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Direttore responsabile Alessandro Longo

Lo studio

Tutti i numeri del caos IT nei Comuni

di Paolo Colli Franzone, Osservatorio Netics

15 Gen 2015

15 gennaio 2015

Un’analisi svolta da Netics su oltre 1.200 Comuni italiani mette in evidenza l’anello debole nella catena dell’amministrazione digitale. Elevata frammentazione esterna e interna. Scarsa capacità di governance e costi fuori controllo. Ci sono comuni che pagano le stesse cose 5,5 volte in più degli altri, a parità di altre condizioni. Si rende necessaria la certificazione dei fornitori e delle soluzioni applicative vendute alla PA locale: la palla passa all’AgID

In attesa di verificare a livello fattuale, dopo la lunga stagione degli annunci, l’impatto delle due “rivoluzioni digitali” volute dall’allora Digital Champion Francesco Caio (l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente e il Sistema Pubblico per l’Identità Digitale) finalmente approdate alla fase operativa dopo la pubblicazione in Gazzetta dei rispettivi decreti attuativi, vale la pena di continuare a concentrarsi su quello che purtroppo continua a rappresentare l’anello debole della catena nel framework complessivo di digitalizzazione della PA italiana.
Stiamo parlando dei Comuni, con particolare riferimento al fenomeno della “doppia frammentazione”: una prima frammentazione risultante dalla presenza di 8.000 sistemi informativi che tutto fanno tranne parlarsi fra loro e col resto della PA, alla quale si sovrappone una ulteriore frammentazione “interna” dovuta alla presenza di silos applicativi poco o affatto integrati persino quando essi condividono il medesimo produttore di software.

L’Osservatorio Netics ha analizzato 1.235 Comuni, ricostruendone la loro complessità architetturale e l’impatto di questa complessità in termini di total cost of ownership. La ricerca, partita nel 2013, si è conclusa a fine 2014 attraversando non poche difficoltà di reperimento delle informazioni dovute a una certamente non entusiastica collaborazione di una considerevole parte delle amministrazioni messe “sotto esame”.
Molte informazioni sono state reperite in rete, attraverso un sistema “semiautomatizzato” di ricerca sul Web delle delibere e/o determine di affidamento di servizi di manutenzione e assistenza applicativa, in modo da poter produrre una serie di “mappe” dei sistemi informativi comunali per il panel considerato pari a 1.235 comuni, stratificati per dimensioni e collocazione geografica.

La ricerca ha coinvolto inizialmente una quantità più che doppia di enti, per poi ridursi a causa della impossibilità di reperimento delle informazioni ricercate (ed anche questo è un dato, del quale tener conto).
Importante precisare che il panel non comprende i circa 60 comuni italiani maggiori per dimensioni (popolazione superiore a 100.000 abitanti), in quanto questo segmento viene rilevato ogni due anni da Netics con una metodologia completamente diversa dove prevalgono le interviste face-to-face coi CIO.

I risultati principali di questo lungo lavoro di ricerca sono riassumibili in poche parole: “frammentazione”, come già detto, ma anche “disordine” e “costi fuori controllo”.
Partiamo dal fondo: i costi.
Il risultato più clamoroso riguarda il segmento di comuni fra i 3.000 e i 10.000 abitanti, dove a parità di parco software installato, di dimensione demografica e persino di collocazione geografica si possono riscontrare differenze di costi pagati per manutenzione e assistenza applicativa vicini al 550%!
Il Comune A paga cioè 5,5 volte il prezzo pagato dal Comune B per manutenere un parco applicativo sostanzialmente identico in un contesto organizzativo (espresso in quantità di postazioni di lavoro attive) altrettanto sostanzialmente identico.
Inutile dire che gli enti virtuosi sotto il profilo della spesa sono quelli che fanno capo a Unioni di Comuni o ad altre forme associate di gestione delle funzioni ICT, dove evidentemente “funzionano bene” gli effetti di maggior potere contrattuale nei confronti dei fornitori assicurati da maggiori volumi di domanda espressa.

