Tasse e giustizia sociale

Non ci possiamo più permettere i super ricchi: il problema allo studio degli economisti

La pandemia ha reso i ricchi ancora più ricchi e ampliato le disparità sociali. Ecco perché serve, e urgentemente, un sistema fiscale efficiente, equo e progressivo che riduca le disuguaglianze, invece di accrescerle. Perché senza giustizia fiscale non vi è giustizia sociale né economica, né democrazia

07 Ott 2020
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria


Non solo Jeff Bezos (e molti altri) sempre più ricco, ma anche Donald Trump. Nei giorni scorsi il NYT ha rivelato che il presidente americano, appunto il miliardario Donald Trump, non avrebbe versato tasse federali per almeno dieci anni prima di entrare alla Casa Bianca (e nel 2016, anno della sua elezione, avrebbe pagato solo 750 dollari!). “Una fake news” ha replicato Trump (che di fake news se ne intende, essendone un produttore a livelli industriali), mentre è invece una notizia vera, molto vera.

Ma per ragionare di ricchi, di ricchezza, di profitti crescenti per pochi come delle disuguaglianze crescenti per molti, partiamo da una notizia apparentemente piccola piccola.

Nidvaldo nuovo super Paradiso fiscale

Nella recente tornata referendaria del 27 settembre in Svizzera – dove tra le altre proposte messe ai voti vi era quella della destra sovranista dell’Udc di limitare la libera circolazione delle persone con l’Unione Europea (proposta bocciata a larga maggioranza dal popolo, ma accolta invece nel Canton Ticino, anche se con una maggioranza minore rispetto a un analogo referendum del 2014) – il Cantone di Nidvaldo (43mila abitanti) ha votato anche su temi fiscali e “ha rafforzato la sua posizione di paradiso fiscale per le imprese. Il tasso di imposizione sugli utili sarà così ridotto dal 6 al 5,1%, un record svizzero se non mondiale (superata anche Hong Kong). A favore della revisione di legge ha votato il 59,46% degli aventi diritto”. Una scelta fatta evidentemente nella convinzione che una minore tassazione delle imprese (e dei ricchi sempre più ricchi) favorisca la ricchezza di un territorio. Una convinzione che nasce da una narrazione economica – uno storytelling – che dura da almeno tre decenni, sempre sementita dai fatti, ma sempre replicata e creduta.

Aveva scritto tempo fa Marco Revelli mettendo in luce i presupposti di questa narrazione: “Per parte sua, la globalizzazione lasciava intravedere la possibilità di un’espansione esogena della domanda, grazie all’ampliamento e all’integrazione dei mercati su scala planetaria. Non stupisce che, in un simile contesto si sia strutturato un paradigma economico (…) basato su una rinnovata centralità del mercato e sulla prospettiva di uno sviluppo trainato prioritariamente dall’offerta (supply-side) – in contrapposizione alle teorie keynesiane che si focalizzavano invece sulla domanda aggregata – nonché sull’effetto-incentivo di una minore tassazione per la formazione di capitali disponibili all’investimento” (La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero!, Laterza). Una narrazione frutto della retorica neoliberale per cui: meno tasse ai ricchi uguale maggiori investimenti, quindi più crescita economica e quindi benessere crescente per tutti. Era la teoria del trickle-down, gocciolamento, ovvero: i benefici di una politica economica e fiscale favorevole agli strati più ricchi della popolazione avrebbero finito prima o poi per discendere, gocciolare appunto anche sulle fasce meno favorite. In realtà è sempre accaduto il contrario, le disuguaglianze si sono sempre accentuate, ma evidentemente, come detto, lo storytelling è potente e affascinante.

A rendere particolare e inquietante il caso di Nidvaldo è il fatto che a voler essere ancora di più paradiso fiscale è stato il popolo sovrano: con una scelta certamente democratica in termini di voto, ma altrettanto certamente disruptiva in termini di libertà, uguaglianza e fraternità. Concetti che oltre ad essere stati la bandiera della Rivoluzione francese del 1789 sono anche i cardini di ogni sistema basato sulla democrazia, non solo politica ma anche economica e sociale. Di fatto, a Nidvaldo, il demos sovrano ha democraticamente deciso di cancellare l’uguaglianza e la fraternità in nome della libertà d’impresa.

