Mercati

Corsa al cloud, mancano competenze: così il PNRR può potenziare la formazione

Il cloud dopo l’exploit del 2021 si conferma un settore in espansione: ecco le ultime tendenze, gli investimenti delle big tech e le dinamiche di un mercato fortemente competitivo, in cui però manca la disponibilità di risorse umane competenti

26 Ott 2022
Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione

cloud - Strategia Cloud Italia - Gaia-X

Cresce la competizione nel cloud: gli utenti corrono ai ripari per proteggersi dal rischio di rimanere prigionieri di un solo fornitore e di dover pagare canoni esorbitanti; i grandi protagonisti si fanno concorrenza sui servizi a valore aggiunto, come quelli finanziari; attori non primari ma importanti si fanno sotto per conquistare quote di mercato.

Multicloud: il nuovo approccio che cambia il mercato

L’effetto di queste forze in campo è di spingere ulteriormente gli investimenti, introducendo attenzioni nuove ai costi e alla diversificazione dei fornitori sul lato della domanda, mentre sul lato dell’offerta si punta ad arricchire i servizi con applicazioni di intelligenza artificiale al fine di difendere le proprie quote e i margini.

Nel 2022 piccole correzioni dopo l’exploit 2021

Gli utenti percepiscono i rischi di essere completamente nelle mani dei fornitori perdendo così il controllo sui costi, ma intendono continuare ad investire nei servizi cloud, abbandonando progressivamente quelli on premise, con qualche eccezione nelle realtà di dimensioni medie e piccole, tentate dal ritorno al passato o quantomeno consapevoli di doversi attrezzare meglio per gestire la complessità di ottimizzare servizi cloud multifornitore. Ma anche queste scelte hanno un costo, come vedremo.

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Il 2022 vedrà forse qualche rallentamento rispetto al 2021 nelle vendite dei servizi cloud, ma si tratta di piccole correzioni rispetto ad un andamento esplosivo, che nell’anno precedente era stato sospinto dall’aumento del lavoro a distanza e dal conseguente ricorso al cloud come soluzione immediata ed efficiente per rispondere alla crisi.

Come si vede dalla figura 1, durante la pandemia il cloud ha funzionato come soluzione tampone alle sopraggiunte difficoltà e alle nuove domande di servizi emerse durante i periodi di lockdown, in modo simile tra le due sponde dell’Atlantico, semmai con una reazione più marcata da parte dei paesi europei.

Si stringe il legame tra cloud e finanza

Il momento incerto della finanza mondiale, stretta tra gli effetti ancora perduranti della pandemia e i colossali rischi e vasti impatti della guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, spinge gli operatori finanziari a razionalizzare le spese in servizi informatici e telematici e ad offrire maggiori funzionalità connesse alle applicazioni di intelligenza artificiale.

Così Nasdaq, che gestisce il mercato borsistico delle imprese ad alta tecnologia, ha potenziato il ricorso ad Amazon – AWS come provider dei servizi cloud, una scelta che trae origini dal lontano 2008 e che trova riscontro in un interesse che coinvolge tutti i maggiori protagonisti dell’offerta: Amazon, Google, Microsoft.

Quest’ultima ha recentemente chiuso un accordo con una delle principali banche australiane (Bank of Queensland) per estendere il ricorso alle tecnologie cloud di Microsoft con applicazioni di intelligenza artificiale al fine di rendere più intuitiva l’interazione con i clienti e tra i dipendenti, affiancando ad Azure gli strumenti di Financial Services Cloud “per costruire la banca digitale del futuro”[1]. Azure era già presente in Morgan Stanley con un accordo per la piattaforma cloud dedicata in particolare alle valutazioni dei rischi[2].

Meno di un anno fa Google Cloud aveva stretto un accordo strategico con il gruppo CME che tratta i derivati: “La partnership con Google Cloud consentirà al Gruppo CME di offrire nuovi prodotti e servizi in modo più pronto e in ambienti scalabili e flessibili per creare ampie opportunità di mercato” ha affermato il Presidente di CME Terry Duffy.