Qualche altro dato interessante per raffigurare la frammentazione e la difficoltà di esercizio di una reale governance dei sistemi informativi dei Comuni lo troviamo misurando l’eterogeneità dei silos.
Un Comune “medio” (tra i 15.000 e i 30.000 abitanti) gestisce un parco software di 21,2 (valore medio per il segmento) applicativi differenti, avendo a che fare con 5,7 fornitori diversi e con 3,4 differenti piattaforme di DBMS.
Tutto questo “ben di Dio” risiede su 24,8 server in media e serve 165,3 postazioni di lavoro fra PC desktop e laptop.
Il tutto per una spesa corrente complessiva annuale (sempre intesa come media fra tutti i valori di segmento rilevati) pari a 123.000 € al netto da IVA ed escludendo i costi del personale comunale addetto a funzioni ICT.
La spesa corrente annuale IT varia sensibilmente col variare della frammentazione applicativa e col numero di fornitori presenti, ma questa è una considerazione ai limiti dell’ovvio.

La frammentazione dell’infrastruttura appare quasi interamente imputabile a condizionamenti dei fornitori, ciascuno del quale “raccomanda fortemente” ambienti (server, DBMS e middleware) esclusivi, con evidente discapito per l’economia di gestione complessiva del sistema informativo comunale.
Scarsissima la “mobilità applicativa”: salvo rarissime eccezioni, i Comuni si tengono ben stretto il loro software e tendono a non cambiare fornitore. Prevalgono considerazioni di tipo economico-finanziario, anche quando appare evidente – ad un osservatore esterno – una situazione di costi assolutamente incongrui.
Altrettanto scarsa la capacità di interazione con l’esterno: ciascuno dei fornitori tende a fornire ai suoi clienti un set minimo di servizi online da mettere a disposizione dei cittadini, con l’evidente intenzione di mantenere un forte controllo sul parco installato.

Prevale la logica del lock-in più o meno esplicito, in un mercato sostanzialmente fermo da anni e caratterizzato dalla presenza di una decina di ISV specializzati che si dividono ¾ dei Comuni e una quarantina di piccolissime software house che si dividono il restante quarto.

Se è da qui che dobbiamo partire, la strada che porta al digital by default è lunga, in salita e piena di curve.
Ed è peraltro difficile immaginare che iniziative come “Italia, Login!” possano interfacciarsi con un simile caos.
Probabilmente è ora che l’AgID imponga un meccanismo di certificazione obbligatoria per i fornitori di software applicativo, subordinando il rilascio della certificazione all’adozione di standard di interoperabilità e al rilascio dei dati in formato aperto.
Ed è anche ora che sempre AgID attivi un osservatorio prezzi capace di rilevare in tempo quasi reale le dinamiche del mercato IT per la PA locale.
Perché il mercato è sacro, sia ben chiaro: e speriamo che non risorgano velleità di “software di Stato”.
Ma il mercato non può e non deve essere un souk. Soprattutto quando i soldi sono quelli di ciascuno di noi.

  • Piero L

    Renzi dovrebbe ridurre da 8.000 a 80 i CED pubblici, così come sta riducendo da 32.000 a 35 le Stazioni Appaltanti.
    Più efficienza, meno sprechi e corruzione, meno rischi CYBER.

  • MarIa G

    Ulteriore perplessità: l’utilizzo dell’ICT non dovrebbe prevedere a monte analisi dei processi, monitoraggio e revisione delle procedure? Se si pensa ad ogni snodo del flusso informativo si nasconde una legge, un regolamento attuativo, un regolamento interno e un tot di ricorsi, sentenze interpretative, circolari e raccomandazioni…pover* informatic*!
    Comunque, no al “software di Stato”: i terrificanti costi di realizzazione e implementazione del Servizio Bibliotecario Nazionale (in funzione dal 1985 e ancora oggi utilizzato non da tutte le biblioteche italiane) sono un esempio ormai storico dell’insufficiente capacità di analisi dei processi nei servizi, della sudditanza al know-how delle software house e quindi del loro costo.