Economia civile o economia incivile?

Questo avveniva nello stesso giorno in cui si chiudeva a Firenze il “Festival dell’economia civile”, che proponeva un modello tutto diverso e approvava la “Carta di Firenze” che a sua volta sintetizza un programma in otto punti:

  • Sostenere il lavoro delle persone e le persone;
  • Credere nella biodiversità delle forme d’impresa (“l’impresa capitalistica non è l’unica, né l’esclusiva, né la naturale né la superiore forma d’impresa”);
  • Promuovere la diversità e l’inclusione sociale (“Perché negli ultimi anni la corsa al ribasso sui diritti del lavoro e la concorrenza fiscale tra paesi per attirare insediamenti produttivi hanno portato con sé una crescita insostenibile dei livelli di diseguaglianza sociale ed economica tra le persone, in grado di minacciare la coesione sociale”);
  • Valorizzare l’impresa come luogo di creatività e di benessere (“l’impresa civile è esperta non solo in competenze tecniche ma anche in capacità relazionali, dove reciprocità, gratuità e fiducia sanno generare relazioni positive e un sovrappiù sia economico che sociale”);
  • Investire nell’educazione e nella promozione umana (“dono e reciprocità sono i fattori chiave che le costruiscono”);
  • Proporre una nuova idea di salute e di benessere;
  • Coltivare il rispetto e la cura dell’ambiente (“perché oggi non è più pensabile occuparsi di povertà, di welfare o di salute senza occuparsi di ambiente e territorio”); e infine,
  • Attivare energie giovani, innovazioni e nuove economie. L’economia civile è dunque una “economia che rigenera” e che non sfrutta l’uomo e l’ambiente, che a sua volta presuppone una rifondazione dell’intero sistema economico e finanziario e la tutela (e quindi la non privatizzazione) di ciò che deve essere considerato “bene comune”.

Concetto – quello di economia civile – che ci rimanda a quello di impresa responsabile o irresponsabile sviluppati da Luciano Gallino soprattutto, ma non solo, in due suoi libri specifici anche nel titolo: “L’impresa responsabile”, sul modello virtuoso ma ormai dimenticato di Adriano Olivetti; e “L’impresa irresponsabile” – entrambi Einaudi – dove irresponsabile è il modello di impresa rinato dagli anni ’90 del secolo scorso e dominante oggi anche nel Big Tech, un’impresa che suppone di non dover rispondere delle proprie azioni e dei propri fatti compiuti in campo sociale, economico e ambientale ad alcuna autorità, massimizzando così il profitto privato (e dell’azionista) e minimizzando i beni comuni e la propria responsabilità. E ovviamente anche la concorrenza fiscale per attirare investimenti favorisce questo secondo modello di impresa, eludendo/rimuovendo il problema di dover vincolare invece le corporation a un “bene comune” da esse escluso a priori (pensiamo ad Amazon e allo sfruttamento di lavoratori e corrieri, alla disruption del commercio di prossimità, all’inquinamento creato da una incessante movimentazione di merci).

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Allo stesso tempo l’economista Andrea Fumagalli ha rilanciato in Italia l’iniziativa popolare europea per avviare l’introduzione di redditi di base incondizionati in tutta l’UE, “che assicurino a ciascuno la sussistenza e la possibilità di partecipare alla società nel quadro della sua politica economica (…) e che riducano le disparità regionali al fine di rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale nell’Unione Europea.

Davanti a ricchi sempre più ricchi e a capitalisti alla Trump e alla Nidvaldo, se la società non vuole morire deve inventare sistemi di sostegno del reddito. Ma soprattutto serve, e urgentemente, tassare la ricchezza e ridurre le disuguaglianze, invece di accrescerle.

