Competenze digitali

Per capire il digitale serve la filosofia: così scuola e università imparano a gestire la transizione

Primario, Secondario e Terziario espansi formano il Quaternario da digitale in cui siamo immersi. Un’epoca che pone sfide a cui la formazione è chiamata a rispondere: si fa largo la necessità di una filosofia del digitale per indirizzare una transizione inclusiva. Ecco come

06 Ott 2022
Gabriele Giacomini

assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell'Università di Udine e fellow presso The Center for Advanced Studies of Southeastern Europe – University of Rijeka

digitalizzazione - webfare

La rivoluzione digitale continua a modificare l’ambiente in cui tutti noi siamo immersi. Del resto, come sosteneva Eraclito, “non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”, perché il fiume scorre di continuo e anche noi cambiamo di continuo. È la trasformazione – e non la stasi – la nostra condizione, la costante del nostro vivere.

Perché l’era digitale ha bisogno della filosofia

Che fare per non subire passivamente il “mondo nuovo”? Bisogna innanzitutto avere gli strumenti cognitivi adeguati e le conoscenze necessarie. In realtà, a qualsiasi problema sociale, dal calo di partecipazione politica all’educazione ad uno stile di vita sano, dalle (scarse) conoscenze della lingua inglese degli italiani alla consapevolezza ambientale ed ecologica, dalla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili all’inclusione delle famiglie di immigrati, la risposta “ultima” riguarda quasi sempre la scuola, in particolare, e la formazione, in generale.

Il che getta sull’istituzione scolastica e avanzata un “fardello” gigantesco. Ma che, al tempo stesso, riconosce (giustamente) al sistema dell’istruzione di base e universitaria un ruolo fondamentale per il presente e il futuro del Paese.

Economia come ecologia delle tecnologie

Nel recente libro “Per un manifesto del digitale nella scuola” (Mimesis), curato da Alberto De Toni, Roberto Masiero e Silvano Tagliagambe, viene auspicata una scuola che sappia essere un ponte verso il mondo digitale. Perché, secondo i curatori, è fondamentale che nella scuola le tecnologie digitali siano studiate e capite in profondità? Perché le tecnologie – qualsiasi esse siano – determinano i processi economici e con essi quelli sociali. Siamo abituati a pensare all’economia come a un grande contenitore di attività e tecnologie tramite cui una società soddisfa i propri bisogni. Ma le cose in realtà non stanno proprio così.

Come spiega De Toni nel suo contributo, l’economia non è un contenitore di tecnologie, ma è un insieme costruito a partire dalle tecnologie. L’economia è l’ecologia delle proprie tecnologie. Naturalmente, il rapporto fra gli esseri umani e le tecnologie è complesso e a “doppio verso”, ma è innegabile la capacità della tecnologia “di successo” di cambiare anche radicalmente il contesto in cui si situa.

Cosa è il Quaternario da digitale

Oggi noi siamo immersi nel cosiddetto “Quaternario da digitale”, un ambito economico inedito – prodotto dalla rivoluzione digitale – che si affianca a quelli classici del Primario (agricoltura), Secondario (industria) e Terziario (servizi). La prima rivoluzione – quella meccanica dell’agricoltura – svuota le campagne e riempie le fabbriche. La seconda rivoluzione – quella industriale – svuota le fabbriche e riempie i servizi. Ma dal 2000 la rivoluzione digitale sta svuotando i servizi. Dove collocare tutte queste persone che perdono il lavoro? Il reinserimento nel ciclo produttivo di questi ex lavoratori è un problema enorme. Ma non ci sono solo cattive notizie. Infatti, le tecnologie digitali stanno creando nuovi posti di lavoro nel Primario, nel Secondario e nello stesso Terziario determinando quello che De Toni chiama un Primario espanso, un Secondario espanso e un Terziario espanso (espanso nel senso che si espande grazie alle nuove tecnologie). Primario, Secondario e Terziario espansi rappresentano il Quaternario da digitale.

Come gestire le innovazioni human-driven

Il Quaternario da digitale porta una novità antropologica e sociale: le macchine – sempre più “intelligenti” – riportano l’essere umano al centro nell’esplorazione della complessità, ovvero l’essere umano diventa protagonista dell’innovazione human-driven. Possiamo distinguere le innovazioni in digital-driven e human-driven.