  • AlessandroA

    Buongiorno, sono Alessandro Angellotti, vice presidente di OpenSIPA (www.opensipa.it), l’associazione degli informatici della pubblica amministrazione, seguendo i lavori dell’Agenda Digitale ci siamo imbattuti in questo articolo che in prima battuta ci ha ci suscitato parecchie emozioni, per le quali avremmo piacere di condividere ed intavolare una costruttiva discussione.
    Ci fa piacere che il Netics, tramite uno studio approfondito ed in parte automatizzato, ha messo in luce quanto a noi risaputo e, dobbiamo dire, ampiamente scontato.
    Ci dispiace venire a conoscenza che gli enti interrogati non abbiamo voluto collaborare con Netics, del resto perché non collaborare proprio chi si occupa di creare “opportunità di incontro tra domanda ed offerta”, che, a meno non me lo si spieghi diversamente, a me risulta essere in altre parole, “noi conosciamo le PA e quindi possiamo dire a voi fornitori come vendere di più” (certo, i prodotti che interessano alle PA stesse, non cose di cui non ci facciamo nulla).
    Ci sorprende invece che un ex marketing manager di CSI Piemonte (che gli enti piemontesi conoscono bene), non sappia che tra gli attuali clienti di Netics ci sono alcune delle software house di cui si parla dell’articolo, perché non è stato chiesto direttamente a loro a quanto offrono i loro prodotti, se hanno prezzi standard o cos’altro? Forse la domanda rivolta ad un cliente sarebbe stata imbarazzante, forse è meglio dipingere la cartolina dei Comuni Italiani ”nel Caos”, e che magari avrebbero bisogno di una mano, di una consulenza, magari da qualcuno che è fornitore delle stesse software house che dovrebbero vendere, a prezzo calmierato e con profondo senso etico, alle PA italiane. Insomma, ci lasci dire, l’ennesimo siparietto dove se le cose vanno male è responsabilità dei Comuni, cioè dei suoi dipendenti, mentre grandi analisti hanno la soluzione in collaborazione con le stesse aziende che applicano prezzi, a quanto pare, fino al 550% più alti.
    Ci delude che una proposta di “certificazione” dei fornitori e delle applicazioni arrivi proprio da chi dialoga con alcuni fornitori, di fatto dando un piccolo vantaggio competitivo a quelle aziende che ad oggi si rivolgono a Netics rispetto ad altre che non lo fanno, ma non vogliamo essere maliziosi. Continuando su questo punto, ci fa ridere di come si pensa di far raggiungere tale ipotetica certificazione ad alcune aziende fornitrici di PA, autentici pachidermi bloccati dagli stessi lock-in da loro imposti e scelte strategiche errate, ma forse una soluzione si troverà anche per loro, chissà.
    Ci deprime non conoscere altri dettagli di questo studio, ad esempio vedere se ha tenuto conto o meno delle personalizzazioni comprese nei costi del servizio/manutenzione. Oppure, altra pratica comune, poichè gli enti, a causa di un miope patto di stabilità, sono molto condizionati nel poter effetture spese in conto capitale, sono costretti a pagare canoni di manutenzione o acquisto software più elevati poiché incluso vi è l’hardware, a partire da alcuni PC uso client fino ad arrivare, nei casi più disperati, a server per far girare l’applicazione più aggiornata o in maniera più veloce e quindi più efficiente.
    Ci lascia contraddetti nel momento in cui ci si augura che l’Anagrafe Nazionale della Popolazione finalmente prenda forma (software centralizzato con buona pace dei fornitori, o forse no?), ma al contempo speriamo che “non risorgano velleità di software di Stato”, ma su questo non commentiamo oltre, chiunque leggerà questo commento capirà da se i motivi… forse.
    Ed infine, l’articolo ci fa arrabbiare, per un motivo molto semplice: i padri parlino con i figli! Lo Stato, o il Governo dir si voglia, parli DIRETTAMENTE con le sue succursali senza passare per intermediari portatori di interessi. Lo Stato abbia il coraggio, da domani o entro fine settimana massimo, di dire che i servizi digitali devono parlare con formati STANDARD e APERTI e che qualsiasi software per la PA debba avere tracciato record PUBBLICO E DOCUMENTATO nei minimi particolari (in attesa eventualmente di tracciati record standard). Vi deve essere una legge dello Stato, non un velato e codardo consiglio facilmente eludibile come l’ormai famoso art.68 del CAD, un articolo di legge che lo dica nero su bianco, un comunicato stampa che lo diffonda a tutti i livelli, una PEC del Ministero che arrivi a tutti gli Enti d’Italia. Ecco che già i tre quarti dei famosi produttori di software per la PA si ritroverebbero a fare innovazione e non più vivacchiare alle spalle dei contribuenti, con gli enti presi in ostaggio. Il mercato è sacro? E che si movimenti allora, ad oggi ci pare di leggere l’ennesima rivoluzione che protegge l’immobilismo e gli interessi dei fornitori a danno della professionalità degli enti, comunali o meno che siano.
    Altro ancora ci sarebbe da dire ma rimandiamo per non appesantire eccessivamente il tema trattato, speriamo di aver dato uno spunto di riflessione importante a questo articolo.
    Buona giornata.

