • la realizzazione di ambienti (fisici e digitali) di apprendimento che traguardino la didattica innovativa con definitivo abbandono di quella frontale e tradizionale, incluse palestre di apprendimento (fisiche e digitali), luoghi permanenti di (auto)formazione, fruizione, sperimentazione di servizi, di tecnologie, affiancate a presìdi permanenti di supporto finalizzati all’inclusione.

Dentro questo modello sono da inquadrare gli interventi per l’edilizia scolastica e universitaria ed in generale educativa e culturale (biblioteche, prima di tutto, insieme a nuovi spazi di partecipazione e apprendimento, come i centri urbani), oltre che per le infrastrutture digitali a supporto, in una logica di ecosistemi di innovazione, di innovazione sociale, di territori smart, dove l’organizzazione del lavoro agile sia concepita come modalità “di default”  .

Possono essere costruiti, così, nell’ambito del piano strategico nazionale per il recovery plan, gli elementi per l’affermazione del diritto di cittadinanza (interpretato nel senso della cittadinanza attiva e della partecipazione sociale), nella logica della transizione verde e digitale. Verso una società che cresce secondo un modello di sviluppo sostenibile.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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