Le innovazioni digital-driven nascono dal saper cogliere le potenzialità della rivoluzione digitale in termini di riduzione dei costi e di aumento delle prestazioni direttamente connesse alla tecnologia.

Le innovazioni human-driven sono invece frutto di proposte e azioni derivanti dalla creatività e dall’intraprendenza umana, che genera valore immaginando nuovi usi, proponendo esperienze coinvolgenti o realizzando processi di sense-making.

Gli elementi che concorrono a costituire un’innovazione human-driven sono numerosissimi: design, estetica, significato, brand, status symbol, unicità, appartenenza, comunità, relazioni, legami, emozione, esperienza, bellezza, contemplazione, desiderio, autenticità, salubrità, tradizione, libertà, felicità, fiducia. L’innovazione human-driven incorpora nei prodotti e servizi elementi di natura intangibile che hanno un grande impatto.

Da un punto di vista dell’organizzazione aziendale, in un contesto particolarmente complesso, ecco che attrezzarsi per gestire efficacemente – con la necessaria flessibilità, creatività e innovazione human-driven – flussi di prodotti, dati, comunicazioni e interazioni diventa un fattore chiave.

L’apprendimento organizzativo e manageriale diventa una variabile decisiva. L’esplorazione del nuovo non emerge solo dalla pratica delle tante soluzioni messe alla prova sperimentalmente, ma anche dalla progettazione di un’idea di futuro generata dall’intelligenza creativa.

Non ci si limita ad adattare il comportamento dell’impresa alla complessità ambientale, ma si identificano (in un apprendimento creativo) processi di innovazione capaci di catturare l’energia delle grandi onde che muovono la transizione in corso (networking, automazione, globalizzazione, worldmaking, ri-personalizzazione) e che consentono di proporre al mercato forme inedite di complessità, dotate di alto valore per gli utilizzatori.

Primum studere: l’esempio di ingegneri e architetti

Si pensi a lavori tradizionalmente “tecnici”, come quello dell’ingegnere civile o dell’architetto. Rispetto a 50 anni fa, quando le case avevano semplicemente il muro e i solai, è diventata estremamente complessa qualsiasi tipo di costruzione. Ora abbiamo l’elettronica che entra appieno nelle costruzioni, abbiamo l’impiantistica e l’idraulica che sono di una complessità incredibile, abbiamo la domotica, l’Internet delle cose, abbiamo dei curatori di area all’interno delle case.

I confini della professione potrebbero, dunque, diventare più porosi perché le competenze necessarie devono essere specializzate ma al tempo stesso sufficientemente flessibili da affrontare il mutamento. Il futuro potrebbe essere specializzarsi e mettersi insieme al tempo stesso: se la specializzazione richiede cultura tecnica, la rete richiede cultura umanistica, relazionale.

Negli ultimi anni, inoltre, nel lavoro di ingegneri e architetti è apparso il BIM, un metodo per l’ottimizzazione della pianificazione, realizzazione e gestione di costruzioni tramite l’aiuto di un software. Tramite questo sistema tutti i dati di una costruzione possono essere raccolti, combinati e collegati digitalmente. Il punto è che il BIM non è solo uno strumento di disegno (come poteva essere il software CAD alcuni decenni fa), ma soprattutto uno strumento di comunicazione, informazione, coordinamento. Uno strumento “manageriale”. Per questo, come ha mostrato un’indagine condotta nell’area friulana e pubblicata nel libro “Ingegneri e architetti alla prova delle tecnologie digitali” (Franco Angeli), emerge con forza, per la gestione delle nuove tecnologie di cui il BIM è l’emblema, l’importanza di competenze sia tecniche sia umanistiche, che consentano ai singoli professionisti di tenere il passo con i mutamenti che l’economia digitale produce sul lavoro quotidiano. In questo quadro, poter accedere ad una formazione adeguata diventa un elemento cruciale. Secondo gli ingegneri e gli architetti friulani, per affrontare la transizione digitale, le competenze sono addirittura più importanti delle risorse finanziarie.