  • andros

    Sono il rappresentate di una della “famigerate” software houses che forniscono software gestionale ai Comuni.
    La situazione è esattamente quella descritta nell’articolo ma vorrei spezzare una lancia nei confronti di chi opera con correttezza sia dal lato di chi compra che da quello di chi vende.
    Se gli stessi servizi vengono pagati da alcuni 5,5 volte di più che da altri, per anni e spesso a pochi passi di distanza, c’è evidentemente un problema di scarsa serietà da parte di tutti coloro che sono coinvolti.
    La dispersione dei servizi e delle risorse è il risultato di una mancata visione di assieme e del frazionamento delle responsabilità decisionali per cui ogni ufficio ha ritenuto di adottare la soluzione a suo avviso più giusta per simpatia, interesse o magari solo per fare in modo diverso dal collega.
    La storia degli innumerevoli progetti di integrazione e normalizzazione avviati da ministeri, regioni, province, unioni di comuni etc nel corso di trenta anni di informatica pubblica potrebbero alimentare una interminabile collana di insuccessi e …faldoni processuali.
    In questo bailamme noi software houses ci siamo accollati l’onere di mantenere aggiornato un software gestionale tra i più complicati al mondo (la nostra burocrazia non ha molti riscontri) garantendo la quotidianità dei servizi.
    Solo nell’ultimo semestre abbiamo rilasciato una ventina di aggiornamenti solo per anagrafe, elettorale, finanziaria e tributi.
    C’è chi si è fatto pagare il giusto per i servizi resi con serietà professionale.
    C’è chi ha tirato la corda senza incontrare resistenza.
    Ora non è facile riportare le pecore nell’ovile con decine di migliaia di strumenti che erogano giornalmente servizi essenziali.
    L’AgId si sta muovendo con prudenza su un terreno minato.
    Le prime mosse sembrano giuste ma a mio avviso dovrebbe anche iniziare a stoppare le infinite iniziative scombinate che tutt’ora sono assunte dai più svariati enti centrali e locali in totale autonomia, sfruttando finanziamenti di varia provenienza.
    Vittorio

  • Alessandroa

    A titolo personale, mi permetto di scrivere altre due note sulla “Razionalizzazione dei CED” et simila.
    La domanda principale che ognuno di noi dovrebbe farsi quando si parla di modifiche alla PA, dovrebbe essere questa: “A chi conviene farlo?”. Ad oggi, in mancanza di infrastrutture, razionalizzare i CED vuol dire mettere in mano di altri, soggetti non fidati per lo più, i dati dei cittadini, ed a prezzi tali che ogni buco di comune potrebbe avere una sala CED non dico TIER I ma poco ci manca. Riguardo la sicurezza, siete convinti ad esempio che 8000 uffici anagrafe siano meno sicure di un ANPR che invoglierebbe invece hacker di tutto il mondo, senza parlare di terrorismo (sia cyber che reale) e dimostrazioni varie?
    Ad ogni modo, non voglio essere disfattista, sono un tecnico, mi si dica dove ed a che prezzo posso spostare i server/servizi del mio ente ed a che prezzo, facciamo un banale confronto “quanto spenderei – (meno) quanto spendo”, se il risultato è negativo allora ok razionalizzazione, se il risultato è positivo allora alt, c’è qualcosa che non torna. A parità di condizioni ovviamente. Mentre aspetto che il Governa investa in infrastruttura ed innovazione e che razionalizzi i suoi Ministeri (o già lo sono?), possiamo parlare finché vogliamo.