Cosa si dice alla London School of Economics

In questo senso ne hanno recentemente ragionato – in una public lecture alla London School of EconomicsPaul Krugman, Andy Summers and Luna Glucksberg. Perché se la pandemia ha devastato e ancora sta devastando le economie del mondo, ha fatto anche crescere ulteriormente le disuguaglianze. Da parte sua Paul Krugman aveva scritto sul NYT: “Resta il fatto che i ricchi, in media, spingono verso politiche che li avvantaggiano, spesso anche quando queste danneggiano l’economia nel suo insieme. E la pura e semplice ricchezza dei ricchi è proprio ciò che consente loro di ottenere molto di ciò che vogliono. Quindi, che cosa significa questo, guardando avanti? In primo luogo, che nel breve periodo, sia durante le elezioni del 2020 che dopo, sarà molto importante tenere sempre d’occhio sia i politici centristi che i media, e non lasciare che facciano un altro 2011, trattando le preferenze politiche dello 0,1% come la cosa giusta e non come quello che vuole una specifica, piccola classe di persone. C’è una lunga lista di provvedimenti da sempre sostenuti dai progressisti che i soliti noti [i ricchi e gli imprenditori] cercheranno di far passare come idee pazze, che nessuna persona seria sosterrebbe, ad esempio: una aliquota fiscale massima al 70%; una tassa sui patrimoni molto grandi; una assistenza universale per l’infanzia; spese in deficit per realizzare infrastrutture. Non è necessario sostenere una o tutte queste strategie per riconoscere che sono tutto fuorché pazze”.

E allora potrebbe (dovrebbe) essere utile tornare a guardare al New Deal di Roosevelt, di quasi cento anni fa ma attualissimo ancora oggi, magari in forma di Green New Deal. Che tra le tante misure introdotte allora per uscire dalla crisi finanziaria del 1929 aveva anche quella relativa alla tassazione dei ricchi e dei loro patrimoni. Con la legge del 30 agosto 1935 furono aumentate le imposte sui redditi più elevati, portando l’aliquota più alta dal 63% al 75%. Mentre l’anno successivo l’aliquota conobbe un ulteriore aumento, sino ad arrivare al 79%. Accanimento contro i ricchi, socialismo mascherato? Ovviamente no, anche se il magnate W.R. Hearst scese allora in campo con tutte le sue forze (ma sembra oggi) ordinando ai giornali di sua proprietà di presentare la proposta di legge di Roosevelt come il tentativo di “punire coloro che avevano avuto successo”. Non siamo forse oggi nella medesima situazione, con il Big Tech oggi sulla vetta della piramide della ricchezza e della disuguaglianza e dell’avidità e dell’egoismo capitalistico?

Consoliamoci con una notizia di pochi giorni fa: la Commissione europea ha deciso di impugnare dinanzi alla Corte di giustizia europea la sentenza (oscena in termini sociali oltre che giuridici) della stessa Corte del luglio scorso e relativa agli aiuti di stato dell’Irlanda ad Apple. La Corte aveva infatti dato ragione all’impresa di Cupertino annullando la decisione della Commissione dell’agosto 2016 che imponeva al governo di Dublino di riscuotere da Apple 13,1 miliardi di euro di tasse, ritenendo che l’Irlanda avesse concesso aiuti di stato illegali attraverso agevolazioni fiscali selettive. La Corte aveva invece deciso a favore di Apple.

E l’Italia? Ricordava recentemente Ettore Livini: “I giganti del web lasciano per un altro anno a becco quasi asciutto il fisco italiano. Google, Amazon, Facebook, Apple, Airbnb, Uber e Booking.com hanno versato in tutto, nel 2019, all’Agenzia delle entrate 42 milioni di euro. Il bottino dell’erario – dopo che l’intervento della procura ha costretto i big hi-tech a patteggiare arretrati erariali per quasi un miliardo – è cresciuto di parecchio rispetto agli 11 milioni complessivi raccolti nel 2016. Ma il carico fiscale sulle stelle dell’hi-tech, abilissime a parcheggiare (legalmente) i profitti nei paesi dove le aliquote sono più convenienti, resta basso: Facebook paga imposte pari a un quarto di quelle della Fila”. Ecco, Irlanda e Nidvaldo (ma non solo) sono paradisi dove parcheggiare i capitali ed eludere legalmente le tasse. Lo scandalo è tutto in questo “legalmente”. E nelle politiche neoliberali di questi ultimi trent’anni, che nessuno vuole seriamente rovesciare.

