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codice appalti

Appalti pubblici IT, senza shock culturale è battaglia persa

La PA spende poco e male in ICT e si disinteressa delle competenze. La sfida non è quindi solo tecnologica o volta a migliorare gli acquisti. Bisognerebbe pensare a una Repubblica 3.0 che metta al centro cittadini e imprese, supportandoli nel cammino verso la trasformazione digitale

29 Gen 2018

Gino Falvo

Direttore Amministrativo, Lepida


Da tempo, ormai, va avanti la diatriba tra il poco raccomandato “minor prezzo” e la caldeggiata “offerta economicamente più vantaggiosa”, i due macro-criteri di aggiudicazione previsti dall’art. 95 del Codice degli appalti (D.lgs 50/2016).

Il primo, ça va sans dire, orientato all’ottenimento del minor prezzo; il secondo all’ottenimento del miglior rapporto qualità/prezzo.
È, quindi, la ricerca di una maggiore qualità negli appalti che ha guidato il legislatore nel privilegiare il criterio dell’offerta economicamente vantaggiosa e relegare l’applicazione del minor prezzo solo ad alcune fattispecie definite dallo stesso Codice.
Ma non sarà un falso problema, quello tra “offerta economicamente più vantaggiosa” e “minor prezzo”, anche rispetto alla sfida della digitalizzazione della PA e del Paese?

Tralasciando qualsiasi disquisizione circa la maggiore o minore efficacia teorica dell’uno o dell’altro criterio, evitando così di imbatterci proprio nella diatriba nella quale ben più autorevoli esperti si sono cimentati, mi piacerebbe ragionare insieme a voi circa l’efficacia della norma nel garantire, in concreto, un maggior livello di qualità nel settore dell’Information and Communication Technologies (ICT) e, quindi, nel percorso avviato dalla PA e dal Paese verso la cosiddetta digital transformation.

È indubbio che l’impianto del Codice passi per la progettazione. Il progetto è il vero perno dell’appalto, sia esso di lavori, di servizi o di forniture. E la qualità deve essere espressa nel progetto. La PA, infatti, dovrebbe essere in grado di incardinare la sua proposta di valore proprio nell’elaborato progettuale che è chiamato, anche per i servizi (ICT), a esprimere i livelli di qualità minima attesi dall’appalto. Peraltro, proprio per espressa previsione del Codice, la progettazione dei servizi (si veda il comma 14 dell’art. 95) deve essere “predisposta dalla stazione appaltante, di regola, mediante propri dipendenti in servizio”. Dunque, almeno sotto il profilo teorico, l’impianto del Codice non fa una piega.

Mi chiedo, però, se non si tratti soltanto di un gran bel modello teorico. Tanto è vero che non facciamo altro che leggere, da fonti autorevoli oltre che accreditate come la Commissione parlamentare di inchiesta sulla digitalizzazione della PA, che la pubblica amministrazione spende poco e male in ICT (appena 85 euro per cittadino); che la PA ha una scarsa capacità di controllo della qualità della spesa; che “la radice di quasi tutti gli sprechi, delle inefficienze, delle mancate occasioni di risparmio, sta nell’assoluto disinteresse della PA riguardo alle competenze”; che i costi di contenzioso sono alti; che i tempi medi tra la pubblicazione e l’aggiudicazione, e conseguente stipula, dei contratti di appalto sono troppo elevati; infine che, ciliegina sulla torta, nell’85% dei casi, alle gare partecipa un solo fornitore e, calcolando anche quelle con due soli partecipanti, si arriva al 90%.

Sembra proprio quel famoso cane che si morde la coda! Mi spiego. Il Codice prevede che la PA esprima la qualità nel progetto, il quale deve essere realizzato dai dipendenti stessi della PA, che però dimostra un assoluto disinteresse riguardo alle competenze e finisce, quindi, per avere una scarsa capacità di controllo della qualità che invece voleva garantire. Il classico circolo vizioso.
Diciamoci la verità: forse anche solo inconsciamente, sapevamo o sospettavamo già tutto questo anche prima dell’inchiesta della Commissione che, per carità, ha quantomeno prodotto una relazione destinata a rimanere agli atti e che rappresenta un lavoro di ricognizione che non poteva non essere fatto e che dovrebbe, almeno spero, fornire la consapevolezza formale che qualcosa occorre cambiare.

A me sembra proprio la “cronaca di una tragedia annunciata”. D’altronde, se non coltivi le competenze dei tuoi progettisti, con la formazione, ad esempio, come puoi progettare innovazione?
E ancora, se non investi nelle competenze, anche assumendo nuove e più brillanti leve, come puoi produrre quel progetto che dovrebbe essere espressione della più alta forma di competenza di cui possiamo disporre, soprattutto quando l’oggetto è l’innovazione tecnologica? Ma se non le possediamo e non le coltiviamo queste competenze, quale qualità ci possiamo mai aspettare? La vera domanda, però, è: quale scenario si prospetta? Nella migliore delle ipotesi quello che la Commissione di inchiesta ha descritto è che sta rallentando la digitalizzazione e la crescita del Paese. Se ben ricordate, l’investimento in ICT, secondo alcuni studi, genera una crescita che va ben oltre il valore del capitale investito, producendo quello che viene definito dividendo digitale, quantificato in 7-8 punti percentuali.

Forse occorre fare un passo avanti e superare la mera logica del procurement pubblico e della semplice digitalizzazione. Occorre ripensare i processi nell’ambito di un nuovo paradigma di dialogo, anche digitale, che semplifichi e agevoli in primis l’interazione e il confronto con le istituzioni pubbliche. La sfida non è solo tecnologica o volta a migliorare il processo pubblico di acquisto, la sfida è culturale, è globale, è il cambiamento che è già in atto nel resto del mondo. E se ci arrocchiamo su logiche arcaiche rispetto all’era digitale che ci sta attraversando, quando ci sveglieremo saremo quasi preistorici.

Forse è il momento di pensare, oltre che alle Smart Cities e all’Industria 4.0, ad una Repubblica 3.0 che metta al centro i cittadini e le imprese, supportandoli e guidandoli, come farebbe un genitore con i propri figli, nel cammino verso la trasformazione digitale, mediante una proposta di valore che si fondi sul contributo dei nostri migliori attuali talenti. Una Repubblica 3.0, dunque, che sappia coltivare quei vivai (consentitemi il confronto calcistico) in grado di progettare una domanda pubblica di qualità e che sia in grado di parlare veramente la lingua del futuro e, perché no, che stimoli i nonni, non fosse altro che per l’orgoglio di sapere i propri nipoti protagonisti di questo cambiamento, a sperimentare l’approccio digitale anche nel conforto di una riconquistata fiducia istituzionale. Solo così eviteremo di perdere la vera partita di qualificazione mondiale.

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