  • Nicola Meucci

    Risposta ad articolo “Tutti i numeri del Caos IT dei Comuni”
    Inviato da Ced Caorle il Domenica, 18 Gennaio 2015.

    In risposta all’articolo pubblicato su agendadigitale.eu (link), è stata mandata questa risposta come commento (non sappiamo se sarà pubblicata o “moderata”).

    “Buongiorno, sono Alessandro Angellotti, vice presidente di OpenSIPA, l’associazione degli informatici della pubblica amministrazione, seguendo i lavori dell’Agenda Digitale ci siamo imbattuti in questo articolo (http://www.agendadigitale.eu/egov/1266_tutti-i-numeri-del-caos-it-nei-comuni.htm) che in prima battuta ci ha ci suscitato parecchie emozioni, per le quali avremmo piacere di condividere ed intavolare una costruttiva discussione.

    Ci fa piacere che il Netics, tramite uno studio approfondito ed in parte automatizzato, ha messo in luce quanto a noi risaputo e, dobbiamo dire, ampiamente scontato.

    Ci dispiace venire a conoscenza che gli enti interrogati non abbiamo voluto collaborare con Netics, del resto perché non collaborare proprio chi si occupa di creare “opportunità di incontro tra domanda ed offerta”, che, a meno non me lo si spieghi diversamente, a me risulta essere in altre parole, “noi conosciamo le PA e quindi possiamo dire a voi fornitori come vendere di più” (certo, i prodotti che interessano alle PA stesse, non cose di cui non ci facciamo nulla).

    Ci sorprende invece che un ex marketing manager di CSI Piemonte (che gli enti piemontesi conoscono bene), non sappia che tra gli attuali clienti di Netics ci sono alcune delle software house di cui si parla dell’articolo, perché non è stato chiesto direttamente a loro a quanto offrono i loro prodotti, se hanno prezzi standard o cos’altro? Forse la domanda rivolta ad un cliente sarebbe stata imbarazzante, forse è meglio dipingere la cartolina dei Comuni Italiani ”nel Caos”, e che magari avrebbero bisogno di una mano, di una consulenza, magari da qualcuno che è fornitore delle stesse software house che dovrebbero vendere, a prezzo calmierato e con profondo senso etico, alle PA italiane. Insomma, ci lasci dire, l’ennesimo siparietto dove se le cose vanno male è responsabilità dei Comuni, cioè dei suoi dipendenti, mentre grandi analisti hanno la soluzione in collaborazione con le stesse aziende che applicano prezzi, a quanto pare, fino al 550% più alti.

    Ci delude che una proposta di “certificazione” dei fornitori e delle applicazioni arrivi proprio da chi dialoga con alcuni fornitori, di fatto dando un piccolo vantaggio competitivo a quelle aziende che ad oggi si rivolgono a Netics rispetto ad altre che non lo fanno, ma non vogliamo essere maliziosi. Continuando su questo punto, ci fa ridere di come si pensa di far raggiungere tale ipotetica certificazione ad alcune aziende fornitrici di PA, autentici pachidermi bloccati dagli stessi lock-in da loro imposti e scelte strategiche errate, ma forse una soluzione si troverà anche per loro, chissà.

    Ci deprime non conoscere altri dettagli di questo studio, ad esempio vedere se ha tenuto conto o meno delle personalizzazioni comprese nei costi del servizio/manutenzione. Oppure, altra pratica comune, poichè gli enti, a causa di un miope patto di stabilità, sono molto condizionati nel poter effetture spese in conto capitale, sono costretti a pagare canoni di manutenzione o acquisto software più elevati poiché incluso vi è l’hardware, a partire da alcuni PC uso client fino ad arrivare, nei casi più disperati, a server per far girare l’applicazione più aggiornata o in maniera più veloce e quindi più efficiente.