Certo, anche per gli ingegneri e gli architetti, che tradizionalmente sono visti come “lavoratori forti”, la situazione non è uniforme. Da un lato, le dinamiche innescate dall’innovazione possono essere positive per lavoratori altamente qualificati (ad esempio giovani, interessati al progresso scientifico, con un reddito superiore alla media): alcuni di loro potrebbero ottenere professionalizzazione sostanziale, impiegabilità, flessibilità, partecipazione reale, identità, soddisfazione.

Dall’altro lato, le transizioni tecnologiche possono portare a squilibri occupazionali che possono impoverire alcuni lavoratori e precarizzare le loro condizioni di lavoro. Il rischio è che, nel breve periodo, le diseguaglianze aumentino (ad esempio, fra grandi studi di architettura e piccoli studi, a volte monocomponenti, che nel nostro Paese sono la maggioranza) e che si creino fenomeni di polarizzazione fra coloro che riescono a valorizzare l’innovazione tecnologia, aumentando la loro produttività, e coloro che invece rischiano di essere precarizzati o sottopagati.

Oggi la logica distintiva che prevale in un contesto di avanzamento tecnologico è la polarizzazione del lavoro tra lavori routinari e non routinari, tra lavori a bassa tecnologia e a basso salario e lavori ad alta tecnologia e alto salario. Questo spiega perché non si può accettare l’innovazione legata alle tecnologie digitali come una fatalità, ma che è necessario accompagnarla, gestirla, governarla. Nel caso di ingegneri e architetti, ad esempio, una volta compresi i punti di forza e i problemi legati ad ogni tecnologia peculiare (BIM, prototipazione rapida, big data, robotica, droni) e i fattori che sono legati alla sua adozione o al suo rifiuto, i professionisti, gli Ordini, i sistemi della formazione, le istituzioni dovrebbero costruire politiche di gestione tecnologica adeguate a promuovere una transizione inclusiva.

Conclusioni

In questo quadro, la formazione sia di base (la scuola) sia avanzata (l’università) è strategica. Un approccio di “innovazione protetta”, di “innovazione governata”, non richiede solo sostegno per l’acquisto e l’adozione di tecnologie software e hardware, ma anche e soprattutto di politiche educative, di un’offerta formativa ampia e di qualità. Sarà importante investire, in particolare, in una preparazione che chiamiamo a “T rovesciata”: tecnica nel vertice ma umanista nella base, specializzata e al tempo stesso capace di riposizionarsi e rinnovarsi, data l’accelerazione continua delle innovazioni tecnologiche.

In merito alla formazione universitaria, nel dibattito sulla formazione più adatta al mondo contemporaneo si pensa ai classici studi da “scienza dure”. Ma oggi un atteggiamento aperto e critico nei confronti di un contesto in trasformazione, capace di valorizzare la novità epocale del Quaternario da digitale, costituisce un elemento imprescindibile per il ripensamento dell’organizzazione del lavoro. Il governo della trasformazione digitale richiede una “filosofia” del digitale, che individui i fondamentali necessari per una lettura profonda e ad ampio spettro di fenomeni in rapidissimo mutamento. Ad esempio, Cosimo Accoto, docente di cultura digitale, sostiene che: “a fronte di questa spinta tecnologica credo sia sempre più indifferibile l’attivazione di un pensiero filosofico all’altezza delle sfide scientifiche e tecnologiche in essere. Un pensiero speculativo e prospettico, aperto ma attento, capace di studiare e accompagnare, con la necessaria densità teorica, questa nuova fase dell’antropocene”.

A fronte di queste esigenze, presso l’Università di Udine è stato lanciato nel 2019 un Master in “Filosofia del digitale e Intelligenza Artificiale (ormai giunto alla quarta edizione), destinato a professionisti affermati (non mancano, fra gli alumni, gli ingegneri) o a neolaureati che vogliano diventare esperti di innovazione human driven. Forti del successo di questa iniziativa, si è deciso di rafforzare l’offerta formativa estendendola anche per coloro che vogliono laurearsi in questo modo di intendere la filosofia. Recentemente, è stato quindi lanciato un nuovo corso di laurea triennale in Filosofia e Trasformazione Digitale.

I corsi propongono, a diversi livelli, un percorso didattico innovativo che ha come obiettivo quello di formare persone capaci di comprendere le trasformazioni innescate dalla rivoluzione digitale, di individuarne le principali tendenze e di capire come questi ultimi si relazionano con le attività e le dinamiche delle persone, delle organizzazioni e delle società.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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