In sostanza, l’accordo prevede che, anche a fronte di un investimento in equity di Alphabet nel Gruppo CME, questo sia in grado di espandere in modo scalare le infrastrutture, possa fornire servizi di intelligenza artificiale ai clienti con la capacità di rispondere on demand e di rendere disponibili strumenti per costruire modelli di analisi e algoritmi di valutazione del rischio e infine possa disporre di più elevati livelli di sicurezza ed efficienza[3].

La combinazione tra cloud ed edge

D’altra parte, le applicazioni di intelligenza artificiale, soprattutto se dedicate a supportare l’interazione con il cliente, possono richiedere latenza ridotta e possono quindi aprire la strada a soluzioni di edge computing, necessarie anche per rispettare le normative sulla “residenzialità” dei database, e risultare quindi in contrasto con l’estensione del cloud.

Per questo motivo, il tentativo di combinare edge e cloud è in corso, con i grandi fornitori di cloud impegnati ad allestire direttamente o in partnership soluzioni a bassa latenza e in grado di rispettare le norme che impongono confini nazionali ai database in cloud[4].

La ricerca di partner a livello regionale crea uno spazio di mercato nuovo per le telecom, che potranno inserirsi nel trend combinato cloud+edge computing, fornendo le dotazioni più vicine all’utente, in grado di rispettare le prescrizioni sulla residenzialità dei database, in collaborazione con i fornitori dei servizi cloud più avanzati per accedere alle applicazioni di intelligenza artificiale e a livelli di sicurezza più elevati.

Gli investimenti delle big tech

I tre principali protagonisti hanno investito negli ultimi dodici mesi circa 120 miliardi di dollari in data center per sviluppare l’offerta cloud, e far fronte all’impennata di domanda del 2021 e si spartiscono in misura ancora prevalente il mercato, come si vede dalla figura 2.

I risultati sono molto diversi i termini di redditività. Amazon, che ha iniziato per prima con l’eccedenza delle proprie capacità di elaborazione, ha oggi la maggior quota di mercato e deve al proprio cloud AWS il 75% dei profitti. Di Microsoft si sa poco, poiché la contabilità dei servizi cloud non è scorporata, ma si suppone che abbia una incidenza simile a quella di AWS. Google, invece, punta ad acquisire quote di mercato, con una politica dei prezzi aggressiva e di qualità elevata che penalizza la redditività, ancor oggi negativa per 3,3 miliardi di dollari, ossia l’1% dei ricavi del Gruppo[5].

Le nuove dinamiche di mercato

È questo il costo che Alphabet è disposta a pagare per entrare con forza nel mercato dei servizi cloud, facendo leva in primo luogo sul favorevole rapporto costo/prestazioni[6].

In tal modo, essa si assicura una attenzione prospettica da parte dei clienti, per la soluzione cloud pubblico, come si vede dalle figure seguenti riferite alle prospettive di adozione delle diverse offerte da parte delle PMI (figura 3) e da parte delle grandi aziende (figura 4).

Per entrambe le fasce dimensionali, Google Cloud rappresenta la soluzione prospettica più interessante, ma è indiscutibile il fatto che nuovi protagonisti si stiano affacciando sul mercato, con dinamiche interessanti, come Oracle, IBM, Alibaba, dinamiche che possono sovvertire equilibri di mercato che sembravano acquisiti.

I tre grandi fanno ancora la parte del leone, con vendite che sono cresciute nell’ultimo trimestre di un terzo sullo stesso periodo dello scorso anno, con Azure e Google a +40% e +36% rispettivamente. Tutte e tre stanno investendo anche nello sviluppo dei processori, sia per aumentare l’efficienza delle macchine, sia per ridurre la dipendenza da fornitori che possono rivelarsi inaffidabili.