    Ci lascia contraddetti nel momento in cui ci si augura che l’Anagrafe Nazionale della Popolazione finalmente prenda forma (software centralizzato con buona pace dei fornitori, o forse no?), ma al contempo speriamo che “non risorgano velleità di software di Stato”, ma su questo non commentiamo oltre, chiunque leggerà questo commento capirà da se i motivi… forse.

    Ed infine, l’articolo ci fa arrabbiare, per un motivo molto semplice: i padri parlino con i figli! Lo Stato, o il Governo dir si voglia, parli DIRETTAMENTE con le sue succursali senza passare per intermediari portatori di interessi. Lo Stato abbia il coraggio, da domani o entro fine settimana massimo, di dire che i servizi digitali devono parlare con formati STANDARD e APERTI e che qualsiasi software per la PA debba avere tracciato record PUBBLICO E DOCUMENTATO nei minimi particolari (in attesa eventualmente di tracciati record standard). Vi deve essere una legge dello Stato, non un velato e codardo consiglio facilmente eludibile come l’ormai famoso art.68 del CAD, un articolo di legge che lo dica nero su bianco, un comunicato stampa che lo diffonda a tutti i livelli, una PEC del Ministero che arrivi a tutti gli Enti d’Italia. Ecco che già i tre quarti dei famosi produttori di software per la PA si ritroverebbero a fare innovazione e non più vivacchiare alle spalle dei contribuenti, con gli enti presi in ostaggio. Il mercato è sacro? E che si movimenti allora, ad oggi ci pare di leggere l’ennesima rivoluzione che protegge l’immobilismo e gli interessi dei fornitori a danno della professionalità degli enti, comunali o meno che siano.

    Altro ancora ci sarebbe da dire ma rimandiamo per non appesantire eccessivamente il tema trattato, speriamo di aver dato uno spunto di riflessione importante a questo articolo.

    Buona giornata.”

    http://www.opensipa.it/notizie/risposta-ad-articolo-tutti-i-numeri-del-caos-it-dei-comuni

  • Paolo Colli Franzone

    Sono molto d’accordo con Vittorio.
    C’entra molto la serietà dei fornitori.
    Diventa essenziale un ruolo forte di AgID, a mio parere.
    Certificazione dei fornitori e dei prodotti.

  • Paolo Colli Franzone

    Provo a rispondere ad Alessandro Angellotti, anche se la quantità di osservazioni è tale per cui forse si rende indispensabile un confronto (magari pubblico) al quale ovviamente non mi sottrarrò.

    “Gli enti non hanno voluto collaborare con Netics”: magari mi sono espresso male, quindi la ridico.
    “Molti” enti non hanno ritenuto di darci dati di dettaglio, non “tutti”.

    “Creiamo occasioni di incontro domanda/offerta”: ci tengo a precisare che “occasioni di incontro” significa “luoghi di discussione”, non “fiera dell’Est”. Chi ha partecipato e chi partecipa ai meeting di Netics (sia lato domanda che lato offerta) sa benissimo come funzionano le cose e con quale serietà lavoriamo.
    Il “marketing di relazione” e il “ti faccio vendere cose” non fa parte del nostro modo di lavorare. Possiamo fortunatamente permetterci di essere “choosy” e di dire no a proposte imbarazzanti che ogni tanto qualche fornitore ci avanza.

    Netics NON ha clienti (l’ultimo l’ha avuto tre anni fa) tra gli ISV che fanno software per Comuni.
    Chiunque può venire da noi e vedere l’elenco clienti e il registro delle fatture. Nessun segreto, nessun mistero.