Più disuguaglianze dopo la pandemia: rapporto Oxfam

Sì, perché già i dati pre-covid esponevano una situazione che in termini sociali si può solo definire drammatica, ricordandoci che a fine 2019 esisteva una ricchezza finanziaria globale di 226mila miliardi di dollari, triplicata di fatto rispetto agli 80mila miliardi di dollari del 1999. Poco o nulla tassata, mentre sembra ormai evaporato persino il ricordo di una Tobin tax sulle transazioni finanziarie e anche le web taxes vengono continuamente rinviate nel tempo, tutti in questo caso comportandoci come il Cantone di Nidvaldo.

Scriveva il Rapporto Oxfam dello scorso gennaio: “La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone. Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale. Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane. (…) In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. (…) L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale. Poi è arrivata la pandemia e ha reso molti ricchi ancora più ricchi. Il Rapporto su “Profitti, potere e pandemia”, pubblicato sempre da Oxfam a 6 mesi dalla dichiarazione della pandemia da Covid-19denuncia “quanto l’emergenza sanitaria in corso abbia portato molte grandi multinazionali ad anteporre i profitti alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, ad abbattere costi e trasferire rischi e ad usare il proprio potere di influenza per condizionare le politiche dei governi. Il risultato è un acuirsi impressionante di disuguaglianze già esistenti a ogni livello. La pandemia produrrà mezzo miliardo di nuovi poveri nel mondo, mentre la ricchezza finanziaria di 25 miliardari è aumentata di 255 miliardi di dollari in poco più di due mesi. (…) E dall’inizio della pandemia 100 grandi corporation globali quotate hanno visto una crescita del proprio valore in borsa di oltre 3 mila miliardi di dollari e i patrimoni finanziari dei 25 tra i più facoltosi miliardari al mondo hanno registrato un incremento di ben 255 miliardi di dollari, solo tra metà marzo e fine maggio 2020”.

Tassazione e progressività

E dunque? Se lo stato moderno ha come sua filosofia fiscale quella di andare a tassare la ricchezza là dove essa si produce – ieri soprattutto nell’impresa e nel lavoro, poi ancora nel lavoro e sempre meno nell’impresa – oggi soprattutto dovrebbe andare a tassarla nella finanza, nel Big Tech, nei nuovi Paperoni alla Bezos e alla Trump. Ma non lo fa, o lo fa con timidezza. O non lo fa del tutto.

Serve allora (e invece) ricordare ciò che invece è scritto nella Costituzione italiana, al suo articolo 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ovvero, chi ha di più (come chi realizza maggiori profitti) paga di più. Come è giusto che sia perché senza giustizia fiscale non vi è giustizia sociale né economica, né democrazia. Un concetto – la giustizia sociale, di cui la giustizia fiscale è elemento basilare – figlio del principio di solidarietà e di fraternità. Come ha scritto il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro tradotto in italiano, “un sistema fiscale efficiente, equo e progressivo dovrebbe essere una componente importante di una società dinamica e giusta. Ed è semplicemente giusto che coloro che hanno maggiori capacità – che guadagnano di più – contribuiscano in misura superiore” (“Popolo, potere e profitti”, Einaudi): perché esiste un principio generale per cui, “ovunque un’attività economica preveda ritorni privati superiori al ritorno sociale, una tassa innalzerà il benessere”.

Ma noi stiamo invece procedendo in senso diametralmente opposto, per cui si genera minore benessere economico e maggiori disuguaglianze – e, su tutto, una società profondamente ingiusta. Perché il capitalismo è in sé privo di etica, cioè è ingiusto; ed è irresponsabile/disruptivo verso società e ambiente, per vocazione e tendenza o per sua “essenza”, direbbe Heidegger (si veda anche “Accountable: How we Can Save Capitalism” di J. M. O’Leary e W. Valdmanis).

Dobbiamo invece ricordare che senza solidarietà e senza riduzione delle disuguaglianze (possibile soprattutto attraverso politiche fiscali redistributive e non certo detassando ricchi e imprese), non vi può essere vera e sostanziale uguaglianza. Uguaglianza che, come ricordava Zygmunt Bauman, non può essere solo de iure, ma deve esserlo de facto (“Modus vivendi”, Laterza).

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