La tensione lato domanda: mancano competenze

Questo processo di diversificazione dell’offerta di servizi è frutto anche della tensione che si manifesta sul lato della domanda, nella ricerca di soluzioni meno costose e più controllabili sia dal punto di vista dell’efficienza, sia dal punto di vista degli oneri periodici connessi ai servizi.

Una prima strada che i clienti soprattutto di maggiori dimensioni possono seguire è quella della diversificazione dell’offerta, finalizzata a non dover dipendere da un unico fornitore. Ma la scelta ha i suoi costi, rappresentati sia da oneri organizzativi, connessi alla molteplicità dei fornitori da gestire e amministrare, sia dal fatto che la migrazione è comunque onerosa in sé e non è facile prevedere anticipatamente i benefici della diversificazione.

La strada è quindi meno battuta di quanto possa apparire anche dai sondaggi e dalle dichiarazioni di intenti dei manager responsabili. Ma il tema dei costi, che a volte si rivelano incontrollabili, rimane.

“Ho avuto dieci conversazioni con CIO che si lamentano di aver buttato denaro o fatto esplodere il loro budget…e tu scopri che la tua architettura cloud è immatura quando vieni sorpreso dalla fattura…e la ragione è che lavorano i dati nel posto sbagliato, con strumenti sbagliati in modo subottimale e con un modello economico sbagliato” ha dichiarato il responsabile delle tecnologie di Dell Technologies[7].

Alla base, la questione più complessa da risolvere rimane la disponibilità di risorse umane competenti, più ancora che di risorse finanziarie, come sostengono i manager intervistati da KPMG (figura 5)[8].

L’Italia è indietro: l’opportunità del PNRR

Da questo punto di vista, il nostro Paese deve fare molto. Nel confronto con altri paesi europei e alcuni importanti competitor internazionali, come Giappone, Usa e Regno Unito, la posizione del Paese risulta arretrata: i dati sulle capacità digitali della forza lavoro italiana sono le più basse tra i paesi considerati dal World Economic Forum [9].

Il Pnrr ha messo a disposizione risorse ingenti per la digitalizzazione, ma nella declinazione del governo queste risorse sono prevalentemente canalizzate dai servizi di facilitazione digitale e le reti di facilitazione digitale, da indirizzare attraverso le Regioni.

Manca, a nostro giudizio, un progetto che non faccia leva sulla creazione di nuovi centri e linee di spesa, ma di potenziamento radicale delle linee formative esistenti, dagli istituti tecnici alle università, per rafforzare sia la dotazione di insegnanti, sia quelle delle borse di studio anche per i lavoratori che intendono perfezionarsi nelle materie digitali. Una via collaudata, dove le capacità, anche di spesa, non mancano e che sicuramente ha urgente bisogno di essere potenziata e ammodernata.

________________________________________________________________

Note

  1.  Microsoft, “Bank of Queensland commits to a five-year strategic partnership with Microsoft to accelerate its digital transformation”, Microsoft news, 13 September, 2022.
  2.  Sara Castellanos, “Morgan Stanley Expands Use of Cloud in Tech Modernization”, The Wall Street Journal, June 2, 2021.
  3. CME, “Companies to co-innovate to deliver expanded access, new products, and more efficiencies for all market participants. Google also makes $1B equity investment in CME Group”, CMEGroup, 3 November, 2021.
  4. McKinsey, “Technology Trends Outlook 2022”, August 2022.
  5. Margin Brawl, “The cloud computing giants are vying to protect fat profits”, The Economist, August 29, 2022.
  6. K. McClellan, L. Carmel, C. Custer, Y. Miretskiy, S. Rosenberg, J. Xing, “2022 Cloud Report”, Cockroach Labs, 2022.
  7. Angus Loten, Isabelle Bousquette, “CIOs Still Waiting for Cloud Investments to Pay Off”, The Wall Street Journal, September 29, 2022.
  8. ) KPMG, “KPMG global tech report 2022”, September 2022.
  9. ) World Economic Forum, “The Future of Jobs Report 2020”, October 2020.

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