    Se Alessandro avesse voglia di rileggere il mio pezzo con più attenzione, si renderebbe conto che sto dicendo esattamente il contrario di quello che dice lui. Io sto dalla parte dei Comuni, e trovo assurdo che ci sia chi si fa pagare 5,5 volte tanto la medesima (più o meno) prestazione.
    Il problema serio ce l’hanno gli ISV e le software house, non i Comuni.
    E davvero mi interessa poco se qualche “pachiderma” incontrerà problemi in sede di certificazione: io mi sono limitato a esporre un’idea, e francamente quando parlo da analista tendo a non preoccuparmi più di tanto degli interessi specifici di qualcuno.
    Netics esiste da ormai 8 anni e credo si sia conquistata (magari non presso tutti tutti…) credenziali più che sufficienti di terzietà.
    Inoltre, Netics NON eroga consulenze ai Comuni. Mai fatto e non lo farà mai.
    Potrà sembrare strano, ma abbiamo un modello etico piuttosto strutturato e sappiamo piuttosto bene cosa significa “conflitto di interesse”.

    Ribadisco: se vogliamo fare (e sarebbe molto bello e interessante) un confronto pubblico sul tema, io ci sono.
    Così come sono a disposizione di OpenSIPA (della cui esistenza non ero a conoscenza sino ad oggi) per qualsiasi approfondimento sui dati e sui temi. Volentierissimo.

    Paolo Colli Franzone
    Direttore Osservatorio Netics

  • Alessandroa

    Dott. Colli, cercherò anche io di essere più chiaro: non ce l’ho con lei o con la Netcis, ce l’ho con il metodo che puntualmente, da anni, si ripete in Italia. Il metodo che contesto è questo: non si parla con chi vive le problematiche ma con altri soggetti, spesso lontani dai meccanismi su cui si esprimono. Con tutto il rispetto e la stima che posso avere di lei e della Netcis, mi dispiace dire che io, e molti degli operatori della PA, non si fidano più dei consulenti o opinionisti esterni, proprio per le politiche di consulenze, lock-in e prezzi maggiorati del 550% che lei stesso denuncia.
    Lo studio, Dott.Colli, lo pubblichi pure, e poi noi, da operatori della PA locale di cui parla, le diciamo se c’è stato qualche errore di fondo. Perché da quello che leggo, e cioè di dati presi raccolti dal web, mi scusi ma la vedo dura capire se il comune A ha dato x soldi ad Insiel Mercato (tanto per fare un esempio delle software house presente tra l’altro nella vostra lista clienti, non si tratta di un caso reale) ed al comune B ha dato x*5,5 perché magari ha pagato cose aggiuntive. Sarebbe carino vederlo questo studio. Anche perché, mi scusi se ho l’abitudine di tradurre e semplificare, lei sta dicendo che in alcuni casi i comuni sono stati virtuosi, in altri o si sono fatti fregare o hanno dato appalti/servizi in malafede, non crede che agli interessati farebbe piacere saperlo?
    Lei è dalla mia stessa parte, ok, allora le chiedo perché anche lei non si aggiunge al coro delle soluzioni semplici, non aggiungendo altre regole ma chiarendo e semplificando quelle già esistenti, come ad esempio l’art.68 del CAD già citato. Perchè non si impone, al più presto possibile, l’adozione di formati aperti e tracciati recordo documentati per tutti i fornitori delle PA? Basta una leggina, piccola piccola, tempo di adeguamento per il primo punto due anni, per il secondo 6 mesi (devono produrre documentazione, non scrivere nuovo software).
    Sottoscriverebbe questa proposta?

    Alessandro Angellotti

  • Paolo Colli Franzone

    Certo che lo sottoscrivo!
    Quello che proponevo (che AgID, cioè, assuma un ruolo di certificazione) va esattamente in questa direzione.
    Si certificano solo produttori e prodotti che garantiscono l’assenza di lock-in e rilasciano dati in formato aperto.
    Si fa in mezzo mondo, magari lo facessimo anche qui.
    Precisazione su Insiel Mercato: Netics sta lavorando con loro esclusivamente sul mercato Sanità.
    E in ogni caso, il nostro (ripeto) è un lavoro di fornitura di dati e di chiavi di lettura sulle dinamiche di mercato, nonchè supporto alla definizione di strategie di prodotto/servizio. Non diamo MAI supporto in termini di “inciucio” o “mi dai dei soldi perchè ti faccio vendere qualcosa”. Questo lavoro lo lasciamo volentieri ad altri (che non mancano).
    In ogni caso, accolgo il suggerimento: pubblicheremo lo studio.

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